Il cielo stellato sopra di meLa necessità di una teologia dello Spazio

I buddhisti Shingon di Kyoto vogliono lanciare in orbita entro il 2023 un tempio Daigo-ji. «Se ammettiamo la redenzione, dobbiamo ammettere la relazione tra Dio e le possibilità di vita extra-planetaria» spiega padre Gabriele Gionti, gesuita e fisico dell’Osservatorio Vaticano

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«Oggi ho tirato in mare la nave e mi preparo a partire, giovedì, in nome di Dio, e far rotta a sud-est per cercare oro e spezie» scriveva Cristoforo Colombo il 6 novembre 1492 partendo dal Río de Mares. Le pagine del suo diario di bordo sono imbevute di uno slancio cristiano oggi superato, ma mostrano il ruolo della ricerca teologica nelle grandi esplorazioni dell’era moderna. «Gli uomini di fede erano al fianco di Colombo e Magellano nei loro viaggi verso l’ignoto – scriveva nel 1969 il reverendo Clifford Stevens – quindi oggi che siamo alla soglia di una scoperta ancora più grande, non dovrebbe essere inadatto per un teologo indossare una tuta spaziale».

Il riferimento era all’allunaggio, che sarebbe avvenuto di lì a pochi mesi. Oggi, con il grande impulso alle esplorazioni spaziali, possiamo porci la stessa domanda?

Il 2021 è considerato l’anno spaziale. Lo scorso febbraio, mentre la sonda degli Emirati Arabi “Hope” entrava in orbita attorno a Marte, il rover americano “Perseverance” è atterrato sul pianeta rosso per cercare tracce di microorganismi. Anche la Luna ritorna alla vista dell’uomo. Sono due le sonde americane impegnate a valutare la possibilità di costruire una colonia lunare, mentre milionari come Richard Branson e Jeff Bezos puntano – si fa per dire – al giardino di casa, con il turismo spaziale intorno all’orbita terrestre.

Questa rinnovata febbre spaziale, però, non riguarda tutti: «È in corso un piccolo maremoto, simile alla fantascienza dell’età dell’oro americana, quella trionfalista che sognava le stelle e osava viaggiare per raggiungerle […] mentre in Europa si vede il futuro come Interstellar di Nolan. Un vasto deserto privo di speranze» ha scritto il romanziere Cixin Liu ne Il problema dei tre corpi (Mondadori, 2017). La cultura statunitense sta lasciando ampio spazio all’immaginario spaziale: Hollywood strizza l’occhio a un set orbitale – almeno nelle intenzioni di Tom Cruise – e Star Wars assume una veste seriale con The Mandalorian, mentre la Mattel lancia una Barbie a immagine e somiglianza dell’astronauta Samantha Cristoforetti. 

L’esplorazione dei pianeti vicini e dello spazio profondo ricorda per molti versi la febbre lunare del ’69. Allora, sotto la spinta dal primo presidente cattolico degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, l’allunaggio ebbe una vasta eco per i credenti di tutto il mondo. Poco prima, papa Paolo VI in ritiro estivo a Castel Gandolfo scrisse: «Oggi è un giorno grande, un giorno storico per l’umanità, se davvero questa sera due uomini metteranno piede sulla Luna […]. Faremo bene a meditare sopra questo straordinario e strabiliante avvenimento; a meditare sul cosmo, che ci apre davanti il suo volto muto, misterioso, nello sconfinato quadro dei secoli innumerevoli e degli spazi smisurati».

Il peso spirituale della prima esperienza umana fuori dalla terra fu senza precedenti anche per uomini apparentemente lontani. Come l’autore, Isaac Asimov, dichiaratamente ateo, che pubblicò per il New York Times l’articolo “Moon Colony 2000 AD” dove, in un’ipotetica colonia lunare, lasciava spazio a una cappella religiosa. La Moon Chapel fu poi realizzata su carta da Mark Mills – della scuola di Frank Lloyd Wright. Al di là del capriccio, ipotizzare nero su bianco una dimensione spirituale fuori dalla Terra aveva un significato profondo, che è tornato in auge anche oggi.

Un mese fa i buddhisti Shingon di Kyoto hanno annunciato la costruzione di un tempio Daigo-ji da lanciare nello spazio nel 2023: «Abbiamo pensato a un tempio che, sopra ogni differenza di territorio, razza o religione, possa aiutare a pregare per la pace nel mondo» ha dichiarato il direttore del Tempio Daigo-ji, Junei Nakada. Non è un caso che il progetto di un tempio buddista venga da una civiltà orientale, che dà molto spazio all’enfasi rituale e meno alla differenza tra fedi – lo stesso termine giapponese per religione (宗教 sh¯uky¯o) venne introdotto con i missionari cristiani nell’Ottocento. Negli ultimi anni, l’approdo nella ricerca spaziale di astronauti dalla diversa estrazione confessionale – come Ellison Onizuka, buddista, e Kalpana Chawla, induista, amplia l’orizzonte religioso davanti all’infinito cosmico.

In relazione alla vastità dell’universo, l’uomo ha sempre innescato crisi, come dimostra il processo vaticano a Galileo Galilei nel 1633 e la susseguente abiura. Se da un parte il progresso tecnologico e scientifico ha colmato lacune lunghe secoli, dall’altro una tendenza all’approccio scientifico ha rigettato i risvolti teologico-spirituali che l’esplorazione spaziale genera. Secondo la lettura che ne dà il teologo Thomas O’Meara nel libro Vast Universe: Extraterrestrials and Christian Revelation (Cambridge University Press, 2013), un approccio spirituale alla ricerca spaziale riorienta la prospettiva degli esseri umani non più al centro dell’universo ma ai margini di una vasta maestosità: «Il lavoro dello scienziato è spiegare le incognite dell’universo» spiega padre Gabriele Gionti, gesuita e fisico dell’Osservatorio Vaticano. Specializzato di cosmologia quantistica, Gionti studia l’origine dell’universo e collabora con realtà internazionali, dal CERN al dipartimento di fisica e astronomia presso la University of California.

Per un’ironia storica, l’ultima importante scoperta nel campo dell’evoluzionismo è stata fatta in una caverna nota col nome di “Rising Star”. Nel 2013, a pochi chilometri da Johannesburg, un team di ricercatori coordinati da Lee Berger, ha studiato i resti di 15 corpi dell’Homo Naledi. La novità rispetto all’Homo neanderthalensis era la disposizione delle ossa per nulla casuale, che ha portato all’ipotesi di un pensiero simbolico molto più complesso dei comportamenti rituali dei primati, così come li aveva classificati l’etologa Jane Goodall: la pratica funeraria, pur nel suo lessico primitivo, aveva una forte correlazione con i movimenti celesti. È merito di un altro paleontologo, il gesuita Teilhard de Chardin, se per la prima volta una ricerca spirituale ha incluso nella sua indagine il cosmo intero. Quello che il De Chardin chiamava «fenomeno umano» era il culmine dell’evoluzione di un processo dell’intero universo. 

Le sue teorie, ancora in parte respinte da un monitum della Santa sede per sospetto panteismo, legano la scienza in maniera indissoblubile all’esperienza spirituale. Una ricerca di questo tipo, però, non è stata solo prerogativa di uomini consacrati. L’astronomo Temple Chevallier, primo professore di astronomia all’Università di Cambridge, tra 1826 e 1827 tenne alcune lezioni sul Salmo 19. Eppure, non usò mai la sua conoscenza astronomica per provare l’esistenza di un creatore, piuttosto descrisse vastità e bellezza dell’universo come a una visione più ampia di Dio: il suo era un approccio basato sullo stupore, opposto alla visione allora canonica della Teologia naturale di William Paley (1802): «La ricerca spaziale è una ricerca di Dio. Quello che facciamo è ricercare un senso per la nostra vita e per certi versi la nostra ricerca di uomini di fede non è tanto diversa da quella dei non credenti perché entrambi siamo alla ricerca di un senso ultimo», sottolinea padre Gionti.

Oggi la ricerca scientifica si pone anche l’obiettivo di ricercare forme di vita extra-terrestre. Quanto questo filone di ricerca possa influire sull’esperienza spirituale è un interrogativo che si stanno ponendo i teologi: «Se Dio è creatore dell’universo, sarebbe strano pensare che non abbia instaurato una relazione con un’altra civiltà», spiega padre Gionti.

In che modo il cristianesimo, che basa la sua religione sull’incarnazione umana di Dio, guarderebbe alla presenza di Dio in un ipotetico eso-pianeta? «Duns Scoto, un teologo francescano del Duecento, diceva che Cristo si è incarnato per portare a compimento il principio di vita in tutto l’universo. Sulla Terra abbiamo la vita intelligente, è vero, ma ciò non toglie che la vita non possa essersi sviluppata altrove. Oggi gli astrobiologi studiano le possibilità di vita altrove nell’universo» spiega padre Gionti. Ma quale impatto avrebbe la scoperta di forme di vita extra-terrestri, anche unicellulari, sull’idea escatologica di bene e male?

«Noi abbiamo quest’idea che il male è venuto da una cattiva comprensione del bene, come dice Sant’Agostino, e sappiamo che il bene è superiore al male. La nostra storia di salvezza ci dice che in principio c’era il bene, e questo è universale perché, se Dio è il Creatore di tutto l’universo, lo è di ogni cosa».

I grandi passi dell’umanità aprono a nuovi scenari. Forse, perché l’essere umano non sia lasciato indietro dalle ampie falcate della tecnologia, potrebbe essere utile partire da una teologia dello spazio: «Lo credo anch’io – annuisce il fisico gesuita –. Se ammettiamo la redenzione, dobbiamo ammettere la relazione tra Dio e le possibilità di vita extra-planetaria. Il gesuita De Chardin vedeva una tendenza chiara di Dio nell’Universo. Lui aveva l’ambizione di sviluppare una teologia cosmica, anche se i suoi tentativi erano spirituali piuttosto che teologici».

Pochi giorni fa, il telescopio Event Horizon ha rilasciato una nuova foto del buco nero al centro della galassia M87, mostrando l’orizzonte degli eventi, cioè la radiazione emessa quando la materia vi collassa. Un campo magnetico che rende il vuoto osservabile. Per analogia è come l’esperienza di Dio, che spesso si rivela nei vuoti spirituali: «Per analogia è così. Nella nostra esperienza di fede, noi entriamo in questa dimensione interiore e la percepiamo attraverso sentimenti ed emozioni».

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