Obiettivo comuneIl nuovo umanesimo deve partite da ognuno di noi

Rimettere la persona al centro, cercando di cambiare i nostri stili di vita iper-consumistici e di arginare i cambiamenti socio-ambientali, significa che tutti noi dobbiamo tornare a concepire le nostre vite e le nostre scelte come un contributo al bene collettivo, e non solo attendere una soluzione dall’alto

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Amitav Ghosh, antropologo e scrittore indiano al quale dobbiamo uno dei saggi più significativi sul tema climatico “La grande cecità”, in una recente intervista pubblicata dal settimanale culturale della domenica di Repubblica, ha affermato che «ciò che oggi chiamiamo sviluppo è solo un sistema per spingere la gente a desiderare sempre più cose».

Il dato di fatto che ci induce, per esempio, ad usare un capo di abbigliamento appena acquistato mediamente solo sei volte per poi gettarlo direttamente senza immetterlo in una filiera per il riciclo, è la prova che il consumo di massa è proprio ciò che tiene in piedi l’economia la quale si nutre appunto dell’accelerazione dell’insoddisfazione dei desideri consumistici.

Quest’accelerazione di consumi esplosa negli ultimi trenta anni è tuttavia connessa alla crescita della produzione dei beni di cui riteniamo di avere bisogno e all’aumento degli insediamenti umani, questi ultimi destinati a generare un contatto sempre più stretto con la popolazione animale. Tutto ciò è a sua volta responsabile delle emissioni inquinanti, che sono appunto l’amaro frutto dell’errore di avere percorso la strada dell’illimitata crescita capitalistica.

Secondo l’antropologo dunque le emissioni di gas serra sono solo il sintomo di una malattia molto più grave che ci ha aggredito l’anima poiché il capitalismo è una macchina che produce scontento da colmare con il desiderio che alimenta il consumismo. In pratica una spirale mefitica che ci rende spettatori increduli delle catastrofi globali dovute alla crisi climatica.

Ma se una larga fetta di umanità crede che il cambiamento stia accadendo altrove rispetto ad essa, complici gli smartphone che fanno credere di vivere in un mondo virtuale, nella realtà dei fatti nei soli ultimi sei mesi sono state 12,6 milioni le persone che hanno dovuto abbandonare le loro case e andarsene in altre aree del loro paese a causa dei disastri ambientali.

Stando ai dati della Federazione internazionale delle società di Croce rossa (Ifrc) l’80% di questi quasi 13 milioni di sfollati è vittima di catastrofi naturali dovute in larga parte a fenomeni climatici o meteorologici. E il 60% di questi vive nella regione Asia-Pacifico. Secondo questo rapporto i cambiamenti graduali dovuti alla crisi climatica, quali l’aumento delle temperature e del livello del mare, incidono in maniera consistente sulla vita degli abitanti anche se risulta molto difficile conteggiare per quante persone sono stati la causa dell’abbandono della propria casa.

Al di là delle ovvie sfumature sempre presenti nelle manifestazioni sociali, la dicotomia più macroscopica sembra dunque svilupparsi attorno a quanti vivono il cambiamento in atto come spettatori increduli e a coloro che invece ne sono colpiti in maniera totalizzante. Come fare per rendere meno estreme le due posizioni opposte è compito certamente della politica che proprio in queste ore, sia pur registrando importanti assenze, è impegnata nel Leaders Summit on climate organizzato dal governo americano.

Ma lo è anche per ciascuno di noi. Dobbiamo ricongiungerci con la nostra anima e dobbiamo farlo urgentemente perché su qualunque aspetto di questa nostra epoca rivolgiamo lo sguardo, questo si presenta sempre più opaco proprio per la manifesta assenza di un’anima.

Le relazioni umane che oggi come oggi intratteniamo sono regolate soprattutto da dinamiche di reciproca sopraffazione. Sembra che ciò che ci muove sia l’affermazione del nostro individualismo soffocante e un’inesauribile spinta al consumo ormai fine a sé stesso. Tuttavia, se pur siamo la causa del nostro male siamo anche e al contempo l’unica via d’uscita: seguendo la stella polare della gratitudine giungeremo alla riscoperta della nostra anima profonda, la cui vocazione è fare del bene.

Il nuovo umanesimo di cui stiamo sentendo tanto parlare, il cui proposito, tanto sbandierato quanto propagandistico, di rimettere al centro la persona non può essere banalmente inteso come un processo che discenda dall’alto, in cui chi detiene il potere politico ed economico concede al cittadino qualunque di tornare a essere il fine ultimo, anziché un mezzo, dei piani delle élite.

Rimettere la persona al centro significa che tutti noi dobbiamo tornare a concepire le nostre vite e le nostre scelte come un contributo al Tutto di cui facciamo parte. Dobbiamo solo fissare questo Tutto e comprendere che siamo al contempo sia la sfera, sia il suo centro sia uno dei punti che la compongono e che sono tutti equidistanti da esso.