Spirito costituenteUna Conferenza da sola non può decidere quale Europa e quale futuro vogliamo

Nei prossimi due anni non possiamo solo decidere quali politiche attuare o come rispondere in modo contingente all’ennesima urgenza. Dobbiamo definire in quale modello di Europa e di società globale intendiamo vivere, quali valori attuare e come farlo. Bisogna dare una risposta di sistema, così come fecero Rossi e Spinelli sull’isola di Ventotene 80 anni fa

LaPresse

I prossimi 24 mesi saranno determinanti per il futuro dell’Unione, singoli Stati membri e cittadini, con nuove sfide, appuntaneti, scadenze, nuovi inizi e cambiamenti a livello internazionale. L’associazione Erasmo ha scelto di concentrare la propria attenzione su questo arco temporale, per analizzare gli eventi in programma con le partnership di Linkiesta, Spinelli Group, Re-Generation, Fondazione Antonio Megalizzi, Cultura Italiae, Comunita di Connessioni, Italiacamp, GaragErasmus e A2A.

L’iniziativa del “Biennio Europeo”, promossa dall’Associazione Erasmo, è un’opportunità importante per poter analizzare insieme le scelte che definiranno il nostro prossimo futuro post pandemia e che ci diranno verso quale modello di società ci stiamo orientando.

Proviamo a elencare brevemente alcuni degli avvenimenti che rappresentano delle opportunità di cambiamento e dei punti di svolta: la Conferenza sul futuro dell’Europa – la cui piattaforma di consultazione online è stata aperta il 19 aprile mentre l’inaugurazione sarebbe programmata per il 9 maggio -; il lungo percorso di ratifica delle risorse proprie che andranno a sostenere il grande strumento di rilancio a livello europeo Next Generation EU e il budget dell’Unione; la realizzazione dei nuovi programmi d’investimento del settennato europeo e i Recovery Plan nei vari paesi. 

La Conferenza, nata con grandi aspettative, sembra ridimensionata sia negli obiettivi istituzionali che nel percorso partecipativo della cittadinanza. Da un lato ci ha pensato il Consiglio europeo e dall’altro il Covid a ridurre e complicare il quadro d’azione. Certo è che da sola la Conferenza non può auto-avverare la prospettiva di un cambiamento necessariamente positivo. 

La prima sfida è infatti quella della legittimità che verrà data dai cittadini e dalla società civile a questo appuntamento. La pandemia, in questo senso, è stato un grande acceleratore nel rivelare e nel rendere mainstream la percezione che ormai quasi tutte le battaglie per dei diritti o per dei valori acquisiscono un margine di certezza solo se elevate perlomeno sul piano europeo. La seconda sfida riguarda il metodo dell’esercizio democratico. Se si tratterà di un mero momento di ascolto o consultazione, sarà destinato a suscitare indifferenza o ulteriore frustrazione e rabbia. Si è passati dal tacito consenso al “post Maastricht blues” principalmente perché i cittadini europei sono stati convinti (spesso da una classe dirigente colpevole) che l’Europa esistesse e fosse capace di risolvere i problemi e di ascoltarli. Purtroppo, non è così.

Il processo d’integrazione è lungi dall’esser stato completato e l’Ue ha meno capacità d’incidere di quello che gli europei immaginano, da qui una grande delusione alimentata dall’utilizzo dell’Europa-capro espiatorio di tutti i mali della politica nazionale. Occorre fare attenzione a non buttare altra benzina sul fuoco dei nazionalismi ora temporaneamente placati da una risposta europea efficace alla crisi pandemica (dopo i grossi errori che erano stati fatti nel gestire quella dei debiti sovrani). E qui ci colleghiamo alla terza sfida, quella che riguarda il risultato. Gli europei non possono essere ingannati all’infinito: o lo spirito trainante sarà quello di un reale momento costituente (ovvero che possa realizzare un’Europa capace di rispondere alle loro aspettative) oppure la Conferenza sarà solo l’ennesima sala d’attesa per milioni di cittadini già disillusi.

Intanto, il nostro presente continua ad assottigliarsi sotto il peso delle crisi. Il contesto che stiamo vivendo richiede una presa di posizione davvero collettiva e trasversale e per questo è forse ancora più importante cogliere l’indicazione che arriva dell’80° anniversario dalla scrittura del Manifesto per un’Europa libera e unita, meglio conosciuto come Manifesto di Ventotene. Sicuramente un’occasione per riscoprire un testo pluricitato (ma letto davvero poco) e a volte profondamente strumentalizzato, ma soprattutto per attualizzarne il significato. 

È impossibile riuscire a elencare tutte le storture del nostro tempo. Nella società vediamo diffondersi la disuguaglianza, l’emarginazione e la precarietà insieme alla perdita di fiducia nell’avvenire. Continuamente assistiamo all’erosione dello Stato di diritto, dei principi democratici e dei valori che fondano la stessa Unione da parte di molti governi europei. Continua una diffusa e progressiva violazione dei diritti, soprattutto delle donne e di chi si ritrova ancora oggi in uno stato sistematico di profonda discriminazione, anche istituzionale. E ancora, una ignobile vergogna che riguarda la politica che stiamo avvallando nel Mediterraneo con i mancati salvataggi, gli scandali di Frontex e l’aberrazione di quello che accade ai confini tra Ue e Stati dell’area di vicinato, senza contare un’impalcatura ormai consolidata di finanziamento a Stati terzi, come la Turchia, che tengono sotto scacco l’Ue e acuiscono l’emergenza umanitaria di chi oggi non ha diritto ad avere diritti. E, infine, l’emergenza climatica con una distanza abissale tra l’andamento attuale e gli obiettivi di Parigi. 

Gli autori del Manifesto ci direbbero che a essere in crisi non è l’Europa, ma la nostra “civiltà moderna”. Si tratta di una nuova crisi di sistema, un “interregno” (per dirla con Gramsci) in cui il vecchio non muore e il nuovo ancora non può nascere. Questo è il punto nevralgico che riguarda i due anni a venire, non si tratta solamente di decidere quali politiche attuare o come rispondere in modo contingente all’ennesima urgenza. Dobbiamo definire in quale modello di Europa e di società globale intendiamo vivere, quali valori attuare e come farlo. Per questo è arrivato il tempo di progettare chi vogliamo essere domani in Europa e nel mondo, dare una risposta di sistema, così come fecero Rossi e Spinelli sull’isola di Ventotene.

Dalle politiche alle istituzioni, occorre ritrovare l’ambizione di progettare il domani per intere generazioni a cui stiamo chiedendo di pagare tutti gli errori e la miopia con cui si sono gestiti oltre dieci anni di crisi. Occorre rimettersi in cammino e riorientarsi. La prospettiva, allora, di una costituzione europea che ponga le basi di un’Europa compiutamente democratica, solidale e federale rappresenta oggi un progetto in cui poter davvero forse ritrovare la speranza.

Perché la domanda che ormai dobbiamo porre alla politica in un momento in cui tutti si scoprono europeisti è «Sì l’Europa, ma quale?».

Ursula Hirschmann disse in uno dei suoi interventi che «il possibile se davvero possibile, lo si può cominciare a realizzare oggi stesso». Dobbiamo smettere di avere paura. Siamo tutti chiamati a definire il prossimo passo: cittadini, società civile, partiti, governi, parlamenti nazionali e parlamento europeo, istituzioni su tutti i livelli. Il conto alla rovescia è partito, sta a noi ora trovare il coraggio per definire il tempo della nostra risposta.  

*Diletta Alese, Executive Board member della JEF Europe – Young European Federalists

*Giulio Saputo, Coordinatore dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dei Giovani