30 aprile 1993Il giorno in cui cominciò il grande pogrom contro la politica

Il lancio delle monetine contro Craxi al Raphaël, raccontato da Filippo Facci, è un momento unico e decisivo della nostra storia, ma è anche il nostro giorno della Marmotta, l’inizio di una catena di eventi destinati a ripetersi all’infinito

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Filippo Facci ha scritto un libro bellissimo, 30 aprile 1993 (Marsilio), che si legge con autentico dolore, perché aggiunge pochissimo ai fatti, agli atti e alle parole dei protagonisti di quella giornata. Politici, magistrati, giornalisti (soprattutto giornalisti). E obiettivamente non è un bel vedere. In questo assomiglia a un altro bel libro dedicato allo stesso tema, con titolo simile e stesso editore, scritto nel 2016 da Mattia Feltri: Novantatré.

La giornata che dà il titolo al libro di Facci è quella in cui tirarono le monetine contro Bettino Craxi, e non è ancora finita. Perché il 30 aprile 1993 da un certo punto di vista è uno spartiacque, un momento unico e decisivo nella storia dell’Italia contemporanea, ma da un altro punto di vista – anzi, da milioni di altri punti di vista – è il nostro giorno della Marmotta, l’inizio di una catena di eventi destinati a ripetersi all’infinito.

È un libro anche personale, che racconta il modo in cui la vita dell’autore si sia intrecciata alla vicenda politica e giudiziaria culminante in quella giornata. E no, questa affermazione non è in contraddizione con quella di poche righe sopra, sull’autore che lascia parlare i fatti, ne è semmai la conferma. Perché è proprio la natura dell’argomento a costringere tutti – autore, lettori, recensori – a fare i conti con la propria biografia e magari con la propria coscienza. Con quello che si pensava, si diceva e si faceva allora. Con quello che si è pensato, si è detto e si è fatto poi.

Io in quei giorni del 1993 avevo appena compiuto quindici anni, mi ero da poco iscritto al Pds, e probabilmente, se avessi letto allora il libro di Facci, lo avrei trovato orrendo.

Perché il libro tratta anzitutto la genesi di un piccolo tentativo di linciaggio, il lancio delle monetine contro Craxi davanti all’Hotel Raphaël di Roma, dentro un linciaggio molto più grande, e perfettamente riuscito, di cui io stesso ho respirato l’aria e condiviso molti degli slogan che oggi mi appaiono, se non i più atroci (quelli mi illudo di non averli condivisi mai), certamente i più fessi. Ma oggi so anche come la storia sarebbe proseguita, e posso tentare di ricollocare i fatti di allora in una linea di sviluppo coerente con quel che è venuto dopo.

Oggi parlerei dunque di una sorta di pogrom antipolitico, che ebbe nel 1993 i suoi accessi più violenti contro i socialisti, e contro le personalità più in vista del pentapartito, ma che nel corso del tempo – come è sempre accaduto nella storia con fenomeni simili, che hanno una natura carsica – si sarebbe ripresentato ciclicamente, sebbene mai con la violenza travolgente della prima eruzione.

E questo è certamente un bene, se non altro per la riduzione del numero delle vittime (pensiamo per esempio all’uso spaventoso della carcerazione preventiva), ma è al tempo stesso anche un male, se il motivo di tale riduzione a livelli, diciamo così, fisiologici, indica anzitutto e per l’appunto questo: che il fenomeno dello strapotere della magistratura, in collusione con i giornali (con chi ci scrive e con chi li pubblica), e dunque della soggezione della politica, e della fragilità dello stato di diritto, appartiene oggi alla fisiologia del sistema. Si è cioè cronicizzato. È diventato la norma.

Così ora andando a rileggere quel che scrivevo nel 2016, sull’Unità, a proposito del libro di Mattia Feltri, ritrovo l’esempio dell’infame sfilata imposta nel febbraio del 1993 a Enzo Carra con le manette ai polsi (schiavettoni, per la precisione), per «false o reticenti dichiarazioni al pm», uno dei pochi casi che almeno per un momento sollevò allora un minimo di indignazione, e la sostanziale indifferenza con cui era stata accolta, in quei giorni del 2016, la notizia del sindaco di Lodi portato via in manette per il reato di turbativa d’asta. E ci ritrovo anche le parole dell’allora neopresidente dell’Anm, ed ex pm di Mani pulite, Piercamillo Davigo: «Nessuno viene messo dentro per farlo parlare; viene messo fuori se parla, che è una cosa diversa» (19 aprile 2016), pressoché identiche a quelle del capo del pool di Milano, Francesco Saverio Borrelli, pronunciate oltre vent’anni prima: «Non incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato» (4 giugno 1993).

Se dovessi scrivere la storia della mia personale presa di coscienza della degenerazione del sistema dovrei partire però da dieci anni prima, dovrei parlare del caso Unipol nel 2005-2006 e della pubblicazione dei verbali di intercettazione, che da allora non ha trovato più freni, quando al centro della campagna di demonizzazione finirono i vertici dei Ds, ex Pds, partito che nel 1993 era tra quelli che più soffiavano sul fuoco. A conferma di come evidentemente, per prendere coscienza della caccia alle streghe, tu debba esserti trovato almeno una volta dalla parte delle streghe, o perlomeno nei dintorni del rogo.

Non ripercorrerò dunque le tante vicende note e meno note dettagliatamente descritte da Facci, a partire dal modo in cui proprio coloro che avevano aizzato una vergognosa campagna di delegittimazione contro Giovanni Falcone, accusandolo di tenere nei cassetti le prove dei delitti di mafia e di essersi venduto al potere, in particolare proprio ai socialisti, dal giorno dopo la morte del magistrato si trasformassero nei suoi più accesi paladini, utilizzandone la memoria per continuare, con gli stessi metodi, lo stesso genere di campagne.

So bene che i tanti episodi raggelanti che potrei citare, nella maggior parte dei casi, non otterrebbero altro effetto che quello di confermare nel lettore ciò che già pensava. Ma non è colpa di Facci, è colpa dei fatti. Perché i fatti, in Italia, specialmente quando si parla di politica e giustizia, hanno questa speciale equanimità: confermano sempre i pregiudizi di tutti.

Un muro di gomma dinanzi al quale non resta che un’ultima, disperata, muta risorsa retorica: indicare lo spettacolo dell’Italia e della politica italiana di oggi, figlie legittime del grande rinnovamento di allora.