Buco nell’acquaLa missione Ue per monitorare l’embargo di armi in Libia è un insuccesso

L’operazione aeronavale Irini dell’Unione Europea è stata prolungata fino al 2023. Josep Borrell ne ha celebrato i risultati, ma secondo l’Onu il divieto è totalmente inefficace. Anche la lotta al commercio illecito di petrolio e il contrasto al traffico di esseri umani hanno dato scarsi risultati. Ma almeno Bruxelles «ha provato a fare qualcosa per risolvere la situazione, a differenza di altri attori», spiega Luigi Scazzieri, analista del Centre for European Reform

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«Possiamo essere criticati perché non facciamo abbastanza. Ma facciamo molto. E comunque siamo gli unici a fare qualcosa». C’è del vero in ognuna delle parti di questa frase con cui Josep Borrell si è rivolto ai componenti della missione EUNavForMed Irini nella base di Sigonella. L’operazione aeronavale dell’Unione Europea per monitorare l’embargo delle armi alla Libia, che compie un anno esatto, è stata rinnovata pochi giorni fa fino a marzo 2023.

L’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza ne ha rimarcato i «rilevanti risultati» e il ruolo di strumento «unico e imparziale» nel supporto all’embargo di armi in Libia. Un embargo, però, appena definito «totalmente inefficace» dalla squadra di esperti delle Nazioni Unite che si occupa dell’area. Nonostante gli sforzi di Irini, gli armamenti continuano ad affluire indisturbati nel Paese nordafricano.

«Non credo sia corretto parlare di “responsabilità” di Irini», dice a Linkiesta Luigi Scazzieri, analista del think-tank Centre for European Reform. «È stato un tentativo molto debole, ma con Irini l’UE ha provato a fare qualcosa per risolvere la situazione, a differenza di altri attori». Le navi della missione hanno veleggiato controvento: mentre l’Unione Europea tentava di bloccare l’afflusso di armi in Libia, altri membri dell’Onu aggiravano il divieto, in palese violazione della risoluzione delle Nazioni Unite che sancì l’embargo nel 2011.

Sospetti molto prossimi a certezze aleggiano su Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Russia: tutti Stati che hanno rifornito, in diversi modi e quantità, gli arsenali di una delle due fazioni in lotta nella guerra civile libica. Secondo la missione in Libia dell’Onu, inoltre, a fine 2020 si trovavano in territorio libico 20mila soldati stranieri. Fra questi ci sono le truppe turche inviate a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj e i mercenari della Wagner, formazione paramilitare controllata dalla Russia, dislocati al fianco del generale Khalifa Haftar e del suo Esercito Nazionale Libico (LNA): le potenze straniere combattono da anni una guerra per procura tra Tripolitania e Cirenaica, al fine di proteggere i propri interessi geopolitici o economici. 

Se la colpa del fallimento dell’embargo non può essere imputata a Irini, ciò che avviene fra le onde del Mediterraneo deve aver provocato in alcuni casi più di un fastidio a Bruxelles. Il 10 giugno del 2020, ad esempio, la nave greca della missione HS Aegean provò a ispezionare un’imbarcazione battente bandiera della Tanzania, la Cirkin.

Le richieste da parte dei militari europei vennero respinte dal comandante della Cirkin e sulla sua scia apparvero tre fregate dell’esercito turco, risolute nel sostenere che la nave si trovasse sotto la loro protezione. La Cirkin attraccò l’indomani a Misurata, scaricando in segreto ciò che trasportava: molto probabilmente armi destinate al GNA, si legge nel rapporto dell’Onu. Solo tre mesi dopo, a fatto compiuto, l’UE sanzionò la compagnia di navigazione turca che gestiva la nave.

Non è possibile sapere se una tale dinamica si sia riproposta in altre circostanze. I rapporti di Irini sono strettamente riservati e ai tempi il comandante della missione, il Contrammiraglio Fabio Agostini, fu piuttosto parco di dettagli durante un’intervista a Radio24. Sulla domanda in merito de Linkiesta, Irini comunica che «svolge il suo mandato nel pieno rispetto delle risoluzioni dell’Onu, del diritto internazionale e delle regole di ingaggio approvate dai Paesi Membri dell’Unione Europea». 

In situazioni simili, gli agenti di Irini non hanno il mandato per imporre un’ispezione coercitiva a una nave. Ma potrebbero essere proprio questi i casi in cui viene violato l’embargo. «Quando la missione fu lanciata, sembrava che potesse avere un ruolo nel bloccare fisicamente le consegne di armi, almeno per via marittima. Ma alla fine Irini é stata solo una missione di monitoraggio, per cui l’impatto sulle consegne é stato praticamente nullo», spiega Scazzieri.

Al momento del rinnovo delle operazioni, Irini aveva condotto nove ispezioni, 2300 controlli navali e più di 200 monitoraggi tra porti, piste d’atterraggio e velivoli aerei. Il risultato sono 22 rapporti di violazioni strettamente confidenziali, di cui si sa però che nove favorivano il GNA e 12 il LNA. Proprio l’azione costante di pattugliamento della missione ha contribuito a stilare il rapporto delle Nazioni Unite che decreta il fallimento dell’embargo. Irini può guardare, quindi, ma non toccare.

Irini e i migranti: in 12 mesi nessun salvataggio
Oltre all’obiettivo principale di monitoraggio sull’embargo libico, il mandato di Irini prevede tre compiti secondari: la lotta al commercio illecito di petrolio, il contrasto al traffico di esseri umani e l’addestramento di Guardia Costiera e Marina libica. 

Quest’ultimo punto non è stato fino a ora messo in atto, spiegano fonti ufficiali della missione, perché per realizzarlo è necessario un accordo con l’autorità libica. Ai tempi del governo di Fayez al-Sarraj questa intesa non è stata trovata, ci si riproverà quest’anno con il nuovo esecutivo di unità nazionale presieduto da Abdul Hamid Dbeibah, che dovrebbe guidare la transizione pacifica fino alle elezioni del prossimo dicembre.

Il dibattito sulla questione migratoria si è spesso intrecciato a quello sui rifornimenti militari alla Libia, anche perché l’operazione Sophia, l’antecedente di Irini, aveva come obiettivo principale lo smantellamento delle organizzazioni che lucrano sull’immigrazione clandestina e la distruzione dei loro mezzi.

Con Irini, tuttavia, il focus si sposta decisamente sulle armi destinate alla Libia, un aspetto che era stato aggiunto alle regole d’ingaggio di Sophia nel 2017 come missione collaterale. Questo non ha garantito al Comitato politico e di sicurezza (Cps), organo composto dagli ambasciatori dei 27 Stati Membri, da cui dipendono le missioni militari, una gestazione facile della missione.

Al momento della nascita di Irini, infatti, Malta avanzò il dubbio che le tre navi della sua flotta e i sette velivoli da monitoraggio potessero costituire un fattore d’attrazione per le persone desiderose di raggiungere l’Europa, aumentando così involontariamente le partenze via mare dalle coste africane. Il tema dev’essere stato dibattuto a lungo: nel mandato della missione si stabilisce che l’autorizzazione alle operazioni di Irini dev’essere rinnovata dal Cps ogni quattro mesi, solo dopo essersi assicurati che essa continui a non costituire un pull factor per i migranti.

Difficile asserire il contrario, considerato anche che in 12 mesi le imbarcazioni ai comandi di Agostini non hanno condotto nemmeno una operazione di salvataggio, a cui sono comunque tenute, in caso di necessità, dal diritto internazionale. 

Piuttosto, l’efficacia del lavoro di Irini potrebbe in futuro incidere sui push factor delle migrazioni dal Nord Africa. una Libia finalmente pacificata potrebbe fare molto comodo ai governi che sperano di ridurre i flussi sulla rotta del Mediterraneo Centrale, anche nel 2021 la tratta marittima più mortale d’Europa.

In quest’ottica c’è chi vede di buon occhio un allargamento delle competenze di Irini, da supervisore di un embargo fallito ad attore capace di vigilare concretamente sul controllo della tregua in Libia. «Non bisogna confondere le due cose», ha detto Borrell durante la sua visita al quartier generale della missione a Roma, ammettendo tuttavia che l’UE potrebbe valutare in futuro questo tipo di coinvolgimento. 

L’Onu ha già una sua missione sul campo, UNSMIL, che tra le altre cose dovrebbe garantire il cessate il fuoco attualmente in vigore. Ma non è escluso che le Nazioni Unite possano fare affidamento sull’UE in futuro, sottolinea Luigi Scazzieri: in caso di scarsi risultati, l’opzione europea guadagnerebbe peso.