Chip l’ha visto?La penuria di semiconduttori frena la produzione degli apparecchi tecnologici (auto comprese)

Prima il lockdown, che ha interrotto le catene di trasporto e ha ridotto le vendite di veicoli e strumenti elettronici. Poi l’improvvisa impennata della domanda di device conseguente alla diffusione dello smartworking e della didattica a distanza. Infine, la ripresa dei consumi. In più, la guerra commerciale tra Washington e Pechino. La difficoltà di approvvigionamento dei microcomponenti in silicio coinvolge tutto il mondo (e arriva fino a Baranzate)

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Nessuno è immune dalla crisi che sta interessando ormai da mesi la produzione di componenti elettronici. Nemmeno Apple, una delle migliori aziende al mondo quando si parla di gestione della catena produttiva, capace di lanciare quasi simultaneamente in tutto il globo nuovi prodotti in decine di milioni di pezzi. Secondo le ultime indiscrezioni, il colosso di Cupertino si è visto costretto a riprogrammare la produzione dei nuovi modelli di iPad e MacBook per non compromettere l’approvvigionamento dei componenti per il nuovo iPhone 13, in arrivo il prossimo autunno. Il motivo? La penuria di chip.

I microchip, e i semiconduttori di cui sono fatti, sono il cervello dei nostri apparecchi tecnologici. Questi minuscoli componenti grandi solo una manciata di nanometri (un miliardesimo di metro) si trovano praticamente dappertutto: dai forni a microonde agli smartphone, dai missili balistici alle automobili. In un’automobile poi ce ne sono decine: nei finestrini elettrici, nel computer di bordo, negli airbag, nei sensori di parcheggio. Attorno ai semiconduttori ormai gira il mondo. Niente di nuovo, se non fosse che negli ultimi mesi qualcosa nella catena di approvvigionamento si è spezzato. E chi ha provato a comprare la nuova Playstation 5 forse se ne è accorto.

Tutto è iniziato dalla pandemia: con i lockdown le catene globali del valore hanno subito interruzioni della produzione, del trasporto di beni e delle forniture; e la dimensione del danno è stata proporzionale alla lunghezza delle catene e al numero di confini attraversati, con onde d’urto che dallAsia orientale si sono propagate rapidamente in tutto il mondo. L’avvento del Covid ha indotto i principali clienti delle aziende di chip – tra cui le case automobilistiche – a tagliare la produzione e a sospendere gli acquisti di semiconduttori per un mercato previsto in calo.

Nel frattempo, smartworking e didattica a distanza entravano nel vivere comune, con l’esplosione della domanda di dispositivi elettronici. E l’industria dei microchip, abituata a lavorare secondo il principio del “just-in-time” minimizzando le giacenze di magazzino per contenere i costi, non ha potuto fare altro che riorientare la propria fornitura verso le aziende tecnologiche. Ma i colli di bottiglia erano dietro l’angolo: quando alla fine del 2020 la domanda delle case automobilistiche è tornata a crescere, i produttori di chip si sono ritrovati con l’acqua alla gola (complice anche il fervore natalizio per gli acquisti di elettronica di consumo).

Come se una pandemia globale non bastasse, una serie di infelici contingenze hanno aggravato le strozzature nella produzione: in Giappone l’azienda di semiconduttori Renesas è stata investita tra febbraio e marzo prima da un terremoto e poi da un incendio devastante. Sempre a metà febbraio l’ondata di gelo in Texas ha costretto la sudcoreana Samsung a interrompere la produzione nello stabilimento di Austin. Mentre della nave portacontainer Ever Given rimasta incagliata nel Canale di Suez si è parlato a lungo.

Verrebbe da dire che piove sul bagnato, se non fosse per la siccità che ha colpito in questi mesi Taiwan. Il gigante Tmsc (Taiwan Semiconductor Manufactoring Company) è infatti il primo produttore al mondo di chip con la sua megafonderia allo Hsinchu Science Park di Taipei e detiene il monopolio nei semiconduttori più avanzati (quelli sotto i 10 nanometri). Perché se è vero che i chip hanno in principio dato il nome alla Silicon Valley – il silicio è un semiconduttore – è pur vero che da tempo la California ha perso il primato mondiale e la regina indiscussa Intel ha dovuto cedere lo scettro ai concorrenti asiatici. Ecco perché se si ferma l’Asia, per il Covid o per la siccità, si ferma il mondo intero.

Tmsc ha chiesto di recente alla sua clientela internazionale di accettare un aumento dei prezzi, necessario per far fronte all’impennata della domanda globale di microchip. E se le aziende tecnologiche sono riuscite ad accaparrarsi le forniture dopo l’inizio dell’emergenza, a fare le spese della carenza di chip è stato soprattutto il settore automotive.

General Motors ha già chiuso temporaneamente tre impianti in America e dimezzato la produzione di due impianti in Corea; Ford ha tagliato il 20 per cento della produzione nel primo trimestre; e nel resto del mondo dalla Toyota alla Volkswagen molte grandi case automobilistiche hanno avviato analoghe revisioni delle linee produttive. Anche Stellantis ha subito il contraccolpo: in almeno cinque impianti, tra gli gli Stati Uniti, il Canada e il Messico, la produzione è stata sospesa. La stessa sorte è toccata allo stabilimento di Melfi per una decina di giorni e potrebbe colpire anche quello di Pomigliano.

La crisi dell’industria dei microchip non poteva non catturare l’attenzione di Joe Biden. Già alla fine di febbraio il presidente americano con un ordine esecutivo aveva blindato alcuni prodotti considerati vulnerabili ed essenziali per l’economia nazionale: tra questi anche i semiconduttori. E nel maxipiano di investimenti decennale da oltre 2mila miliardi di dollari – l’American Jobs Plan – circa 50 miliardi sarebbero destinati proprio a questo settore.

Ma non è finita qui, perché la scorsa settimana Biden ha convocato alla Casa Bianca gli amministratori delegati di 19 grandi compagnie, per trovare al più presto una soluzione. Tra loro anche il ceo di Stellantis Carlos Tavares e il numero uno di Intel Pat Gelsinger, che ha subito raccolto l’appello di Biden. La società californiana consentirà infatti ai fornitori di chip per auto di usare le sue fabbriche per rispondere alla domanda dei costruttori.

A complicare il quadro c’è il fatto che l’emergenza semiconduttori avviene sullo sfondo della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il cui impatto ha già sconvolto molte catene produttive globali. Gli Stati Uniti ospitano i più grandi venditori mondiali di microchip, come Intel, Qualcomm, Broadcom, Micron Technology, Nvidia; tra i primi nella progettazione di dispositivi e di software, ma non nella fabbricazione materiale. In sostanza, non dispongono di fonderie.

In America, come in Europa, si è preferito esternalizzare la produzione di chip sulla sponda opposta del Pacifico. E dopo l’embargo imposto da Donald Trump nei confronti delle aziende cinesi, come il colosso dei semiconduttori Smic, Taiwan è diventata uno snodo indispensabile. Ecco perché a Washington è suonato un campanello d’allarme quando i lockdown del 2020 hanno paralizzato la logistica globale: che accadrebbe – si sono chiesti i vertici militari americani – se la Cina dovesse bloccare le rotte navali che da Taiwan e dalla Corea del Sud riforniscono l’America di microchip?

Ed ecco quindi che ha preso piede il piano per l’autarchia americana. L’Amministrazione Biden sta cercando di incentivare la produzione domestica, anche facendo accordi bilaterali con le economie dell’Asia orientale che già operano nel settore. La stessa Intel ha annunciato un investimento di 20 miliardi di dollari, destinato ad aumentare, per realizzare due nuove fabbriche di chip in Arizona. Ma gli esperti ammoniscono che ricostruire una supremazia americana nei semiconduttori non è faccenda di poco conto.

Anche l’Unione europea punta a incrementare i microchip fatti in casa. La strategia di Bruxelles svelata a marzo nel piano “2030 Digital Compass” prevede che entro la fine del decennio l’Europa produca il 20 per cento dei semiconduttori all’avanguardia (oggi la quota di mercato è intorno al 10 per cento). Un obiettivo ambizioso che sarà foraggiato con le risorse targate NextGenerationEu.

L’Italia di Mario Draghi, dal canto suo, ha fatto eco alla linea Biden. Pochi giorni fa il presidente del Consiglio ha annunciato di aver impedito con il golden power la vendita del 70 per cento di un’azienda italiana, la Lpe di Baranzate, nel milanese. La società, attiva nello sviluppo di reattori epitassiali usati per la produzione di semiconduttori, era caduta nelle mire della compagnia cinese Shenzen Invenland Holdings. Il primo veto di Draghi su un’intera operazione e il primo vero sgarbo a Pechino. Segno che la guerra dei chip ha investito anche la provincia.