Lotta di classe a ManhattanPerché a New York sta crescendo l’ostilità contro i ricchi

Nella città americana devastata dalla pandemia viene visto come un oltraggio il rifiuto da parte delle classi più abbienti di pagare più tasse. Ma la situazione è più complicata: c’entra la politica e soprattutto l’ideologia. Tanto che alcuni progettano di trasferirsi in Florida

Fotografia di Ben O Bro, da Unsplash

Per alcuni è una nuova era, propiziata dall’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Per altri è un cammino inesorabile, i cui segni nella città erano evidenti da tempo. Alcuni, addirittura, parlano di nuova lotta di classe. Fatto sta che, se in superficie può sembrare soltanto una questione di soldi e nuove tasse, la sensazione è che a New York stia aumentando l’ostilità nei confronti dei più ricchi.

Prova ne sarebbe, secondo questo articolo del Financial Times, la decisione da parte dell’assemblea dello Stato di New York di aumentare le tasse a chi guadagna più di un milione di dollari all’anno. Il gettito fiscale aumenterebbe di sette miliardi. Andrew Cuomo, il governatore, si è opposto (e forse si arriverà a un compromesso al ribasso: cioè 4,3 miliardi di dollari), ma l’annuncio ha scosso gli animi dei cittadini più abbienti della città, che da tempo si sentono sempre meno apprezzati.

Il clima, politico e non solo, è sempre più ostile. Ai ricchi vengono attribuite le colpe per le debolezze strutturali emerse con la pandemia. A loro vengono rinfacciate le disuguaglianze, li collegano alle carenze nei servizi, giustificano le difficoltà. La città, insomma, è divisa.

Lo conferma al quotidiano britannico anche Richard Ravitch, ex vice-governatore della città, che salvò la Grande Mela dalla crisi degli anni ’70. «Non ho mai visto una demonizzazione del genere». Ed è notevole, dal momento che proprio in quel decennio molti dei cittadini più facoltosi avevano lasciato la città per trasferirsi in Florida, portando con sé anche aziende e uffici. Un esodo che, oggi, alcuni minacciano di rifare.

«Una volta esisteva un senso di comunità tra datori di lavoro e cittadini, uniti dall’obiettivo di uscire dalla crisi». Adesso non c’è niente di simile in giro. Anzi: i più abbienti, dopo le manifestazioni di Black Lives Matter della scorsa estate si sentono sempre più in pericolo. E la nuova tassazione somiglia, più che un richiamo a un atto di solidarietà, a una scelta ideologica.

Tutti quei soldi, spiegano, non sono necessari. Il bilancio è più sano del previsto – merito di un gettito fiscale dai volumi inaspettati e, soprattutto, del piano di stimoli economici promosso da Biden – e il deficit risulta contenuto.

Resta però il dato politico. La pandemia, oltre alle 31mila vittime (gran parte delle quali povere e di colore), ha cancellato 500mila posti di lavoro, chiuso migliaia di esercizi e attività e, addirittura, portato alla chiusura anche delle scuole statali.

Il piano dei Democratici, che governano – attraverso l’Assemblea e il sindaco – la città, è quello di rovesciare tutto. Stabilire pagamenti per i lavoratori in prima linea, creare finanziamenti per i disoccupati, fissare uno stipendio minimo per chi lavora nelle consegne, fondare un corpo di sanità pubblica cittadino e concedere trasporti gratuiti.

È un cambio di paradigma, cittadino e nazionale, che mira ad abbandonare l’ortodossia economica top-down, inaugurata da Ronald Reagan secondo cui tocca ai più ricchi generare ricchezza, attraverso la loro attività economica, anche per il resto della popolazione.

Il vento sta cambiando? Il timore è quello. A destare allarme è la coincidenza del piano di tassazione con la prossima tornata elettorale. A giugno si voterà per le primarie del candidato democratico (sicuro vincitore, in una città dove sette elettori su otto sono Dem) e la paura è che la scelta ricada ancora su un nome «ideologico».

Si teme cioè che il prossimo cittadino somigli più all’uscente Bill De Blasio – che nel 2013 riuscì ad alienarsi le simpatie dei rappresentati del mondo economico cittadino in una sola cena – che a un rassicurante Michael Bloomberg.

Secondo Stephen Ross, a capo di The Related Companies e monarca del settore immobiliare della città, le elezioni «saranno le più importanti di tutta la nostra vita». L’esito sarà decisivo per il destino di New York, che potrà o «riprendersi oppure marcire». La memoria torna ai famigerati anni ’70, quando una città abbandonata a se stessa portò alla fuga dei metà delle aziende più importanti.

Il tempo della ripresa sarebbe venuto più tardi. Con Rudolph Giuliani come sindaco (anni prima dell’impazzimento trumpiano) la città raggiunse l’obiettivo sicurezza, facendo crescere il valore degli immobili e, di conseguenza, arricchendo anche le casse cittadine.

Il suo successore, poi, fu un miliardario. Michael Bloomberg lanciò un agenda improntata a sviluppo e investimenti, il cui segno più notevole fu il completamento del complesso immobiliare Hudson Yards, un piano di 25 miliardi che portò a nuovi grattacieli, condomini e centri commerciali sulla riva ovest di Manhattan.

L’arrivo di De Blasio fu un arresto improvviso, il segno che qualcosa stava cambiando. La conferma del sospetto arriverà con la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez nel 2018, imponendosi su un potentissimo Joseph Crowley, e poi ancora con il rifiuto di ospitare il secondo quartier generale di Amazon ai Queens nel 2019. In quel caso la prospettiva dei 25mila nuovi posti di lavoro non bastò a convincere gli attivisti di sinistra, contrariati dalla politica di vantaggi fiscali promessi da Cuomo a Bezos. E il progetto venne abbandonato.

Nel cahier de doléances contro i ricchi della città, insomma, c’è la sensazione di un sistema di tassazione ingiusto che infragilisce la città (lo pensano i più giovani, che appunto non hanno conosciuto gli anni ’70).

Ma c’è anche la sensazione che molte delle grandi aziende abbiano nel tempo indebolito i loro legami con New York, assumendo al contrario una prospettiva globale. Il tutto a discapito di un eventuale attaccamento civico. E ancora, c’è la sensazione di ingiustizia, resa ancora più grave dalla rilevazione che un miliardario come Donald Trump sia riuscito, per anni e in modo legale, a non pagare le tasse.

Il clima, insomma, sta cambiando. Ed ecco che la Florida diventa una alternativa sempre più valida. Tra i nomi più importanti che si sono trasferiti a Miami c’è l’investitore Carl Ichan, mentre la stessa Goldman Sachs sta spostando a Palm Beach parte del suo ramo di asset management.

È in Florida, insomma, che si ritrovano ora banchieri, manager, broker e altri professionisti del settore. Fanno affari e approfittano del clima.

Ma per capire se si tratta di un fenomeno passeggero o di una scelta definitiva si dovrà aspettare. Almeno fino a settembre, quando riaprirà la stagione di Broadway. Sarà il momento in cui si vedrà se la noiosissima Florida, pur con le sue tasse basse e il clima accogliente, avrà la meglio sulla frizzante, unica, New York.