Perno artisticoPuntare sulla cultura farà aumentare il benessere degli italiani (e anche il nostro Pil)

Il Prodotto interno lordo è da quasi un secolo la misura universale dello stato di salute delle nazioni, ma per ritrovare prosperità e pianificare una ripresa economica si deve coinvolgere l’immenso patrimonio culturale e naturale dell’Italia

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Il Pil (Prodotto Interno Lordo) è da quasi un secolo la misura universale dello stato di salute macro-economica di un paese e del confronto con gli altri: buona se cresce (fase di espansione), cagionevole se è ferma (stagnazione), cattiva se diminuisce (recessione).

L’espansione è necessaria per sostenere e possibilmente ridurre il debito pubblico e per migliorare il benessere complessivo del paese, favorendo i consumi e quindi l’occupazione, lo sviluppo degli investimenti pubblici e privati, delle infrastrutture, del welfare, dell’istruzione, della sanità e di molto altro.

Perché allora non ci riconosciamo in questa misura, ovvero abbiamo la sensazione che non rappresenti davvero il nostro benessere?

Da un punto di vista tecnico il Pil ha parecchie lacune: non considera le sperequazioni reddituali, fiscali, patrimoniali e finanziarie, a partire dalla distribuzione della ricchezza prodotta (in Italia il 5% della popolazione possiede oltre il 40% della ricchezza netta, per un valore pari a quello dell’80% della popolazione); non intercetta l’enorme peso della finanza rispetto all’economia reale (il sistema finanziario supera di oltre 6 volte il Pil).

Non riesce, ovviamente, a misurare l’economia sommersa (stimata in circa il 12% del Pil con oltre 3,5 milioni di lavoratori irregolari) e quella informale (familiare, volontariato, …), né tantomeno quella illegale (oltre l’1% del Pil); conteggia e quindi considera fattore positivo l’economia dannosa per l’uomo (ad esempio l’industria delle armi e del tabacco) e per l’ambiente (come le attività di deforestazione e di produzione inquinante), senza tener conto delle conseguenze (70.000 decessi all’anno causati solo dall’inquinamento).

Ma soprattutto è ben evidente che il Pil non osserva i fattori ulteriori, rispetto alla situazione economica, che istintivamente associamo al benessere quotidiano nostro e dei nostri famigliari, quali la salute, la sicurezza, i valori etici e identitari, l’educazione e la cultura, la soddisfazione e la competenza professionale, i rapporti sociali, l’equilibrio tra lavoro e tempo libero (divertimento, sport, viaggi, …), il senso di giustizia e di equità sociale, la bellezza dell’ambiente naturale ed urbano in cui viviamo…

Per considerare tutto questo avremmo bisogno di rilevare il nostro Bil (Benessere Interno Lordo), oltre che il Pil, esigenza che ha portato l’Italia, a partire dal 2013, a dotarsi di un sistema di misurazione e di valutazione del benessere dei cittadini. Il nostro paese pubblica ogni anno il Rapporto Bes (Benessere Economico e Sostenibile), contestualmente al più noto Def (Documento di Economia e Finanza), che analizza 130 indicatori sintetizzati in 12 categorie: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione, ricerca e creatività, qualità dei servizi.

Nel quadro di questo sforzo, più che apprezzabile, di rappresentare e soprattutto di pianificare il nostro progresso a 360 gradi, è entrata a piè pari la tragedia della pandemia Covid-19, con la sua strage sanitaria, economica e sociale che ha destabilizzato le poche o presunte certezze e i tanti embrioni di progetti per cercare di migliorare il futuro, nostro e del pianeta che ci ospita.

Oggi tutti ci chiediamo come e quando riusciremo a ripartire e le istituzioni europee e nazionali sono tutte impegnate a risponderci, con gli strumenti a loro disposizione: Ngeu (Next Generation EU) e Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

Se consideriamo il ruolo che ha in tutto questo la Cultura, scopriamo un minimo comune multiplo tra Pil, Bil e Ngeu/Pnrr : la Cultura è sempre e soltanto uno dei capitoli, sia pur diversamente considerata in quanto componente di produzione di reddito, di indicatore di benessere, di capitolo di investimento e di spesa.

Ora, è evidente che applicando l’indiscutibile principio “divide et impera”, che nella programmazione macro-economica si declina necessariamente nella scomposizione e ricomposizione di capitoli e di indicatori, la Cultura sia uno di questi, ma ciò non significa legittimare una solo apparente gerarchia tra le discipline economiche e sociali e la Cultura, perché sarebbe non solo un grave errore di superficialità, ma perfino un’ancor più grave inversione di verso del nesso causale.

Nella vita reale, non in quella rappresentata da numeri e statistiche, è la Cultura l’energia che muove il progresso, non da millenni ma da milioni di anni (dall’Età dei Metalli alle civiltà Mesopotamiche, Egiziana, Greca, Etrusca, Romana, Maya, Cinese e così via) e a maggior ragione oggi, perché l’interconnessione globale raggiunge tutti in ogni angolo del mondo in tempo reale (non a caso chiamiamo “virali” i contenuti in rete di maggiore diffusione istantanea).

Non solo l’arte ma tutte le discipline umanistiche e scientifiche – comprese le scienze economiche, politiche e sociali – e tutte le competenze, indipendentemente dal fatto che derivino dall’istruzione o dall’apprendimento sul campo, sono Cultura (pensiamo al valore immenso della creatività e del know-how degli artigiani, fondamenta del Made in Italy), così come i valori linguistici, identitari, sociali ed etici che prima ancora che dalla scuola impariamo dalla nostra comunità di insediamento, a partire da quella famigliare.

Il rapporto tra economia e Cultura, in particolare, è sintetizzato meglio di qualunque trattato dalle celebri parole di Silvio Ceccato: «Se tu mi dai una moneta e io ti do una moneta ognuno di noi ha una moneta. Se tu mi dai un’idea e io ti do un’idea ognuno di noi ha due idee».

Andando oltre, tutti sappiamo che dalla sinergia tra le due idee ne nasce una terza e poi una quarta e così via, ma a maggior ragione che diffondendo queste idee in rete si innesta un moltiplicatore di valore aggiunto davvero pandemico.

Arriviamo così al punto: invertiamo il paradigma e facciamo delle nostre comunità e del nostro paese il punto di origine di un sistema di propagazione di Cil (Cultura Interna Lorda), che alimenti il Bil e di conseguenza il Pil.

Partiamo dal basso, dai nostri figli che, mentre eravamo impegnati a depredare il pianeta e a farci spazio sgomitando a scapito di altri nel lavoro e nella società, sviluppavano una coscienza ecologica, sociale e quindi culturale tutta loro, ben più profonda della punta dell’iceberg rappresentata da Greta Thunberg e da pochi altri aspiranti leader. Questa coscienza è l’essenza stessa della Cultura moderna ed è tanto positiva quanto contagiosa, i ragazzi ce l’hanno trasmessa proprio quando la pandemia ci ha rinchiusi in casa e abbiamo dedicato loro il tempo e le attenzioni che prima sprecavamo altrove.

Abbiamo scoperto così che i giovani sono molto più interdisciplinari di noi, quindi potenzialmente più talentuosi, come lo sono stati i maggiori geni nella storia dell’umanità: Aristotele, Leonardo, Copernico, Galileo, Cartesio, Newton, Einstein e molti altri.

Ora tocca a tutti noi affermare e diffondere con orgoglio il nostro credo nei diritti umani e dell’ambiente e quindi nella giustizia sociale, a sua volta fondata sulla dignità, la cultura, l’aggregazione, le capacità di collaborazione e di mutualità delle persone, come base per lo sviluppo sostenibile delle famiglie, delle scuole, delle aziende, delle organizzazioni, delle comunità in cui operano e quindi dell’intera società: innestiamo così una pandemia culturale che non potrà che sconfiggere quella sanitaria ed economica.

Qualche segnale di erosione dei baluardi economici da parte dei valori sociali lo si vede già oggi: se anche considerassimo con qualche riserva, che ritengo immeritata ma comunque comprensibile, le campagne di comunicazione sui temi degli investimenti e delle aziende sostenibili, rispettivamente Esg (Environmental, Social and Governance) e Csi (Corporate Social Responsability), sul piano pragmatico non mancano casi reali che fanno riflettere.

Solo pochi giorni fa l’avvocato Giovanni Lega citava, in un suo intervento all’autorevole Merger & Acquisition Summit 2021 del Sole 24 Ore, il caso della valutazione di un’azienda che è cresciuta del 20% rispetto ai parametri fissati nel corso della due diligence, perché è emerso che aveva alle sue dipendenze 2 operatori con mansioni apparentemente estranee all’attività sociale, ma in realtà impegnati a tempo pieno ad effettuare interventi conservativi su edifici ed aree verdi utilizzate dalla comunità locale, senza fare campagne di comunicazione ma semplicemente opere. Una breve indagine ha consentito di verificare quanto questi interventi fossero apprezzati dalla collettività e quindi contribuissero all’opinione diffusa di eccellenza sui valori sociali dell’azienda, tanto che la nuova proprietà ha incrementato da 2 a 19 i dipendenti dedicati a tali attività.

La contaminazione della cultura nel benessere e nell’economia ha ovviamente molte altre leve oltre a queste, a partire dall’immenso patrimonio artistico, culturale e naturale del nostro paese, tanto importante per settori economici strategici sia per l’occupazione sia per il contributo al Bil e al Pil, ma ragionare in termini più ampi di Cil ci porterà a traguardi e soddisfazioni ben più ambiziosi, finora poco delineati e ancor meno pianificati.

A mio sommesso modo di vedere, questa è vera linfa per la Ripresa e la Resilienza e sono certo che le nostre istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali ed internazionali, la utilizzeranno al meglio per tutti noi.