Cattive acquePerché Erdogan vuole creare un doppione dello stretto del Bosforo

Il parlamento turco ha approvato la costruzione del “Canale Istanbul”, l’infrastruttura voluta dal Capo di Stato che collegherà Mar Nero e Mar di Marmara. Il progetto però potrebbe rendere più difficoltoso l’approvvigionamento idrico per la città e rovesciare gli equilibri storici e geopolitici con la Russia

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Lo scorso mese il parlamento turco ha approvato la costruzione del “Canale Istanbul”, un’infrastruttura che collegherà Mar Nero e Mar di Marmara. Il nuovo canale creerà così un doppione artificiale dello stretto del Bosforo, ovvero di quella che al momento è l’unica via di comunicazione marittima tra i due mari, e quindi un passaggio obbligato – assieme allo stretto dei Dardanelli – sulla tratta Mar Nero-Mediterraneo. Il canale sarà lungo 45 km e costerà circa 7,65 miliardi di euro.

La mossa, fortemente caldeggiata dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan fin dal 2011, è considerata un azzardo. E non solo perché rischierebbe di sconvolgere gli equilibri ambientali del pezzetto di Turchia europea che andrebbe a incidere, come denunciato tra gli altri dal sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu. Il 40% dell’acqua consumata dagli abitanti (15,5 milioni) di Istanbul, che è circondata da mari, quindi da acqua salata, arriva dalla Turchia europea, sicché il nuovo canale, bisecando il territorio, renderebbe più difficoltoso l’approvvigionamento idrico.

Gli equilibri che più preoccupano sono però quelli geopolitici. Tanto che a inizio aprile più di 120 ambasciatori e 104 ex ammiragli turchi hanno sottoscritto due lettere (separate) per chiedere ad Ankara di rinunciare al progetto. Il governo ha bollato l’iniziativa degli ex ammiragli come un tentativo di interferire sulla politica interna del paese, e sono subito scattati detenzioni e indagini contro alcuni dei firmatari.

Perché un banale canale potrebbe rivelarsi così destabilizzante? Perché se oggi l’accesso per e l’uscita dal Mar Nero tramite il Bosforo sono regolati da un trattato estremamente delicato, la Convenzione di Montreux, nei piani di Ankara il passaggio attraverso il Canale Istanbul non sarebbe gestito nel rispetto di questo accordo internazionale.

La Convenzione di Montreux, siglata nell’omonima cittadina svizzera nel 1936, garantisce inter alia il diritto alle navi non militari di attraversare gli stretti di Bosforo e Dardanelli, prevedendo che il passaggio di quelle militari sia invece soggetto a limitazioni diverse in base al fatto che l’imbarcazione batta o meno la bandiera di uno dei sei Stati prospicienti il Mar Nero (Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia e Georgia). Le navi militari di paesi terzi non possono pesare più di 15 mila tonnellate singolarmente e le 45 mila come flotta e possono trattenersi nel Mar Nero per un massimo di 21 giorni.

Nella lettera sottoscritta dagli ammiragli in pensione, la Convenzione di Montreux viene definita «la più grande vittoria diplomatica della Turchia», cui permise di rimanere neutrale durante la Seconda guerra mondiale. Secondo i graduati, la costruzione del Canale Istanbul potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora. Non essendo più tenuta a garantire un trattamento di favore agli paesi rivieraschi, la Turchia potrebbe lasciare libero accesso al turbolento Mar Nero anche a navi Nato. La Russia non sarebbe probabilmente molto entusiasta di scorgere al largo dalle proprie coste portaerei battenti bandiera americana o tedesca.

In un quadrante, peraltro, già infuocato: dopo l’annessione della Crimea (2014), tutt’oggi ritenuta illegittima da Nato e Ue, Mosca controlla una notevole fetta della riva settentrionale del bacino, sul quale inoltre si affaccia – via Mar d’Azov – anche il Donbass, territorio de iure ucraino ma occupato da ribelli armati, foraggiati e protetti dal Cremlino.

Chi paventa che lo scacco matto di Ankara possa innescare un’escalation diplomatica e forse militare ha la storia dalla sua. Vista la sua centralità strategica, la diatriba su chi e cosa abbia il diritto di attraversare i due stretti che segnano il confine tra Europa ed Asia si trascina infatti da più di due secoli.

Per la Russia la mancanza di un collegamento diretto coi mari caldi è sempre stato un’onta dolente. Nell’epoca di Caterina la Grande il controllo di Bosforo e Dardanelli, i due stretti che permettono ai russi di riversarsi nel Mediterraneo e dà lì diramarsi nel resto del globo venne identificato come una priorità strategica. Nel 1833, la Russia, dopo la sconfitta della Sublime porta nella prima guerra ottomano-egiziana, ottenne per la propria flotta il diritto esclusivo al transito attraverso il mar di Marmara. Già sette anni più tardi, tuttavia, il Regno Unito impose la Convenzione degli stretti, proibendo il passaggio a qualunque nave militare.

Poco meno di un secolo più tardi, al collasso dell’Impero ottomano, con il Trattato di Sèvres (1920) le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale liberalizzarono interamente il passaggio attraverso gli stretti di qualunque nave, militare e commerciale, privando i turchi di una prerogativa esistenziale. Tre anni più tardi, l’ennesimo cambio palco: con il Trattato di Losanna (1923) la sovranità degli stretti veniva assegnata a quella Turchia appena nata sulle ceneri dell’Impero ottomano – con l’obbligo, però, di demilitarizzarli.

Nel 1936 arrivò la Convenzione di Montreux, il contratto su cui si è basato lo status quo mantenuto finora. Ankara acquisiva la sovranità sugli stretti, il diritto di militarizzarli e – articoli 20 e 21 – anche il diritto di impedire il transito a qualunque imbarcazione che rappresenti una “minaccia” per la Turchia, legittimata a valutare essa stessa l’esistenza e l’entità di tale minaccia. In più, come accennato sopra, accesso garantito a tutte le navi commerciali, accesso limitato alle navi militari di paesi non rivieraschi.

La pacificazione di questo quadrante, in passato così convulso, ha avuto i suoi risultati: ogni anno per il Mar di Marmara transitano oltre 50 mila navi.

A fronte dello sgarbo di Ankara, Mosca potrebbe invocare una revisione della Convenzione di Montreux, innescando un effetto domino potenzialmente deleterio per la stessa Turchia, per cui le condizioni iscritte nel trattato sono evidentemente molto favorevoli.

La Turchia pare però pronta a correre il rischio pur di ribadire la sua supremazia di casellante incontrastato del Mar nero. Come ipotizzato dalla Nato Foundation, la Turchia, che sa di non essere abbastanza influente per negoziare da una posizione di vantaggio una riforma della Convenzione di Montreux, punta a mettere la comunità di fronte al fatto compiuto e rilanciarsi così come potenza regionale che reclama un posto al tavolo delle potenze globali.