Tocca al biografo di RothL’incapacità di separare l’uomo dall’artista (oddio, ho scritto uomo!)

Considerare diversamente l’essere umano con relative malefatte e le opere che è in grado di produrre, anziché essere un concetto banale, è diventato un atto rivoluzionario

AP Photo/Andrew Medichini

C’è una famosa foto d’una donna francese che manifesta reggendo, in corteo, un’ascia, di quelle che in tempi normali si usano per la legna e in epoca di terrore si usano per le teste. Sull’ascia c’è un cartello: pour séparer l’homme de l’artiste. 

La richiesta di considerare diversamente l’essere umano con relative malefatte, e le opere che è in grado di produrre, è una richiesta egoista: perché devo rinunciare a guardare i quadri di Caravaggio solo perché era un assassino? Non è una punizione per lui: è una punizione per me. 

Coi morti, ti spiegano i militanti postmoderni, è diverso: non incassano diritti d’autore. Quindi puoi ascoltare Wagner senza particolari complessi di colpa rispetto al suo nazismo; ma devi dire che proprio non riesci più a guardare i film di Woody Allen, ora che l’opinione pubblica ha deciso sia un pedofilo. 

A me sembra un meccanismo psicologico buffissimo, quello di adulti che, consumando un prodotto culturale, pensino alla moralità dell’autore o dell’interprete. Mentre Holden Caulfield monologa, tu pensi che però Salinger s’è comportato proprio male con Joyce Maynard. Mentre Frank Underwood complotta, tu non riesci a non sdegnarti all’idea che Kevin Spacey abbia messo le mani addosso a qualche ragazzino. Mentre canticchi Ruby Tuesday, sei tormentato all’idea che Mick Jagger facesse le corna a Marianne Faithfull. Mentre il coro greco contrappunta La dea dell’amore, ti chiedi se Mia Farrow non stesse per caso dicendo la verità. 

Non si tratta dell’uomo e dell’artista: si tratta del reato (eventuale) e di tutto il resto. 

E quindi: la biografia di Philip Roth. Sembra ieri che il problema del tomo che sta su tutti i tavolini da caffè delle case del ceto medio riflessivo, anche se nessuno l’ha aperto (son più di novecento pagine, cosa pretendete), era il suo svelare che Roth era un maniaco sessuale. Svelarlo a chi non ne aveva mai sfogliato le opere, che per decenni non hanno svelato quasi altro. 

Poi, all’improvviso, il problema è diventato il biografo, Blake Bailey. Che avrebbe violentato un paio di donne, ricostruisce il New York Times dopo che un tal Edward Champion (segnatevi questo nome, poi ci torniamo) aveva nei giorni scorsi riportato accuse più blande (Bailey avrebbe insidiato alcune sue studentesse, negli anni 90, dando oltretutto loro da leggere Lolita). 

Questa è la parte in cui bisogna dire che lo stupro è una cosa molto brutta e che nessun uomo dovrebbe mai stuprare nessuna donna. È un’ovvietà che darei volentieri per scontata prima di passare a parlare del dettaglio che mi pare più interessante, ma è un venerdì molto indaffarato e non posso trascorrerlo a smistare accuse di condonare lo stupro. Quindi rimarchiamolo: siamo tutti contro lo stupro. Tutti tranne gli stupratori, suppongo. 

Tornando al cartello francese, e alla consuetudine di privare d’una carriera gli uomini della cultura e dello spettacolo che si siano macchiati di reati sessuali: perché? 

Perché l’editore americano ha fermato la ristampa prevista della biografia, e sospeso la promozione del libro, in seguito alle accuse all’autore? (In Italia la biografia era prevista in uscita nel 2022. Scommetto che quelli di Einaudi contano sul fatto che tra un anno nessuno si ricordi più di questo pasticcio). 

Essere un maniaco sessuale rende la sua biografia meno accurata? (Anzi: forse lo qualifica per fare da biografo a un maniaco sessuale). 

In che modo il libro ha a che fare con la fedina penale? (Fedina penale peraltro inesistente, per ora: nessuno l’ha ancora denunciato o processato o condannato). 

A meno che uno non scriva If I did it (il libro in cui OJ Simpson ammiccava alla propria colpevolezza rispetto all’omicidio dal quale era stato assolto), in che modo è immorale vendere o comprare o leggere o apprezzare un libro scritto da un criminale? Ah, già: poi incassa i diritti d’autore. 

Edward Champion, dicevo. È un bookblogger, solo che invece di fotografare cappuccini smaschera scrittori più di successo di lui ma non all’altezza del loro successo. 

Nel 2012 aveva accusato un giornalista d’aver plagiato Malcolm Gladwell. Nei commenti del post d’accusa, era dovuto intervenire lo stesso Gladwell a rimarcare l’ovvio: l’accusa riguardava una citazione (d’un libro di William Goldman, il più famoso sceneggiatore americano del secolo scorso), e giacché quella frase, «Nessuno sa niente», l’avevano prima e dopo Gladwell citata in migliaia (me compresa, ma questo Gladwell non lo sapeva), difficilmente poteva trattarsi di plagio. 

Nel 2014 si era fatto cacciare da Twitter dopo aver scritto cose violentissime su una giornalista che non gli pareva degna delle lodi che riceveva; e poi minacciato una scrittrice, rea d’aver tradito la sua amicizia, di svelare chi fosse in possesso di sue foto nuda; e dopo aver infine minacciato il suicidio – insomma, una personcina equilibrata. 

Improvvisamente, ieri diventa il primo che ha parlato dell’immorale del giorno, diventa uno dei buoni, diventa quello che sta dalla parte giusta del linciaggio; e quindi – sul suo ennesimo account Twitter – gioiva del momento di gloria che lo vedeva disvelatore d’altrui molestie sessuali. 

Per la verità il post – dal sobrio titolo “L’oscura e manipolatoria vita di Blake Bailey” – in cui parlava delle ragazzine che BB avrebbe insidiato era abbastanza folle: sosteneva che ci fossero intoccabili nel mondo editoriale e che nessuna accusa sessuale sarebbe bastata a frenare l’ascesa di Bailey; se pensi che un’accusa sessuale non faccia danno, nel presente culturale americano, la lucidità intellettuale non è la tua principale qualità. 

Comunque. Ieri twittava «Alcuni veterani del giornalismo – gente che sta sugli scaffali della mia libreria e che ammiro tantissimo e con cui non avevo mai parlato – mi hanno mandato messaggi molto carini». Era il momento in cui quello che saluta dietro l’inviato del tg si sente finalmente uno della televisione. 

Poi però ti metti a cercare chi sia, e trovi, come sempre accade, i casi in cui non era accusatore ma accusato. Trovi la solita morale nenniana rispetto ai moralizzatori: che, a fare a gara di purezza, c’è sempre un più puro che ti epura. Trovi che, più che distinguere l’artista dall’uomo, bisognerebbe acquisire la consapevolezza che scagliatori di prime pietre e linciati sono quasi sempre indistinguibili.

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