Che fare?Roma o non Roma, i turbamenti del giovane Zingaretti

Sulla corsa a sindaco della Capitale il Partito democratico non ha ancora trovato una soluzione. L’ex segretario e attuale presidente del Lazio sarebbe la scelta più ovvia, ma non ci sono certezze. Il problema è che l’attesa logora chi il potere non ce l’ha, ovvero Roberto Gualtieri

LaPresse

Ieri abbiamo contattato cinque autorevoli parlamentari romani per capire se alla fine Nicola Zingaretti scenderà in campo a Roma, e abbiamo ricevuto tutte risposte diverse. C’è chi ci ha detto che «tutti sanno che Nicola dira sì: questa è tutta una recita»; chi lo esclude categoricamente; chi tende a escluderlo ma non si sa mai; chi ritiene che «non adesso ma fra un mese Nicola si potrà candidare, e dunque bisogna spostare le primarie». Tutto off the records, ovviamente.

Quanto al Nazareno, non ci si sbilancia ma si prende ancora tempo per una decisione, entro metà maggio (prima era entro aprile ma vabbè), e il bailamme di retroscena viene imputato alle lotte interne al Pd romano, discendente di un partito che in effetti litigava persino quando il sindaco Ds Walter Veltroni nel 2006 prendeva il 62% al primo turno, figuriamoci adesso che è abbastanza in crisi.

La questione qui non è solo politica in senso stretto. Se fosse tale la scelta sarebbe ovvia. Dentro Zingaretti per battere avversari forti, ciascuno a suo modo, come direbbe Pirandello: Virginia Raggi, Carlo Calenda e forse Guido Bertolaso.

Invece si è tutti appesi ai turbamenti del giovane Nicola («Törless adesso si sentiva molto scontento e brancolava invano cercando qualcosa di nuovo che potesse essergli di sostegno», Robert Musil, “I turbamenti del giovane Törless”, 1906), incerto tra la fedeltà alla «mia comunità, non lascio la nave in piena pandemia» e il salvataggio politico di Roma aeterna, nonché di quel Nazareno da cui pure fuggì disgustato che in caso di sconfitta nella Capitale subirebbe una lesione non da poco.

Messo così, il turbamento di Zingaretti in fondo sarebbe persino nobile. Ma la vicenda si inzacchera a sentire certi ragionamenti politicisti, incomprensibili fuori dal Palazzo. Tipo che i grillini, che sono con il Pd nella giunta laziale di Zingaretti, non vogliono che si vada a votare lo stesso giorno per Regione e Comune, un pasticcio anche per il Pd che dovrebbe fare nel Lazio una campagna con i grillini e a Roma contro i medesimi grillini, in un esercizio che metterebbe in difficoltà persino Arturo Brachetti nei suoi fulminanti cambi d’abito. Discorsi da ceto politico.

Ma tornando ai turbamenti, bisogna fare i conti con una personalità complessa come quella dell’ex segretario del partito, che la lasciato la poltrona dalla sera alla mattina, e in questo senso ha ragione chi dice che «da Nicola ci si può aspettare di tutto», considerando anche che l’uomo potrebbe preferire, a quanto si dice, un futuro impegno relativamente più distaccato, da parlamentare semplice. Dopo tanti anni in prima fila tra scorta e superlavoro, la cosa ci starebbe e non sarebbe agevole da criticare.

Ma allora perché Zingaretti non la fa breve e chiarisce senza tante perifrasi che lui non scenderà in campo? Questa incertezza, ci è stato spiegato, legittima l’idea che «sia tutta una recita» e che magari fra due-tre settimane Nicola sospirerà il suo sì per la gioia del suo giro e anche di Enrico Letta.

Il problema è che l’attesa logora chi il potere non ce l’ha, parafrasando il divo Giulio, ed è il caso di Roberto Gualtieri, la seconda scelta del Pd – e già questo è abbastanza umiliante, per un ex ministero dell’Economia – costretto ad attendere i turbamenti del vecchio compagno dai tempi della Sinistra giovanile quando ancora c’era il Muro di Berlino: forse un altro al suo posto si sarebbe alzato e andato via. Ma al di là di tutto, è chiaro che il suo rosolamento a fuoco lento rappresenta già adesso per Gualtieri un bel po’ di piombo nelle ali mettendolo in difficoltà ancor prima che la festa cominci.

«Mancano ancora sei mesi», ci ha detto un importante parlamentare di Roma per attenuare la problematicità della situazione. È vero, ma considerando che c’è l’estate di mezzo oggettivamente il tempo delle decisioni sta scadendo. Mentre la vecchia, scettica Roma ha tutt’altro per la testa, e obiettivamente non ha torto.