Mattarella bis?Per il bene dell’Italia, Draghi non può (ancora) traslocare al Quirinale

Una eventuale uscita da palazzo Chigi di Super Mario getterebbe di nuovo il Paese fuori dal circolo virtuoso che si sta già disegnando. Il presidente del Consiglio ha già creato un suo spazio politico e sta calamitando quell’area riformista che non riesce minimamente a strutturarsi

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A parte qualche irriducibile di vario conio che ha votato contro e i meloniani che si sono astenuti perché non hanno avuto il tempo di leggerlo (sic), il Piano di resistenza e resilienza firmato Mario Draghi è stato approvato dal Parlamento, pronto per essere inviato a Bruxelles dove la Commissione è stata già istruita dal presidente del Consiglio, che gioca tutto il suo prestigio per porre il Piano al riparo da brutte sorprese: i tempi in cui gli olandesi facevano ballare la rumba a Giuseppe Conte sono ormai lontani.

Il Piano deve partire presto ma i suoi sono tempi lunghi. La nuova Italia non si fa, come pensava Massimo D’Azeglio, in pochi giorni: per questo, come ha scritto il direttore de Linkiesta, si pone fin da adesso il tema della permanenza di Mario Draghi più a lungo possibile alla guida del governo, essendo egli la figura più forte – per prestigio internazionale, competenza, equilibrio e carisma – per guidare l’Italia nell’orizzonte della sua rinascita. 

Benissimo dunque l’approvazione del Pnrr che già produce qualche effetto benefico sulle aspettative di settori produttivi importanti, ma si può star certo che una eventuale uscita di Draghi da Palazzo Chigi getterebbe di nuovo il Paese fuori dal circolo virtuoso che si sta già disegnando. Per queste ragioni l’ipotesi che l’attuale presidente del Consiglio traslochi l’anno prossimo al Quirinale sembrerebbe entrare in contraddizione con l’esigenza primaria di attuare le riforme di struttura prospettate nel Piano di resistenza e resilienza. È un elemento da considerare fin da adesso, pur ancora lontano dell’apertura dei grandi giochi quirinalisti.

Ora, è noto che Sergio Mattarella non ha intenzione di prolungare la sua presidenza oltre la scadenza dei sette anni, dunque ai primi mesi del 2022. È ovvio che la volontà del Capo dello Stato costituisce un elemento fortissimo e anzi imprescindibile. Ma chi può escludere – e risulta che questo interrogativo aleggi anche negli ambienti del Quirinale – che di fronte a una richiesta larga a Mattarella di un bis motivata non con l’ammissione dell’impotenza della politica, come fu nel caso del secondo mandato di Giorgio Napolitano, ma con la superiore esigenza nazionale di condurre in porto le riforme e il rilancio del Paese, le cose potrebbero cambiare?

In ogni caso, se Draghi evitasse il Quirinale non sarebbe inverosimile una sua scesa diretta in campo alle elezioni politiche del 2023. In realtà – forse malgré lui – il presidente del Consiglio ha già creato un suo spazio politico: e senza parlare banalmente di un partito di Draghi bisogna però cogliere il fatto che la sua figura – cresciuta con tutta una serie di atti, dai discorsi parlamentari alle conferenze stampa al bellissimo discorso al Museo della Liberazione di via Tasso, a Roma – sta calamitando quell’area riformista che guarda caso non riesce minimamente a strutturarsi e anche a fare breccia in pezzi di centrodestra e del Pd isolando le estreme, come si diceva una volta. 

Se tutto questo è anche solo parzialmente vero, ecco che Mario Draghi potrebbe giocare un ruolo in uno schieramento progressista a suo agio nel far propri i contenuti del Pnrr, arricchendolo, fornendo così una torsione particolare al disegno di una riedizione Ulivo versus destra che è l’asse della strategia di Enrico Letta. Non sarebbe certo un danno avere un altro colpo in canna, specie se si chiama Mario Draghi, l’uomo della rinascita.