Spleen di PalermoI dati taroccati sono l’ultima manifestazione del male oscuro siciliano

Se le accuse sulle presunte irregolarità relative ai numeri dei contagi si rivelassero vere, saremmo di fronte al segno definitivo della decadenza dell’isola. Il suo sfaldarsi morale ed economico era stato previsto da scrittori e intellettuali, mentre i suoi figli migliori sono intanto fuggiti altrove

Fotografia di Vas Soshnikov, da Unsplash

Gli antichi la chiamavano Melancholia, se ne preoccupò Aristotele, ne incise una raffigurazione Albrecht Dürer nel 1514 e, secoli dopo, ispirò l’omonimo film di Lars von Trier del 2011; per i poeti del Decadentismo, da Baudelaire a Verlaine, fu spleen; Eugenio Montale cantò «Il male di vivere ho incontrato» in “Ossi di seppia” del 1925. Giuseppe Berto lo evocò con motivi autobiografici nel romanzo del 1964 intitolato “Il Male oscuro” che vinse nel medesimo anno i premi Campiello e Viareggio ed ispirò nel 1989 il film di Mario Monicelli interpretato da Giancarlo Giannini e Stefania Sandrelli, con le musiche di Nicola Piovani.

Parliamo della malinconia profonda, un sentimento talvolta distruttivo, una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto a vivere passivamente, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione di un’immodificabile impotenza rispetto a fenomeni nei quali non si possa avere un ruolo determinante.

Una cappa che sembra avvolgere in queste ore la Sicilia, a seguito dell’ordinanza di 248 pagine emessa dai magistrati trapanesi nei confronti di esponenti di spicco dell’Assessorato regionale competente in tema di possibili e gravi irregolarità circa la comunicazione dei dati quotidiani della pandemia all’Istituto Superiore di Sanità.

Ribadendo la necessaria presunzione di innocenza riporttiamo l’accusa scritta nell’ordinanza: aver alterato i dati sulla pandemia Covid-19, il numero dei positivi e dei tamponi, per evitare il passaggio in zona rossa. Agli arresti domiciliari tre dirigenti, mentre l’assessore alla Salute Ruggero Razza, insieme al suo vice capo di gabinetto, è indagato per falso materiale e ideologico. Sentito in serata dal pm si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Secondo le intercettazioni telefoniche, alla dirigente Letizia Di Liberti aveva detto «i morti spalmiamoli un poco». In sostanza è arrivato il numero dei decessi relativo a tre giorni prima e l’assessore chiede che non vengano caricati nel bollettino di un giorno soltanto ma divisi nei giorni a seguire.

Secondo chi indaga, in questo modo l’intero monitoraggio sarebbe stato falsato al fine di evitare, già nei mesi scorsi, la dichiarazione di zona rossa e le conseguenze, tristemente note, sulle attività produttive in una realtà già depressa di suo.

Comunque vada il procedimento, una bufera di proporzioni gigantesche si abbatte ora sul governo regionale, guidato da Nello Musumeci. Fu votato dal 39.9% dei siciliani e con una risicata maggioranza nell’Assemblea Regionale, spesso pomposamente ed erroneamente indicato come il più antico parlamento del mondo. Ad oggi Musumeci non è non indagato ed già indicato piuttosto come vittima dell’eventuale inganno perpetrato nei suoi confronti dai collaboratori. Intanto, il fondatore di Diventerà Bellissima – il movimento autonomista e meridionalista la cui denominazione si ispira ad una celebre frase di Paolo Borsellino riferita alla Sicilia e che ottenne il 5,96% alle elezioni regionali del 5 novembre 2017- ha assunto l’interim della Sanità.

Ci si augura che nella scelta dell’eventuale successore di Ruggero Razza non si rivolga a personaggi divisivi come nel caso dell’Assessore alla Cultura e all’Identità siciliana.

Ottimi cronisti sapranno nei prossimi giorni seguire gli sviluppi giudiziari e politici della vicenda che intanto esplode fragorosamente in una regione che ha conosciuto un susseguirsi di sventure sin da quando l’elezione diretta del presidente fu istituita nel 2001.

Qui rileva ripercorrere gli anni da allora trascorsi e le conseguenti delusioni che i siciliani hanno provato nei confronti di un’istituzione nata in anni lontani per rivendicare attraverso l’Autonomia Speciale il proprio retaggio regale e l’unicità della propria esperienza storica e culturale su cui non mi soffermerò perché nota ai più.

Auspicando che un diverso destino attenda l’attuale presidente, la nuova indagine devasta la Regione Sicilia, già provata dalle inchieste che negli anni hanno coinvolto tutti i presidenti di Regione di qualsiasi colore politico. Nessuno escluso. Totò Cuffaro, governatore Udc dal 2001 al 2008, è stato condannato definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento personale verso persone appartenenti a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.

Subito dopo viene eletto Raffaele Lombardo, del Movimento per le Autonomie, condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, poi il 31 marzo 2017 la Corte d’Appello di Catania lo condanna a 2 anni di reclusione per voto di scambio.

Rosario Crocetta, presidente dal 2012 al 2017, eletto con il centrosinistra, simbolo dell’antimafia a Gela, subisce diverse condanne della Corte dei Conti ma soprattutto è indagato dalla Procura di Caltanissetta per corruzione in atti contrari a un dovere d’ufficio: secondo l’accusa sarebbe stato asservito agli interessi dell’ex leader di Confindustria Antonello Montante, che gli avrebbe finanziato la campagna elettorale. Oggi Crocetta risiede a Tunisi, come tanti altri pensionati italiani che vi hanno riscontrato un vantaggio fiscale e un minor costo della vita.

Ai siciliani rimasti nell’isola a convivere con i ritardi endemici su molteplici piani restano le mai smentite tragiche profezie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di Gesualdo Bufalino e di Leonardo Sciascia, mentre i giovani più coraggiosi e brillanti sono da tempo altrove a rivendicare il loro diritto ad affermare i propri meriti raccogliendo i frutti di studi e di impegno, sovente mortificati nei primi tentativi di farsi strada in Sicilia, nelle anticamere di questo o di quel potente di turno o nella condanna a un eterno precariato.

Un ricordo bruciante come quei boschi che puntualmente ogni anno si dissolvono per sempre che potrebbe perfino inibire il corso del fenomeno che va sotto il nome di southworking cioè della possibilità di lavorare a distanza dalla propria residenza di origine beneficiando degli indubbi vantaggi legati al clima, alla rete familiare, al più favorevole costo della vita.

Nonostante ciò, molti non rientreranno dimostrando così che la motivazione dell’esodo di allora non fu soltanto la ricerca di un lavoro adeguato alle proprie attese ma anche e soprattutto la fuga da un contesto culturale rimasto sostanzialmente immutato di cui la politica reca la più grande responsabilità aggravata dalle opportunità offerte dallo Statuto Speciale che altrove ha dignità ed esprime gli effetti di una costituzione statuale.

Né possono valere al riguardo le geremiadi e gli alti lai sovente innalzati da quanti ancora coltivano il livore e le recriminazioni di un immaginario paradiso terrestre borbonico violato dall’Unificazione di cui solo pochi giorni fa è stato celebrato il 160esimo anniversario. Argomenti che non possono giustificare le nefandezze ben più recenti.

Non vi è rapporto o classifica che vedano la Sicilia in posizioni diverse dalle ultime in ogni settore economico, in ogni ambito sociale, in ogni aspetto della qualità della vita.

A poco vale l’ossessivo ritornello della ripresa turistica che, come molti sanno, non è stata l’esito di politiche di attrazione né frutto di investimenti specifici quanto piuttosto, in larga misura, la conseguenza dell’inevitabile flessione delle presenze straniere in Tunisia e in altre aree del Mediterraneo caratterizzate da forte instabilità e dal rischio di attentati terroristici.

La Sicilia dunque è ultima, oltre che nei numeri che contano, anche nell’immaginario collettivo considerati il livello di povertà, il tasso di disoccupazione, di emigrazione giovanile, intellettuale e non. Su di essa pesa ancora l’ombra di collusioni o di contiguità tra la politica e la criminalità organizzata nelle sue innumerevoli mutazioni.

Esattamente come venti o trenta anni fa, seppur con tonalità e sfumature diverse, la Sicilia fa notizia – sovente spettacolo – per il degrado del territorio, l’insipienza della classe politica, la labirintica amministrazione, la subalternità dell’imprenditoria, l’impoverimento del ceto intellettuale, l’assenza di grandi iniziative che oltrepassino la durata programmata e consentano di apprezzarne risultati duraturi nel tempo.

Una regione di cinque milioni di abitanti non può reggersi sulla bellezza superstite dell’ambiente, che peraltro trascura, né sulla retorica del patrimonio storico e artistico specie se entrambi sono ampiamente condizionati dalla mancanza di risorse per curarne la salvaguardia, la manutenzione e uno sviluppo moderno che oltrepassi abusate categorie di intervento e un innegabile obsoleto approccio conservativo.

La Sicilia che ancora una volta, nonostante la posizione geopolitica e la tradizione di terra d’incontro, non è riuscita a trovare la propria strada per entrare nella modernità e sembra consolarsi con i ritagli di un passato spesso sopravvalutato e in qualche caso storicamente distorto.

Ecco allora il patetico trionfo del cibo di strada, dei fasti del passato, dei richiami ad una Sicilia Felicissima che non è mai esistita in quanto invece terra povera, eternamente subalterna, più furba che intelligente, ossessionata dal potere e da un cupo sentimento di dissolvimento, mascherato da una finzione di prorompente vitalità.

Può essere utile ricordare come Gesualdo Bufalino, attento conoscitore dell’animo siciliano e schivo intellettuale di provincia tardivamente riconosciuto a livello internazionale (Campiello 1981 e Premio Strega nel 1988) descrivesse l’animo dei propri conterranei nell’ Identikit del Siciliano Eccellente: « Il Siciliano… tende a surrogare il fare col dire; gode del pessimismo della volontà; ama il razionalismo sofistico; vive il sofisma come passione; è animato da spirito di complicità contro il potere, lo Stato, l’autorità, – intesi come “stranieri”; vive orgoglio e pudore in un inestricabile nodo; ha una sensibilità patologica al giudizio del prossimo; ha un forte sentimento dell’onore offeso (ma spesso solo quando il disonore sia lampante e non prima); percepisce la malattia come colpa e vergogna; ha un forte sentimento del teatro e dello spirito mistificatorio; predilige la comunicazione avara e cifrata (fino all’omertà) o in alternativa l’estremismo orale e l’iperbole dei gesti; è accecato da un sentimento impazzito delle proprie ragioni, della giustizia offesa; esibisce vanagloria virile e alterna festa e tristezza negli usi del sesso; ha soggezione del clan familiare, specialmente della madre padrona; esprime un sentimento proprietario della terra e della casa come artificiale prolungamento di sé e sussidiaria immortalità; è attanagliato da un sentimento pungente della vita e della morte, del sole e della tenebra che vi si annoda». (“Cere perse”, Sellerio, Palermo, 1985) Bufalino avrebbe rivisto oggi le proprie opinioni sui siciliani? L’automobile che lo falciò in un incrocio alla periferia di Vittoria nel 1996 ha impedito di saperlo.

Tuttavia, chi scrive lo ritiene improbabile, tenuto conto che molte delle caratteristiche descritte sono ancora oggi rintracciabili in parecchi giovani siciliani che non hanno ancora lasciato la terra in cui sono nati.

Per le decine di migliaia che sono andati altrove, spesso con titoli e qualifiche di altissimo livello, c’è da augurarsi che la profezia che Giuseppe Tomasi di Lampedusa pone sulle labbra del Principe di Salina sia ancora valida: «Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori».

Evocati due tra gli inascoltati cantori della sicilianità, spesso fraintesi e interpolati, non vi è dubbio che sul versante della politica le caratteristiche descritte da Bufalino siano ampiamente rinvenibili, visibilmente incarnate e vadano tenute presenti oggi e in futuro.

Nel tempo si sono delineate al riguardo alcune principali scuole di pensiero: da un lato si cercava il consueto Uomo della Provvidenza, un candidato cioè che incarnasse le doti del superuomo, che fosse conosciuto e riconosciuto anche fuori dall’Isola, che sapesse incantare le folle descrivendo leopardiane «magnifiche sorti e progressive».

Non sembra di averne visto alcuno all’orizzonte, se non rivolgendo all’indietro di quasi venti anni un immaginario cannocchiale che cerchi le occasioni perdute. In ogni caso, del limite e dei rischi di una tale ipotesi siamo oggi ben consapevoli.

Dall’altro lato, ha soffiato il vento della cosiddetta antipolitica. Si è dimenticato però che, come qualcuno ha notato, la vera antipolitica si astiene e non va alle urne come ampiamente dimostrato da decine di consultazioni locali e nazionali in anni recenti.

Ciò che resta è un movimentismo acefalo e confuso che avrebbe potuto coincidere con una componente generazionale di indubbio interesse, se paragonata all’età media delle classi politiche che si sono sovente manifestate negli schieramenti tradizionali. Pur con molta cautela, il sociologo della politica avrebbe potuto rintracciarvi il seme di una classe dirigente allo stato nascente che aspirasse nel tempo a costituirsi come tale ed a presentarsi agli elettori con quella concretezza e credibilità che invece sembra ormai perduta.

Non desiderando annoiare il lettore, c’è stata infine la scuola di pensiero che vedeva nell’utilità di un quadro regionale organico a quello nazionale una garanzia per la Sicilia di beneficiare di maggiore attenzione e di essere destinataria di investimenti e scelte strategiche conseguenti.

Ma qui fa difetto la memoria remota poiché qualcosa dovrebbe essere stata imparata dai casi in cui ciò si verificò, ma anche la memoria più recente, tenuto conto della posizione di siciliani ai massimi vertici dello Stato e l’algida distanza da molti di essi tenuta nei confronti della propria regione, ad eccezione, beninteso, dell’immancabile presenza nell’affollato palcoscenico su cui si recitano abusati copioni che trattano di mafia, antimafie et similia.

Se vi fosse in Sicilia una sorta di Banca d’Italia, si potrebbe fare ricorso al vivaio di dirigenti formatisi sotto la guida di maestri come Carlo Azeglio Ciampi o Mario Draghi; se in anni recenti si fosse investito in scuole di alta formazione, una ricerca fruttuosa potrebbe essere esperita tra gli allievi più brillanti di Gabriele Morello, oggi felicemente e lucidamente ultranovantenne o di Salvatore Teresi, scomparso nel 2006.

Quei cervelli ormai ultrasessantenni, hanno arricchito con le proprie capacità altri luoghi del mondo capaci di valorizzarne le doti e le competenze.

Purtroppo l’assenza del tempo futuro nella lingua, perché tale essa è, correntemente parlata dai siciliani ha fatto si che il concetto venisse sottratto ai siciliani di ieri e oggi. Ed è di ciò che la Sicilia paga il prezzo più alto, non avendo voluto guardare oltre il contingente interesse di quanti l’anno governata con provincialismo e brama di immortalità politica, frustrando e rendendo vani i tentativi coraggiosi di chi è rimasto per impegnarsi, pur consapevole di mettere a rischio il proprio destino personale.

L’ultima possibilità per evitare gli errori del passato è stata evocata dalle parole profetiche che Leonardo Sciascia scriveva già nel 1964 ad Italo Calvino: «Della Sicilia si sa ormai tutto, assolutamente tutto. Però questa compiutezza e chiarezza non vengono anche dal fatto che la Sicilia è, nella sua realtà, deserto? (…) Ormai c’è più Sicilia a Parigi che a Racalmuto, nella Milano nebbiosa, nella Torino razzista che nella Palermo mafiosa. Bisogna avere il coraggio di seguire questa Sicilia che sale verso il Nord, per trovare ragione più valida (almeno per oggi) di scrivere».

Sono trascorsi sessant’anni e ormai una Sicilia migliore sta crescendo altrove e inevitabilmente si sta contaminando con il futuro che avanza nel mondo, piuttosto che crogiolarsi nell’alibi di una nostalgia delle pur uniche ed originalissime contaminazioni del passato da cui discende.

I fatti di queste ore avvolgono i siciliani in una cupa malinconia, un male oscuro, una profonda depressione dove sembra non esserci più spazio nemmeno per l’indignazione e la voglia di riscatto che pure animarono l’Isola dopo le stragi degli anni ’90.

Come il “Pensatore” di Auguste Rodin, ogni siciliano oggi colpito dall’ennesimo inganno da parte di una politica ieri prona nei confronti della mafia oggi ostaggio del consenso ad ogni costo, si ripiega su stesso chiuso in un’indicibile solitudine in cui la malattia e il baratro economico hanno ormai condannato poco meno di un decimo della popolazione nazionale.

Chissà allora che non ci sia una via obbligatoria da percorrere, quasi una catarsi, quella della diaspora, dell’emigrazione (non solo intellettuale) per comprendere la sostanza dei fenomeni siciliani, ma anche per raccontare il ruolo che la Sicilia ha giocato, nel bene molto più che nel male, nell’intera vicenda di crescita del nostro Paese. Sicilia internazionale, ricca di risorse, capace di produrre cultura e ricchezze, ma anche di rimanerne senza.

Sul filo tenue che lega i siciliani di scoglio, quelli cioè che rimangono aggrappati alle rocce dell’isola e chiusi nei suoi confini culturali e i siciliani d’alto mare, che hanno rotto con non poca sofferenza l’incantesimo dell’insularità e navigano oggi su mari più fertili e pescosi, si gioca l’ultima scommessa per abbandonare la logora zattera di un’autoreferenzialità impossibile e di tessere una nuova vela su cui soffi quel vento del cambiamento al quale finora, per suprema arroganza, è stata negata la prua.

Un collegamento virtuoso su cui la tradizione incontri l’innovazione ed entrambe accompagnino verso il futuro. Forse è anche questo il ponte di cui la Sicilia ha la massima e urgente necessità prima che il suo tragico romanzo millenario si concluda con l’explicit con cui Giuseppe Berto volle chiudere la propria opera: «…e poi sarà tempo di dire Nunc dimittis servum tuum Domine (Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, ndr), forse è già tempo».