Classifica misticaChe milioni di persone inconsapevoli abbiano cantato Battiato rimane un miracolo

Colto e popolare, raffinato e orecchiabilissimo, ispirato da meccaniche divine e suonato in uno stile new wave tutto italiano, “La voce del padrone”, l’ellepì di quel musicista siciliano di 36 anni che amava intrecciare un’orgia di citazioni nelle sue canzoni, è un prodigio. Ed è qualcosa di irripetibile su scala mondiale

Eccolo qui, il disco che tutta l’Italia ha ascoltato e ballato nell’estate dell’82, il primo disco da un milione di copie della nostra discografia, l’inaspettato dominatore dell’etere, il centro di gravità permanente di Franco Battiato, pop anti-star. Un siciliano di 36 anni che ha attraversato fino ad allora generi su generi portando spesso le cose all’estremo, che di natura vola alto ma per la prima volta plana sulla Hit Parade per farla diventare una naturale, ineludibile conseguenza di un pop pressoché perfetto. Colto e popolare, raffinato e orecchiabilissimo, ispirato da meccaniche divine e suonato in stile new wave tutta italiana avantissima. In sintesi, un 33 giri che è un prodigio, qualcosa di irripetibile su scala mondiale: un mistico in cima alle classifiche.

Ma, come per tutti i mistici, la strada è stata lunga e tutt’altro che ordinaria anche se, riguardando indietro, assolutamente coerente.

Il giovane emigrato a Milano quando muore il papà inizia senza una lira, ma la chitarra la sa suonare, le canzoni sa scriverle e così fa i primi passi. Entra in contatto col mondo che ruota intorno al Club 64: Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber sono i suoi primi amici, e aiuta la futura moglie di Gaber, Ombretta Colli, nei suoi primi passi da cantante di musica leggera. Con Giorgio sviluppa un rapporto particolare, tutti e due nottambuli, tutti e due sull’orlo di diventare autori fuori dagli schemi, e con il maestro Giusto Pio dieci anni dopo scriverà gli arrangiamenti per quello che è probabilmente il disco più anticonformista e di rottura di Gaber, “Polli d’Allevamento”.

Nel frattempo, lascia perdere la musica leggera e nel ’72 e ’73 pubblica due album di pop elettronico d’avanguardia, “Fetus”, viaggio metafisico in una cellula, e “Pollution”, ecologia ante litteram. Vive l’ambiente milanese della Cramps, in cui si tende verso la scoperta più che verso le classifiche, e si mischia con musicisti progressivi di tutti i tipi, Area in testa. Segue il periodo di pura elettronica. La scoperta del sintetizzatore VCS3 gli apre mondi da cavaliere del cosmo, simile ad altri tappeti sonori teutonici alla Tangerine Dream: arrivano “Clic” e “Sulle Corde di Aries”, pubblicati anche in Inghilterra dalla Island.

Dal vivo, le sue esibizioni sono spesso happening bizzarri («spesso era roba francamente insopportabile») una sola nota tenuta per minuti variando le oscillazioni sonore, oppure scendeva dal palco lasciando che il pubblico salisse e si improvvisasse musicista. L’ultimo stadio di questa ricerca intellettuale è un tuffo, validato dal maestro Karlheinz Stockhausen, nella musica contemporanea, “L’Egitto Prima delle Sabbie”, due facciate di un accordo ripetuto a distanze sempre più ridotte per cui prende il Premio Stockhausen di Musica Contemporanea. Ma come negli I-Ching, arrivato a un culmine, il ciclo si è esaurito («Per mia caratteristica, una volta che raggiungo il massimo in un campo – e credo che “L’Egitto Prima Delle Sabbie” sia appunto la mia opera migliore in assoluto – trovo inutile continuare»).

Dopo aver attraversato gli anni Settanta con snobismo intellettuale, curiosità e senso della sperimentazione, con dichiarata apertura nei confronti di qualunque input e tanto rigore quanto ironia (cosa non facile), Battiato cambia percorso sia musicale sia interiore. Comincia a interessarsi in modo sempre più approfondito di misticismo: quello orientale, Sufismo prima poi Islam, Buddismo («lì è stata dura. C’ho messo molto tempo per capire che non avevo capito. Poi è andata bene…»), ma anche il misticismo cattolico con Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Scopre la pratica della meditazione da autodidatta: si sdraia e una volta la coscienza esce dal corpo («mi sono preso anche un po’ paura, e son rientrato»). Nella ricerca di qualcuno che lo possa istruire ed elevare comincia – nelle letture e poi di persona – a frequentare mistici e illuminati di ogni tipo.

Parallelamente a questa ricerca lascia l’avanguardia e sterza verso il formato-canzone. Leggenda vuole che pungolato in una disputa («ma non è difficile scrivere canzoni di successo…»), Battiato metta in atto il piano “avanguardista incontra il pop” In realtà, anche “Fetus” e “Pollution” e certi passaggi elettronici avevano qualcosa di pop, per quanto lontanissimo dal mainstream, ma questa è musica diversa. Nuova. Dal ‘79 all’81, Battiato è autore di un trittico che parte con ottomila copie vendute per crescere esponenzialmente. In Borsa, si direbbe un x125 volte. («Io avevo cominciato con la formula-canzone con molta puzza sotto il naso. D’improvviso, scopersi che era invece molto divertente»).

Si comincia con “L’Era del Cinghiale Bianco”, «un’età mitologica e magica, durante la quale ogni uomo raggiunge la conoscenza assoluta in senso spirituale», secondo gli scritti di René Guénon, scrittore francese che lascia una forte impronta sul Battiato del periodo: in un saggio uscito postumo nel 1962, “Simboli della Scienza Sacra”, Guénon analizza la figura del cinghiale, tracciando un parallelo fra la mitologia dei Celti (presso i quali il cinghiale era un animale sacro, simbolo dell’autorità spirituale) e la tradizione indù, che parla di era, o ciclo cosmico, del cinghiale bianco. Battiato si ispira anche a un altro suo libro, “Il Re del Mondo”, che con i suoi adepti forma una setta di esseri spiritualmente migliori, la quale regge le sorti del mondo e protegge gli ignari uomini. Il controllo di queste entità superiori però toglie all’uomo il libero arbitrio: «Il re del mondo / ci tiene prigioniero il cuore».

In questo album, caratterizzato da una mitologia quasi fantascientifica, ci sono momenti poetici, come “La Luna Indiana”. E il disco si chiude in dialetto siciliano con la toccante “Stranizza d’Amuri”, una love story adolescenziale sullo sfondo dei bombardamenti degli americani in Sicilia. Le musiche hanno influenze classiche, arabeggianti, il clima è intimo e trascendente, qualcosa di arcaico e spaziale insieme.

È un disco totalmente diverso, nel 1979, in pieno periodo punk/new wave, non esiste nulla del genere sulla scena. Alla EMI non lo vogliono neanche pubblicare, gli chiedono di rinforzarlo. Franco si rinchiude nello studio di Alberto Radius e aggiunge ritmica, smussa angoli difficili, lo rende più accessibile. Alla fine, il direttore Tibaldi, che nel contratto ha l’opzione per altri due se il primo supera le 10mila copie, lo pubblica. Ne venderà solo ottomila, ma è miglior disco dell’anno per la critica, e tanto basta.

Il passo successivo è “Patriots”, un album sempre breve – tutti i suoi Lp saranno intorno alla mezz’ora – ma ben calibrato, in cui c’è la sintesi di tutti gli elementi dispiegati finora. È l’Lp propedeutico al capolavoro, come “Revolver” lo è stato di “Sgt. Pepper’s” o “Fear of Music” di “Remain In Light” dei Talking Heads: il dosaggio di pop leggermente aumentato, la ritmica irrobustita, con quella chiamata alle armi, in mezzo a invettive assortite in cui si prende in giro da solo («Up patriots to arms / engagez vouz / la musica contemporanea mi butta giù») e a qualche frecciata («Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia/ che crea falsi miti di progresso»).

Poi c’è quel piccolo capolavoro che è la “Prospettiva Nevski”, con quella frase così semplice e così profonda: «Il mio Maestro mi ha insegnato / come trovare l’alba dentro l’imbrunire». È curioso che non percepisca la bellezza di quello che ha scritto: è Giusto Pio a dirgli che è un bel pezzo, e Alice lo rimarca scegliendolo per il suo nuovo album. «Ma sei sicura?», è la sua reazione.

Questa incertezza sulle sue stesse canzoni è strana, perché sull’album successivo è sicurissimo. Leggenda vuole che («uscito dal garage dove mi sono rinchiuso per un mese») vada alla EMI e dica diretto: «Questo disco venderà un milione di copie». La verità è che sembra essere in contatto con i ragazzi che comprano i dischi molto più dei discografici («mandiamoli in pensione i direttori artistici / gli addetti alla cultura»). Prova ne è “Il Vento Caldo dell’Estate”, scritto nell’80 per Alice con una lunga pausa a-ritmica al centro (cosa che la house poi canonizzerà): pronostica un numero uno al discografico che gli dice che sarà un disastro e lassù arriva, lanciando quella che sarà la sua interprete più fedele, che al Sanremo ’81, con “Per Elisa”, Beethoven in abito pop, fa saltare il banco.

Alla fine del 1981, le stelle sono allineate, il terreno propizio, il risultato solo da cogliere.

Siamo agli inizi degli anni Ottanta, si esce dal tunnel buio del terrorismo e ci si torna a muovere, a danzare, e la musica che arriva dall’Inghilterra è la new wave, che ha preso qualche elemento del punk ma va in cerca di nuove soluzioni sonore meno grezze, grazie anche al fiorire dei primi strumenti digitali. Battiato non è un ragazzo, ha fatto già un giro completo – dall’easy listening alla dodecafonica – nei territori dell’esplorazione musicale, ma qui riparte daccapo, pronto a usare tutta la sua esperienza per creare qualcosa di nuovo.

E nuovo lo è davvero: se risenti l’album adesso, ne noti qualche acerbità e col senno di poi capisci quale tappa è del suo percorso: quei collage di citazioni e messaggi apparentemente casuali sono la cifra di questo disco, quella per cui viene ricordato, ma sono solo un passaggio, presto la sua musica lascerà i pastiche indietro e andrà dritta verso canzoni con testi narrativi, ispirati, profondi, spirituali. Qui c’è tanto gioco, come se il suo essere dadaista, provocatore, degli anni Settanta avesse trovato una nuova via per manifestarsi, quella di sorprendere e confondere, lasciare intendere e sottrarsi. Musicalmente, è proprio un perfetto esempio di via italiana alla new wave, quella che Franco prende in giro insieme alla «musica finto-rock, il free jazz punk inglese, e anche la nera africana». Questo se lo ascolti adesso.

Ma quando esce alla fine del 1981, copertina disegnata dall’amico Francesco Messina con Battiato sospeso fra le palme e le stelle, quel disco è una botta pazzesca. Un frullatore nel quale getta con maestria sonorità new wave (la ritmica, le tastiere elettroniche e i sintetizzatori, la durezza della chitarra, i rinforzi ritmici delle batterie elettroniche) insieme ai cori classici dei Madrigalisti di Milano ai sax jazzati, alla sezione d’archi e all’organo Hammond.

La costante, ben rivelata in una puntata di “Masters a 33 Giri” dedicata all’album, sono le tessiture degli strumenti, strati su strati di tastiere che si intrecciano con dettagli deliziosi di sequencer e vibrafono, batterie elettroniche e chitarra ritmica (mai solista). Insomma, appena scendi sotto la superficie, trovi una concezione sonora da grande musicista, tutta la cultura musicale sua e di Giusto Pio riversata su linee melodiche orecchiabili. Ma, si sa, è più facile per un musicista colto appropriarsi di materiale semplice, piuttosto del contrario, che può dare esiti infausti.

Si apre con un’estate su una spiaggia solitaria, metafisica, ispirazione a metà fra “Einstein On The Beach” del minimalista americano Philip Glass e una canzone balneare (ma esistenziale, non sbarazzina):

«Mare mare mare voglio annegare
Portami lontano a naufragare
Via, via, via da queste sponde

Portami lontano sulle onde».

Al centro ripete il gioco a-ritmico, con ampio sollevarsi di archi, del “Vento caldo dell’estate”, e chiude un assolo di sax di Claudio Pascoli. Il resto è il contrasto – che rimarrà la sua caratteristica – fra una batteria veloce, un suono dalle molte sfaccettature e la sua voce, morbida e quasi intimista. Mixata in modo che risalti al di là del tappeto sonoro sottostante, che sia una drum machine o un’orchestra sinfonica.

È chiaro che Battiato ti porta in un mondo tutto suo, pochi possibili riferimenti con chiunque altro. Tutta la cultura assorbita leggendo qualunque cosa negli anni Settanta esce qui e là nel suo citare e mischiare senza logica apparente, prendendo alto e basso insieme e piegando il tutto alla necessità, quella di una metrica a volte breve e nervosa, a volte distesa e completa.

“Bandiera Bianca”, sorta di figlia di “Patriots”, ha una densità di citazioni strabiliante, entrano ed escono dalle strofe lasciando perplessi, come trovarsi di fronte a un puzzle che opera però su piani diversi. È il primo singolo, quello che funge da apripista, con video insieme ai Madrigalisti, col particolare del ritornello cantato in un megafono: si parte dal Dylan di Mister Tamburino e dei «tempi che stanno per cambiare», si passa per «i figli delle stelle» di Alan Sorrenti e i pronipoti di sua maestà il denaro (Paperon de Paperoni?), le tribune elettorali sulla RAI e un po’ di autoironia rock («c’è chi si mette degli occhiali da sole / 
per avere più carisma e sintomatico mistero»), Beethoven e Sinatra e Vivaldi, «gli idioti del terrore» (Br e non solo), «my only friend the end» dei Doors, mentre il ritornello è affidato a «minima immoralia», distorsione dei “Minima Moralia” del filosofo Theodor Adorno.

La frase che rimane impressa è una delle prime critiche al mondo della politica e degli affari:

«Quante squallide figure che attraversano il paese
Com’è misera la vita negli abusi di potere».

Di fronte a tutto questo, la conseguenza naturale è che «sul ponte sventola bandiera bianca», citazione dalla poesia del 1849, “L’ultima ora di Venezia” di Arnaldo Fusinato. Filosofia e citazioni pop, invettiva e autoironia, il mix vive sugli estremi, ma solo se ti fermi ad analizzare, se no scorre filata, cantabile in coro come tutti i suoi hit del periodo. Di significati nascosti del resto ce ne sono tanti, a partire dal titolo, che può essere interpretato in tre maniere: il nome storico dell’etichetta EMI, “His Master’s Voice”, ma anche la “voce dall’etichetta” che lo spinge a fare un disco commerciale, e infine (e soprattutto) la voce del padrone interiore, citazione del mistico armeno Georges Gurdjieff, di cui diceva: «Nel pensiero di Gurdjieff vidi disegnato perfettamente un sistema che già avevo intuito e frequentato. Esistono tante vie, da Santa Teresa a San Francesco, quella di Gurdjieff mi era molto congeniale. Una specie di sufismo applicato all’Occidente, all’interno di una società consumistica».

Ma in termini di elenco non è nulla in confronto a “Cuccuruccù”, che ha più densità di citazioni dei passeggeri in un vagone della metropolitana di Tokyo: nell’ordine “Il mare nel cassetto” di Milva, “Le mille bolle blu” di Mina, “Il mondo è grigio il mondo è blu” di Nicola di Bari, “Lady Madonna” e “With a Little Help From My Friends” dei Beatles e “Goodbye Ruby Tuesday” degli Stones, “Let’s Twist Again” di Chubby Checker e il Dylan di “Just Like a Woman” e di «Once upon a time you dressed so fine / Like a Rolling Stone». Sono tutte usate alla fine come fonèmi che hanno la metrica e la rima giusta, intervallate da due strofe più “serie” in cui si cita Omero («cantami o diva») accoppiata però invece che al pelide Achille alle «geste erotiche di Squaw Pelle di Luna».

Tutto questo mentre sotto scorre una base pazzesca, pilotata dal basso impressionante di Paolo Donnarumma e con una sovrapposizione di batteria e di un loop di tom tom sulla Roland 808 che insieme danno un tiro da paura. Ci metti anche un’introduzione da soprano e i vocalizzi di Giuni Russo e il coro dei Madrigalisti e capisci che è una musica davvero senza etichette.

Sullo stesso gioco è imperniato anche il brano-simbolo del disco e del Battiato circa-primi-anni-Ottanta, “Centro di gravità permanente”: concetto in fondo non difficile da comprendere, uno stato dell’anima in cui ci si àncori a una posizione esistenziale stabile. Poi, in realtà, pochi sanno che è un pensiero di Gurdjeff che identifica la consapevolezza del sé reale che arriva alla fine di un lungo lavoro interiore:

«Cerco un centro di gravità permanente

Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente».

Franco ha studiato a fondo e ha partecipato attivamente alla scuola di Gurdjieff e del suo allievo e prosecutore francese Henri Thomasson (che col soprannome di Tommaso Tramonti più in là firmerà i testi di “Clamori”, “L’Esodo” e “Chanson Egocentrique”), e, abituato com’è a far propria qualsiasi cosa lo ispiri o lo diverta, vera spugna umana, nella sua testa mescola tutto. Chi prende sul serio questo gioco rimane spiazzato e non ci capisce nulla. Chi lo prende come un divertissement non coglie che alcune di quelle citazioni strambe sono subliminali, pensieri alti infilati con leggerezza dentro musica leggerissima. In entrambi i casi, Battiato vince, aiutato anche da un dono per la melodia pop strabiliante. Il brano è pompatissimo, con quei battimani raddoppiati che lo punteggiano, il sax che si infila in qualsiasi spazio sottostante, la batteria più cattiva del solito e le chitarre di Radius che ci van giù dure.

«Una vecchia bretone
Con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù.

Capitani coraggiosi

Furbi contrabbandieri macedoni.

Gesuiti euclidei

Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori

Della dinastia dei Ming».

Sulla prima strofa sono stati versati ettolitri di inchiostro: suona evocativa, scorre fluida con metrica scandita, Fiorello c’ha costruito sopra una gag memorabile e un giorno verrà studiata sui libri a scuola, ma chi sa che, per esempio, dietro a quei “Gesuiti euclidei” ci sono due personaggi storici (Matteo Ricci e Michele Ruggieri) che fino alla corte del Gran Kahn nel XVI secolo ci sono arrivati davvero?

E comunque, cosa conta quando questa macedonia di culture di varie altezze viene portata in scena nel relativo video con una danza sciocca che si ispira alle ginocchia alzate di Cochi e Renato nella “Gallina intelligente”? È evidente che è un gioco, serissimo, o anche qualcosa di serio declinato in forma di gioco. Fai tu, per Battiato van bene tutt’e due.

“Gli uccelli” con la sua spazialità di archi, è un preludio a molte cose simili che arriveranno negli album successivi, ed è una visione poetica del mondo della scienza e dei suoi codici che governano il pianeta e i suoi abitanti:

«Volano gli uccelli volano

Nello spazio tra le nuvole

Con le regole assegnate

A questa parte di universo

Al nostro sistema solare.
Aprono le ali

Scendono in picchiata atterrano

Meglio di aeroplani

Cambiano le prospettive al mondo

Voli imprevedibili ed ascese velocissime

Traiettorie impercettibili

Codici di geometria esistenziale».

“Segnali di vita”, con i suoi accordi in minore che rimangono sospesi fino a sfociare in quella suggestiva risoluzione… «le meccaniche celesti» … è una riflessione, con qualche eco beatlesiano, sul proprio cammino:

«Si sente il bisogno di una propria evoluzione
Sganciata dalle regole comuni
Da questa falsa personalità».

E la chiusura, altro brano che Battiato definiva come una cosetta, “Sentimiento nuevo”, lo è solo nel senso che al di là della melodia – un po’ sognante ma suonata bella dura – Franco gioca la parte dell’intellettuale che butta lì citazioni e pensieri, questa volta erotici, una sorta di presa in giro della canzone romantica, con un tocco di spagnolo (fu pubblicata come singolo nei Paesi latini). Così esplicito nella fisicità dell’atto amoroso Battiato non lo sarà mai più:

«…Tutti i muscoli del corpo

Pronti per l’accoppiamento

Nel Giappone delle geishe

Si abbandonano all’amore.
Le tue strane inibizioni

Che scatenano il piacere

Lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco

La lotta pornografica dei greci e dei latini.

La tua pelle come un’oasi nel deserto ancora mi cattura
Ed è bellissimo perdersi in quest’incantesimo

È bellissimo perdersi in quest’incantesimo…».

Abbastanza eclettico, pur con un suono molto omogeneo, il disco esce alla fine dell’81, ed è subito sleeper, uno di quei dischi che partono piano e poi, a forza di passa parola, crescono, crescono e poi esplodono. A marzo arriva al numero uno e lo manterrà per diciotto (18!) settimane non consecutive (in pratica fino al successivo “Arca di Noè”). È la stessa traiettoria dei concerti: Angelo Carrara, il suo produttore e agente, parte con date in teatri, con piccola amplificazione, e nel giro di qualche mese si ritrova a prenotare gli stadi. In pratica da 2.000 a 20mila persone, in una sorta di impazzimento generale. Franco viene inseguito, cercato, gli chiedono autografi e di intervistarlo, lo osannano nell’alto dei cieli come solo quella famosa predizione al discografico può far supporre. Lo ritiene un fastidioso corollario del successo, ma gli piace la possibilità istantanea di misurare il proprio lavoro.

Rimane il perché tout le monde di colpo lo elegga uomo dell’anno quando si compravano poche migliaia di copie fino a poco prima. In quella intervista (che è sul “Dear Mister Fantasy” del decennale), provo a individuare qualche ragione, e gli chiedo:
«Ecco, mi sembra che i tuoi testi, così esoterici, ricchi di citazioni e di lingue spesso nemmeno tanto comprensibili, che i ragazzi cantano senza chiedersi il perché ma assolutamente catturati dal loro fascino, in un certo senso siano un fatto quasi liturgico. Mi sembra che abbiano un valore mistico, che sostituiscano la Messa, che si canta in latino senza capirlo, ma che unisce su una base irrazionale. Mistica, appunto. Sei d’accordo?».
«Perfettamente».

È anche un modo per svelare che il pop di massa non ha bisogno di contenuti soggettivi, di significati personali: può benissimo essere consumato per i suoi contenuti oggettivi, quelli in cui più persone possibili possano ritrovarsi, trovare un’identificazione non profonda, ma bellamente ludica. Il segreto di “La voce del padrone” è probabilmente questo. 
Ma il risultato finale è che sentire verità psico-spirituali come “Centro di gravità permanente” cantata da milioni di inconsapevoli persone è un miracolo, ed è solo l’inizio: un mistico in cima alle classifiche, e destinato a rimanerci.

74 (continua). Qui le altre puntate.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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