Good Bye, tasteViaggio nella cucina oscena della Germania Est

Alcune avvertenze per l’uso di cibi e bevande squisitamente marxisti sopravvissuti alla caduta del regime realsocialista. Perché almeno in cucina la Repubblica Democratica Tedesca è viva e lotta insieme a noi

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Chi ha visto il meraviglioso “Good Bye, Lenin!” (dir. Wolfgang Becker, 2003) senz’altro ricorderà la scena della Coca-Cola.

Christiane Kerner, fedele attivista socialista risvegliatasi da settimane di sedazione artificiale, dev’essere tenuta all’oscuro di tutti i cambiamenti che potrebbero turbarla, eppure scorge nella Berlino Est della rivoluzionaria estate 1990 un gigantesco cartellone della Coca-Cola, simbolo par excellence del predominio capitalista.

Nonostante i rocamboleschi tentativi del figlio Alex (Daniel Brühl) di giustificare la presenza della bevanda yankee nel microcosmo realsocialista della madre, questa lascia sospesa a mezz’aria l’annotazione: «Eppure mi pare che la Coca-Cola ci fosse anche prima della Guerra». Ed in effetti è la lucidità del personaggio interpretato da Katrin Sass ad avere ragione, giacché ovviamente la Coca-Cola non è una conquista in campo alimentare del marxismo-leninismo.

Non che questo però non ci avesse provato. Nell’ambito del secondo piano quinquennale – correva l’anno 1958 – il ministero per le industrie alimentari della DDR diede infatti l’incarico ad un’impresa socialista di vicino Lipsia di creare una bevanda analcolica che somigliasse per colore e aroma alla Coca-Cola. E un ingegnoso tecnico locale, Dr. Hans Zinn, capo del settore essenze, presentò una soluzione. Così nacque la Vita-Cola, che nel giro di pochi mesi si rivelò un successo clamoroso.

Anziché scomparire come tanti prodotti al tramontato universo realsocialista, la Vita-Cola è riuscita a rimanere in produzione e circolazione anche dopo il 1990 e tuttora in quel piccolo villaggio gallico che è la Turingia riesce addirittura a battere la concorrenza dei ben più attrezzati rivali d’oltreoceano. Complice è probabilmente il sapore più lievemente tendente al limone e meno dolciastro, ma non possiamo negare che oltre alla nostalgia dei “vecchi” e la curiosità dei “nuovi” un ruolo lo giochi anche l’orgoglio di avere a portata di mano una creazione locale che sfida un gigante globale.

Se si volete mettere a tavola e sorseggiare la “bevanda nazionale” della DDR, potreste anche prendere in considerazione di abbinarvi il di lei “piatto nazionale”. Qui tuttavia un palato fino o la ricerca della miglior versione non ci sono molto d’aiuto, giacché le mense operaie del “primo stato socialista su suolo tedesco” hanno contribuito alla creazione sì di un mito locale… ma pur sempre mense operaie erano! E la Jägeschnitzel (cotoletta alla cacciatora) della DDR soddisfa tutte le esigenze di un pranzo che sazi e nutra senza render satolli. Per mangiarlo aiuta però senz’altro più un po’ di fame lavoratrice che aspettative gourmet piccolo-borghesi.

Tagliate dunque una fetta di Jagdwurst (una specie di polpettone chiaro di maiale), impanatela, friggetela e adagiatela poi su piatto di pasta (sono diffusi i fusilli, che però in Germania per ragioni misteriose vengono chiamati “spirelli”) accanto a un sapido sugo di pomodoro. No, niente ketchup – se volete rispettare la tradizione socialista non c’è bisogno che vi spieghiamo il perché – né datterini di Pachino – sarebbe un peccato! Se avete dubbi sulla preparazione (o pensate che Kater vi stia prendendo in giro), la spiegazione tramite un facile video (si capisce anche s’è in tedesco) renderà tutto più chiaro. Bitte schön!

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