Mullah, ItaliaLa bislacca influenza iraniana sui mass media e partiti di casa nostra

Siamo stati a lungo il primo partner commerciale di Teheran, ma la questione economica da sola non basta a spiegare le ragioni per cui da noi ci sia grande sostegno politico al regime teocratico. C’è sempre stata una galassia di movimenti, riviste, case editrici che, pur provenienti da diverse aree politiche, hanno fatto propaganda a favore degli Ayatollah, contribuendo anche a diffondere teorie complottiste

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Non solo Russia e Cina cercano di esercitare influenza nei Paesi occidentali, in generale, e in Italia, in particolare. Un regime che anch’esso ha una sua lobby è l’Iran. Difficile comprendere quanto ci siano dietro influenze dirette o quanto simpatie più o meno spontanee. Ma una messa a punto è stata ora fatta da un Research Paper dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, a firma di Nathan Greppi: Web, editoria, politica: l’influenza iraniana in Italia.

Il punto di partenza è che l’Italia è stato fino al 2011, e poi di nuovo dopo il 2017, il primo partner commerciale, con un volume d’interscambio pari a 1,2 miliardi di euro, in forte competizione con Francia e Germania. E nel 2004, con a Palazzo Chigi un politico sicuramente filo-israeliano come Silvio Berlusconi, la Farnesina inviò a Teheran un gruppo di architetti per ristrutturare e ampliare il Museo Nazionale Iraniano, il più grande del Paese.

Molte imprese italiane sono state infatti colpite dalle sanzioni di Donald Trump per il mancato rispetto degli Accordi sul Nucleare. A questo tipo di affari è legata la polemica della Lega contro Adolfo Urso, designato da Fratelli d’Italia alla presidenza del Copasir, e tacciato come amico di Teheran per aver fondato, nella scorsa legislatura quando non era parlamentare, una società di consulenza per aziende italiane che lavorava anche in Iran.

Questa Italy World Services, secondo le accuse leghiste, avrebbe ancora Urso come azionista, da cui il «grande problema politico». Lui in realtà non nega, ma dice che, quando in questa legislatura è stato rieletto, ha lasciato il ruolo di rappresentante legale al figlio mantenendo quote, come «è assolutamente permesso dalla legge». Tutto è documentato nel sito del Senato.

È però vero che la polemica viene a tre anni da uno scontro che pure divise il centrodestra sull’Iran, quando nel dicembre del 2018 Salvini definì «terroristi» quelli di Hezbollah, e Giorgia Meloni tenne a ricordargli che erano «gli unici a combattere l’Isis, assieme ad Assad, Russia e Iran».

Su posizioni analoghe si era schierata un anno prima la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti, autrice il 7 settembre 2017 del post Facebook «come mai Israele fa un raid aereo in Siria proprio ora che l’esercito siriano ha sconfitto l’Isis a Deir Az Zour?? Che strane coincidenze…».

E il 14 ottobre 2017 del post: «Il terrorismo islamico è notoriamente finanziato dall’Arabia Saudita e dai suoi Stati satellite, l’Iran al contrario lo combatte. Ma Trump continua a sparare st*****te…». Aggiungeva anche un’esplicita ode ad Assad: «Bashar sei il migliore!!». Insomma, al di là del caso Urso, quello su Teheran tra Lega e Fratelli d’Italia è un solco vecchio.

Osserva però Greppi che «per quanto fondamentale, la questione economica da sola non basta a spiegare le ragioni per cui in Italia vi sia un tale sostegno anche politico all’Iran». La conclusione dello studio è che «le radici di questo fenomeno affondano in tutto un insieme di movimenti, associazioni, riviste, case editrici e, negli ultimi anni, siti e blog che, pur provenienti da diverse aree politiche, dal marxismo al neofascismo passando per quelli che oggi vengono chiamati “rossobruni” e per l’ala del Movimento 5 Stelle che un tempo faceva riferimento ad Alessandro Di Battista, hanno fatto propaganda a favore del governo di Teheran principalmente in chiave antiamericana e antisraeliana; nel secondo caso, poi, hanno contribuito a diffondere slogan e teorie complottiste che dall’antisionismo puro, in taluni casi, sconfinavano nell’antisemitismo».

Una propaganda che in genere sostiene anche gruppi filo-iraniani tipo Hezbollah in Libano e Houthi in Yemen.

In effetti, la Rivoluzione Iraniana al suo inizio fu vista con simpatia anche da osservatori insospettabili. Al di là della linea di una testata come Lotta Continua o degli articoli di molti inviati, perfino un personaggio sicuramente schierato con l’Occidente liberal-democratico come Leo Valiani, leader della Resistenza e di origine ebraica, sul Corriere della Sera il 3 gennaio 1979 scrisse che «nell’Iran i giorni dell’assolutismo imperiale sembrano contati».

Quasi solo Oriana Fallaci dopo essersi tolta il chador di fronte a Khomeni avvertì: «A me sembra fanatismo del genere più pericoloso. E cioè quello fascista». Gran parte di queste simpatie, però, rientrarono presto.

Al contrario, simpatizzanti per il khomeinismo iniziarono ad apparire sull’estrema destra. Ex-missino in polemica con il moderatismo di Almirante, arrestato nell’aprile 1973 per aver lanciato una bomba contro la polizia durante una manifestazione, Maurizio Murelli nel 1984 fondò il mensile Orion, poi dagli anni ’90 rinominatasi «organo del Fronte antimondialista».

Ne era redattore Carlo Terracciano, iniziatore della autodefinizione di «rossobruno», e autore del poema “Dio maledica l’America”. Tra i principali collaboratori i fratelli Carlo e Gian Pio Mattogno, esponenti di spicco del negazionismo italiano.

A pubblicarla la Società Editrice Barbarossa, che nel 1986 pubblica anche “Il nazismo e l’Islam” di Claudio Mutti, alias Omar Amin, nome assunto dopo la conversione all’Islam sciita: un filologo che 10 anni prima per le edizioni di Franco Freda aveva curato la seconda edizione italiana dopo quella di epoca fascista del noto libello antisemita “Protocolli dei Savi di Sion”.

Nel 1978 a Parma Mutti-Amin aveva fondato anche le Edizioni all’insegna del Veltro, appunto specializzate in testi sia negazionisti della Shoah che filo-Iran khomeinista; compresa una antologia di scritti dello stesso Khomeini.

Per la cronaca: Omar Amin è lo stesso nome adottato a suo tempo da Johann Von Leers, membro delle SS e collaboratore di Goebbels prima di mettersi a scrivere pamphlet antisemiti per conto di Nasser.

Altra rivista neonazista che appoggiò l’Iran fu Avanguardia, fondata a Trapani nel 1983, che definì la Repubblica Islamica un «baluardo antimondialista» contro «il progetto omologante di “governo unico mondiale”, promosso dalla finanza internazionale giudaico-massonica e riconducibile agli interessi del polo Usa-Israele».

Orion ha infine chiuso nel 2007, e Murelli nel frattempo con la sua nuova casa editrice Aga si è messo a pubblicare in italiano le opere del filosofo russo Alexandr Dugin e ad invitarlo spesso in Italia. A questo punto il principale punto di riferimento «antimondialista» è diventata la Russia di Putin, anche se Dugin nega di essere consigliere del Cremlino.

Sulla scia di questo pensiero dal 2004 le Edizioni all’insegna del Veltro hanno dato vita a Eurasia, rivista trimestrale di geopolitica sul filone lanciato in Italia da Limes e con veste di teoria scientifica.

Tant’è che in passato nel suo comitato scientifico è finito anche Sergio Romano. Ma anche in questa nuova veste il prodotto editoriale di Mutti è anti-Usa, anti-Israele, filo-Iran e filo-Hezbollah. «Senza Hezbollah avremmo un Vicino Oriente completamente in balia del sionismo e dei suoi agenti, anche in Europa», ha scritto ad esempio in un numero di Eurasia del 2018 l’arabista Enrico Galoppini.

E secondo lo stesso Mutti, nell’Introduzione dell’ultimo numero del 2019, «l’Iran è diventato, come la Russia e la Cina, le due maggiori potenze eurasiatiche con cui esso collabora in modo sempre più stretto, un presidio del continente. La sua funzione geopolitica consiste infatti nel costruire tra l’Asia centrale e l’Oriente mediterraneo un blocco capace di respingere l’aggressione atlantica e di contendere l’egemonia sul Vicino Oriente al più pericoloso avamposto dell’imperialismo nordamericano: il regime sionista che occupa la Palestina».

Molti scritti di Mutti e di collaboratori di Eurasia sono in catalogo anche con la casa editrice Irfan: nata nel 2007 e specializzata in saggistica legata all’Islam sciita e alla storia delle religioni.

Osserva il paper che questo schieramento filo-iraniano non passa però in un certo tipo di stampa mainstream di centro-destra più o meno ormai simpatizzante con Putin o perfino con Bashar Assad, per il fatto che essa resta comunque filo-israeliana. In compenso, sia Orion che Eurasia hanno ospitato interviste a un intellettuale di estrema sinistra ebreo ma duramente anti-israeliano come Noam Chomsky.

Il paper cita poi vari giornalisti, che forse però vanno considerati più anti-Israele che pro-Iran in senso stretto. Però fa forse ricordato particolare il caso di Michele Monni: corrispondente dal Medio Oriente che nel settembre 2016 fu licenziato dall’Ansa dopo che si era recato a fare delle interviste a importanti politici israeliani, tra cui l’ex ministro della Difesa Amir Peretz e la parlamentare Tzipi Livni, presentandosi a nome della stessa Ansa, mentre in realtà poi finirono in un documentario andato in onda su A/-Manar, l’emittente televisiva ufficiale di Hezbollah.

Uno che considera invece l’Iran come un modello ideologico superiore all’Occidente pur non essendo convertito all’Islam, ed anzi dichiaratamente ateo, è Massimo Fini. Lo ha ripetuto per anni sul suo mensile La voce del ribelle, fondato nell’ottobre 2008 e chiuso nel luglio 2018.

Lo dice anche spesso quando scrive sul Fatto, ad esempio nell’editoriale che fece dopo l’uccisione del responsabile del programma nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, sostenendo il diritto dell’Iran all’atomica «perché è accerchiato da Paesi nucleari».

Un po’ il tono dell’appello «no alla guerra contri l’Iran e la Siria», «Paesi riottosi ad allinearsi ai persistenti progetti di Nuovo Ordine Mondiale mala cui sottomissione è decisiva per rilanciare il dominio geopolitico degli Usa e della Nato in Asia e nel mondo intero», lanciato nel gennaio 2012 dal Manifesto e, firmato tra gli altri da Domenico Losurdo, Gianni Vattimo, Margherita Hack, Franco Cardini, Giulietto Chiesa e Costanzo Preve.

Nel gennaio 2019 ci fu poi Carlo Freccero che a due mesi dalla sua nomina a nuovo direttore di Rai 2, annunciò in una conferenza stampa di voler creare un programma d’informazione chiamato L’ottavo blog, che avrebbe dovuto consistere, attraverso «una traduzione dell’attualità secondo internet», in una rassegna stampa settimanale in terza serata di notizie pubblicate su testate online ritenute complottiste, che secondo lui «non hanno ufficialità nell’informazione mainstream ma agiscono profondamente e hanno una competenza fondamentale».

Tra queste il rossobruno L’Intellettuale Dissidente e poi L’Antidiplomatico: una sorta di ponte tra estrema sinistra tradizionale, chavismo, putinismo e Cinquestelle, il cui direttore Alessandro Bianchi è un ex-collaboratore di Alessandro Di Battista. Ma ci fu una polemica per certi contenuti delle due testate: in particolare per un articolo che il 27 gennaio 2013 aveva schernito la Giornata della Memoria come «Giornata della Cicoria», e che il direttore Sebastiano Caputo non negò, ma disse di aver fatto togliere una volta insediato.

A ogni modo L’ottavo Blog saltò. Caputo, va ricordato, è autore di un reportage che fu trasmesso sulla tv iraniana, ed ha celebrato il modello di Teheran nel saggio “Mezzaluna sciita”. Va ricordato pure che nel 2013 la prefazione del suo primo libro fu scritta dal deputato dei Cinquetelle Carlo Sibilia.

Più centrato sulla propaganda pro-Iran e pro-Hezbollah è Faro sul Mondo: sito fondato e diretto da Giovanni Sorbello, ex-sergente dell’esercito italiano che ha vissuto in Libano e in Iran, in cui si afferma ad esempio che gli israeliani rapiscono bambini palestinesi per rivenderne gli organi.

Una storia di Hezbollah è stata pubblicata da Passaggio al Bosco: casa editrice di Firenze che ha pure ripubblicato scritti di Mussolini e di Léon Degrelle, legata a Casaggì, centro sociale simile a Casapound, ma attivo prevalentemente in Toscana.

“Una storia alternativa dell’Iran islamico” è stata poi scritta da Paolo Borgognone: proveniente da Alleanza nazionale, autore di saggi pubblicati soprattutto dalla casa editrice con nostalgie per l’Urss Zambon, e insegnate allo Iaasp di Milano.

Considerato vicino ai Cinquestelle, lo Iaasp è anche dove insegna Diego Fusaro: notissimo sul web come turbofilosofo turborossobruno e turbosovranista che oltre a essere un marxista per CasaPound è il leader di un partito, con cui prese il 2,8% dei voti come candidato a sindaco di Gioia Tauro.

Sostenitore di un «Asse del Bene» di cui farebbero parte Putin, il Venezuela, Cuba, ma anche Orbán, e appunto l’Iran. «Io non legittimo la resistenza dell’Iran all’imperialismo made in Usa: la esalto», ha detto. E ha definito Israele «uno Stato criminale, esempio insuperato di democrazia missilistica» (nel senso che i missili li riceve?!).

Malgrado la notorietà del suo leader, Ancora Italia è un movimento marginale ne panorama politico italiano. Ma i Cinquestelle sono tuttora il partito più rappresentato in Parlamento, ed esprimono il ministro degli Esteri Di Maio. Nell’ottobre 2018, l’allora presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, la grillina Marta Grande, invitò un gruppo di diplomatici iraniani a parlare.

Tra di loro Alireza Bigdeli: membro di un Institute for Political & International Studies che nel 2006 aveva organizzato una conferenza per negare la Shoah con Mutti, Mattogno e l’ex leader del Ku Klux Klan David Duke.

Caso Meloni-Urso-Frassinetti a parte, e dulcis in fundo, Massimo D’Alema che, da ministro degli Esteri, nel 2006 si fece fotografare a Beirut a braccetto col deputato di Hezbollah Hussein Haji Hassan. Dieci anni dopo, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, spiegò: «Spesso in Italia prevale l’ignoranza di trogloditi che non sanno di cosa si parli. Hezbollah rappresenta una parte significativa della società libanese. All’epoca faceva parte della coalizione di governo: il ministro degli Esteri era un accademico islamico espressione di Hezbollah. Siccome io lavoravo per la pace tra Israele e Libano, era inevitabile che incontrassi anche le forze che governavano il Libano».