Big tech, big problemsI possibili alleati europei dell’Irlanda contro la Web Tax

Serve il consenso unanime dei Paesi dell’Unione per trovare un accordo globale su una tassa comune per le multinazionali digitali. Ma il ministro delle Finanze irlandese ha già espresso delle riserve sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Biden potrebbe trovare delle sponde politiche in Ungheria e Cechia

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Sulle tasse alle multinazionali, l’Irlanda vorrebbe far cambiare idea a Joe Biden. Il presidente statunitense (tra l’altro di discendenza irlandese) da mesi ha aperto alla possibilità di raggiungere un accordo a livello internazionale per imporre una tassa minima alle corporation. è limitare la concorrenza fiscale tra i Paesi e ostacolare la ricerca delle imprese delle sedi fiscali che consentano loro di pagare meno tasse possibile. Una preoccupazione anche del commissario europeo Paolo Gentiloni che ha inserito la web tax nell’elenco di misure fiscali che la Commissione europea intende realizzare entro il 2023. 

In una recente intervista a Sky News, il ministro delle finanze irlandese Paschal Donohe ha però detto di avere «riserve significative» sui piani di Washington. L’Irlanda tassa i profitti delle corporation che la scelgono come quartier generale per il 12,5%. È una delle quote più basse d’Europa e del mondo occidentale, e uno degli elementi che ha consentito all’Irlanda di diventare la sede europea di grandi aziende del web come Facebook e Google, del settore tecnologico come Apple e Microsoft o di quello farmaceutico come Pfizer e Amgen. 

L’Irlanda, negli anni pre-pandemia, era stabilmente tra i Paesi europei che crescevano di più. Spesso quello che cresceva più di tutti. Nel 2019 il prodotto interno lordo irlandese è cresciuto del 5,5% contro una media dei 27 Paesi UE dell’1,5%. «Sono orgoglioso del ruolo che ha giocato per il nostro sviluppo economico – ha detto Donohe a Sky News – ma nel dibattere il nostro tasso al 12,5% farò sempre presente che è solo una parte dell’offerta competitiva di un Paese come l’Irlanda».

Già ad aprile Donohe aveva detto che una tassa minima globale sulle multinazionali avrebbe avuto “effetti significativi” sulle politiche fiscali irlandesi. Anche per venire incontro all’Irlanda e ad altri Paesi abituati ad attrarre investimenti grazie a regimi fiscali competitivi, Biden ha ridimensionato la propria proposta originaria, abbassando dal 21% (la quota suggerita anche dall’Ocse) al 15% l’aliquota minima che vorrebbe discutere con gli altri Paesi. Per l’Irlanda, però, è ancora troppo. Quando l’intervistatore di Sky gli chiede se prevede che tra 10 anni in Irlanda le tasse sulle corporation saranno ancora al 12,5%, Donohe risponde: «Sì, lo penso. Anticipo che continuerà a esserci spazio per un tasso come questo».

La fermezza di Dublino nel mantenere basse le tasse sulle corporation sembra in controtendenza rispetto a molti Paesi europei. Francia e Germania sostenevano la proposta di Biden anche quando puntava a una tassa comune del 21%, e anche il Commissario europeo per la fiscalità Paolo Gentiloni ha garantito la cooperazione dell’Unione europea per raggiungere quell’obiettivo. Fuori dall’Unione, persino il Regno Unito di Boris Johnson dall’1 aprile 2023 aumenterà le tasse sulle corporation dal 19 al 25%, raggiungendo la stessa percentuale pagata dalle multinazionali in Spagna e avvicinandosi alle quote di Paesi come l’Italia (27,8%), la Germania (29,9%) e la Francia (32,0%). 

Non è un caso che siano in genere i Paesi più grandi a imporre con più facilità tassazioni più pesanti: «Penso che i piccoli Paesi, e l’Irlanda è tra questi, dovrebbero poter usare le politiche fiscali come una leva legittima per compensare i vantaggi di scala, locazione, risorse, patrimonio industriale e i vantaggi di cui godono talvolta i Paesi più grandi» ha detto Donohe in occasione di un webinar tenuto lo scorso aprile.

Oltre a essere ministro delle finanze irlandese, da luglio dell’anno scorso Donohe è anche presidente dell’eurogruppo, l’organo informale (ma influente) che riunisce i ministri dell’economia dei Paesi con l’euro. Ma il paradosso l’Irlanda possa trovare alleati nella sua crociata contro la tassa globale, soprattutto tra Paesi al di fuori di questo organo. Come l’Ungheria di Viktor Orbán, per esempio, che con la sua rata al 9% è l’unico Paese europeo a far pagare ancora meno tasse dell’Irlanda alle multinazionali.

«Crediamo che i Paesi dovrebbero avere il diritto di prendere le proprie decisioni sovrane sul proprio sistema fiscale e sulle tasse di attività genuine – ha detto ad aprile il ministro delle finanze irlandese Norbert Izer – prendendo in considerazione i livelli di sviluppo economico e altri fattori rilevanti». Per l’Ungheria una tassa comune al 21% sarebbe ingiusta.

Sul tasto della sovranità preme anche la Cechia (aliquota al 19%), che in una nota del ministero delle Finanze del 14 aprile sosteneva che «Una tassa minima comporta il rischio di ridurre la sovranità degli Stati in settori come la tassazione della ricchezza e la competizione». Anche la nota della Cechia è stata diffusa quando la proposta degli Stati Uniti puntava a una tassa comune del 21%. Non è ancora chiaro se la nuova proposta di una tassa al 15% possa essere accettata dai Paesi europei più recalcitranti.

Come nota un’analisi di Bloomberg Tax, il consenso unanime dei Paesi dell’Unione è un passo fondamentale per un accordo che coinvolga le due sponde dell’Atlantico. L’opposizione dell’Irlanda e degli altri potrebbe diventare un ostacolo alla realizzazione dei piani sulle tasse dell’amministrazione Biden.

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