Tu vuo’ fa’ la patrimonialeI ricchi, i poveri e il sogno italoamericano dell’idraulico in vacanza a Cala di Volpe

Avrete anche voi un’amica autocertificata di sinistra che, ogni volta che si parla di patrimoniale, si costerna, s’indigna, e minaccia di gettare la spugna, disgustata da questo stato avido che da lei vuole anche il sangue

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Chi sono i ricchi? Anzi: che cos’è un ricco? Anzi: qual è il parametro della ricchezza? Sì, l’ho letto anch’io Scott Fitzgerald: sono diversi da voi e me. Tra l’altro ormai basta aver visto Elon Musk al Saturday Night Live: ho reinventato le macchine elettriche, mando la gente su Marte, vi aspettavate davvero fossi una persona comune? Ecco, abbiamo Elon pronto a farsi meme, non servi più, Francis. Tuttavia, non ho ancora capito quali siano i ricchi.

Quando Enrico Letta dice che vuol tassare i ricchi, parla di quelli che guadagnano ottantamila euro o ottanta milioni? (Era solo un anno fa che si parlava di «covid tax» per i patrimoni oltre gli ottantamila euro: ormai ogni polemica è la copia di mille riassunti).

Quando Marcello Sorgi dice che insomma, che sarà mai una casa da un milione di euro, ci siamo cresciuti tutti, è il valore d’un appartamento familiare, e i social insorgono perché «ai tempi miei voleva dire due miliardiiii», ha detto una bestialità da privilegiato privo del principio di realtà? Non saprei, io pure sono cresciuta ai tempi dei miliardi di lire, e l’appartamento in cui sono cresciuta ne valeva ben di più di due, e infatti i miei mai avrebbero potuto permetterselo, non fosse esistita quella forma di welfare che era l’equo canone.

Bill Gates e Jeff Bezos sono la stessa specie di ricchi? E, se sì, perché – se siamo di sinistra – abbiamo col proprietario di Amazon il rapporto disfunzionale che una volta avevamo coi fidanzati malviventi da cui continuavamo a tornare, e invece se siamo di destra crediamo che l’inventore di Microsoft voglia impiantarci microchip e dominare il mondo? Perché certi ricchi sono nemici di classe e certi no?

Se devi tifare per un esproprio, tassare i dipendenti è necessariamente alternativo a tassare gli assai ricchi? La lotta di classe è fra i ricchi e i poveri o tra i garantiti e le cicale? Tra chi magari oggi può permettersi di cenare allo stellato perché gli hanno pagato un paio di fatture, ma tra tre mesi vai a sapere come campa e le prossime quando gliele pagano, e chi formichina si mette da parte il suo bravo stipendio tutti i mesi e non gli è mai successo di non andare in vacanza perché arrivava all’estate spiantato?

Giovedì da Grey’s Anatomy se n’è andato il più ricco, l’erede della dinastia di proprietari di ospedali, che lascia la carriera di chirurgo plastico perché la pandemia gli ha fatto capire che serve una medicina più inclusiva, che curi meglio i poveri, i trans, i neri. Non va – come sembrerebbe ovvio pensare da un tale vaste programme – a fare il ministro per la riforma delle assicurazioni sanitarie, ma a gestire la fondazione di famiglia. All’ultimo minuto un altro chirurgo lo prega di andare con lui, ha capito che se l’America ha dei problemi è colpa di quelli come lui (bianchi), ha guadagnato abbastanza e può lavorare gratis per la fondazione. Il plutocrate gli dice che può raggiungerlo a Boston, non lo porta sul suo aereo privato perché non vuole litigare prima di cominciare. Nessuno domanda a quanti barboni potrebbero pagare la copertura sanitaria viaggiando di linea.

Avrete anche voi un’amica autocertificata di sinistra che, ogni volta che si parla di patrimoniale, si costerna, s’indigna, e minaccia di gettare la spugna, disgustata da questo stato avido che da lei vuole anche il sangue, e come osano chiamare patrimonio i suoi soldi già tassati (non si stanca mai di ripetere che sono già tassati, sembra la nonna con le storie di guerra, sa tutte le percentuali di tutte le imposte di tutti i passaggi che ha fatto fare a quegli investimenti), e minaccia di vendere la casa di Roma e andare a vivere in quella di Londra. (Quella di New York l’ha affittata, bisogna aspettare che se ne vada l’inquilino).

È evidente che a un certo punto gli italiani sono diventati americani. Ogni volta che qualcuno parla di tassare i ricchi, e quelli che non sono neanche lontanamente ricchi insorgono, io penso a quella scena di West Wing in cui non si riesce a far passare la tassa di successione. A opporsi sono i deputati democratici afroamericani. I più giovani nello staff presidenziale non capiscono, il più vecchio spiega: la prima generazione di milionari neri sta per morire. Ma la vera spiegazione la dà il presidente: è il problema del sogno americano, sono tutti preoccupati di cosa succederà quando diventeranno ricchi.

La classe media furibonda all’idea della tassa di successione è furibonda perché pensa che i ricchi siano quelli da ottantamila euro? Perché è cresciuta a casa di Sorgi? Perché alle tasse siamo contrari tutti, e ci scandalizzano i pagamenti in nero solo quando sono fatti alle cameriere degli altri? Perché l’unico bolscevico che questo paese abbia mai avuto era Tommaso Padoa-Schioppa, quello delle tasse che sono bellissime?

Un paio d’estati fa un idraulico mi disse che non poteva assolutamente farmi la fattura: da tassati, quei cinquanta euro per aver cambiato una guarnizione non gli sarebbero convenuti. La cambiò male, e il tubo continuò a perdere. Lo chiamai, ma mica tornò: mi spiegò d’esser partito per Cala di Volpe. Ma Cala di Volpe era il posto dove andavo in vacanza da bambina, quando facevamo vita da ricchi perché grazie all’equo canone si poteva vivere nei palazzi rinascimentali quasi gratis. Cala di Volpe era un posto da ricchi. Eravamo arrivati a questo, che tra me e l’idraulico quello ricco era lui? Mi sono sentita come la signora Covelli quando scopre che a Cortina ormai vanno in vacanza anche i Torpigna (o forse era qualche aristocratica di Amarsi un po’, che soffriva l’invasione territoriale dei Torpigna? Faccio confusione tra un Vanzina e l’altro).

Ieri il Wall Street Journal raccontava di Barry Diller (multimiliardario) e Diane Von Fürstenberg (già stilista, già moglie, già Studio 54, già tutto), e del parco galleggiante finalmente pronto a essere inaugurato a Manhattan, al largo della Tredicesima Strada, pronto a ospitare eventi e a diventare parte del paesaggio culturale newyorkese, costato 260 milioni di dollari. 260 milioni che immagino ci sia qualcuno pronto a trovare indecente che i due abbiano potuto detrarre dalle tasse investendoli in un’opera pubblica.

Ho pensato intensamente ai ricchi di qui. Mica solo l’idraulico di Cala di Volpe e le arricchite dell’Instagram: anche gli stilisti, i proprietari di giornali, i ricchi di terza generazione. Mi sono chiesta cosa lasceranno, se un parco, un teatro, un qualcosa, o solo dei post di Instagram coi verbi sgrammaticati. L’avrete notato anche voi: non c’è più un ricco che parli decentemente, sembrano tutti non scolarizzati. Se chiedi a chi ne frequenta molti, ti dicono che è perché hanno fatto le scuole straniere. Il che immagino significhi che sgrammaticano i verbi in più lingue. A me andrebbe anche bene, come parametro: i ricchi sono quelli che non sanno l’italiano. Solo che quelli sono anche i poveri, quindi siamo daccapo.