Ma che ce frega, ma che ce ’mporta L’indecoroso spettacolo del Pd su Roma, trattata come una poltrona di sottogoverno

La Capitale d’Italia è in uno stato di degrado, abbandono, sporcizia senza precedenti, eppure il Partito democratico anziché salvarla dal declino preferisce combattere battaglie di posizionamento interno e di prospettiva strategica con i Cinquestelle, fino al punto che qualcuno pensa di far partecipare Virginia Raggi alle primarie del centrosinistra

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Chiunque viva a Roma sa che nemmeno il lockdown e le successive restrizioni sono bastati a nascondere lo stato di abbandono, degrado e sporcizia in cui la città è lasciata da anni. Ma la nota dominante dell’amministrazione cittadina, da ben prima della pandemia, è il grottesco, perché solo così si può definire lo spettacolo di una città in cui chiudono le stazioni della metropolitana, e restano chiuse per mesi, una dietro l’altra, magari perché si rompe una scala mobile, mentre la sindaca si vanta sui suoi profili social di aver fatto potare un’aiuola o di avere acceso un lampione.

Non è un caso se a Roma persino il più convinto fautore dell’alleanza con il Movimento 5 stelle, l’ex segretario del Pd e attuale presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, avesse escluso ogni possibilità di trovare un’intesa con Virginia Raggi. E alla notizia della sua ricandidatura avesse giustamente commentato che per i romani quella non era una promessa, ma una minaccia.

Del resto, la situazione in cui versa la capitale d’Italia non è un problema solo dei romani. Proprio per questo lascia sconcertati il comportamento del Partito democratico, che sembra trattare la questione come una sorta di occupazione di ripiego da assegnare a questo o quello dei suoi dirigenti, a seconda di un complicato gioco di incastri, dentro una partita politica tutta interna al centrosinistra.

Mancassero i candidati presentabili, come pure a volte capita, sarebbe forse scusabile. Ma il centrosinistra, al contrario, di candidati di altissimo profilo ne ha fin troppi: da un ex ministro dell’Economia come Roberto Gualtieri all’attuale presidente della Regione Lazio, passando per l’ex e probabilmente futuro alleato, Carlo Calenda, già apprezzato ministro dello Sviluppo economico. Che ha buon gioco ora a sfottere i democratici. «La situazione candidature a Roma – ha twittato ieri – è sempre più paradossale. Guido Bertolaso e Nicola Zingaretti che hanno categoricamente smentito la loro disponibilità vengono dati dai giornali come candidati sicuri. I media non tengono in gran conto la loro parola. Intanto Roberto Gualtieri è sparito».

Secondo Repubblica, ed è un’ipotesi che non voglio nemmeno prendere in considerazione, il Pd starebbe addirittura cercando di convincere Raggi a correre alle primarie del centrosinistra. Ma anche senza arrivare a tanto, tutti i giornali spiegano le incertezze di Zingaretti con il timore che una sua corsa contro i Cinquestelle a Roma faccia saltare l’intesa da poco raggiunta in Regione, con l’ingresso in giunta dei grillini. Tanto che una delle condizioni poste sarebbe una sorta di accordo informale tra il candidato del Pd e la sindaca uscente, che impegni ciascuno a sostenere chi dei due arriverà al ballottaggio.

E così, al florilegio delle autocandidature semismentite dai vertici del partito, salvo tenerle in caldo perché tutto può essere, e delle eterocandidature semismentite dagli interessati, salvo mandare avanti ambasciatori fidati perché non si sa mai, si aggiunge l’incredibile disinvoltura con cui i dirigenti del Pd si mostrano perfettamente indifferenti ai concreti risultati dell’amministrazione uscente e ai loro stessi giudizi in merito, ai loro stessi proclami e alle loro stesse roboanti e bellicose dichiarazioni. La minaccia è ridiventata una promessa, la zucca si è ritrasformata in carrozza e i miasmi che fino a ieri soffocavano la città si apprestano a divenire una brezza niente male.

E stiamo parlando della capitale d’Italia. Ma in fondo stiamo parlando di tutto. Stiamo parlando di chi, come Zingaretti, il 3 febbraio 2019, da un palco, scandiva testualmente: «Io, e lo dico davanti a tutti, e lo dirò per sempre, io mi sono perfino stancato, e lo trovo umiliante, mi sono perfino stancato di dire che non intendo favorire nessuna alleanza o accordo con i Cinquestelle. Li ho sconfitti due volte e non governo con loro». Il 5 settembre dello stesso anno giurava il secondo governo Conte, ma Zingaretti rispondeva a chi lo accusava di incoerenza ricordando di essersi espresso subito contro quell’ipotesi (ed è vero, per la precisione già l’11 agosto), salvo poi trovarla talmente di suo gusto da voler trasformare il comune sostegno al governo in alleanza politica, perché «non si governa da avversari» (secondo la stessa logica oggi il Pd dovrebbe spingere per un’alleanza con la Lega, ma sono dettagli) e infine, non si capisce per quale motivo, celebrare l’unione persino nella Regione Lazio.

È evidente che il destino della capitale, per il Partito democratico, è soltanto l’ultima variabile in un complicato schema di alleanze, nelle diverse città al voto in autunno e non solo, con i Cinquestelle (o quel che ne resterà, considerando la guerra civile in corso nel movimento). Cosa abbiano significato questi anni di amministrazione grillina per Roma, per i romani e per l’Italia, è evidentemente l’ultimo dei loro pensieri. Non si meraviglino se le sorti di un partito che mostra di credere così poco a quel che dice saranno l’ultimo pensiero degli elettori.