Polvere&PolveroniL’Italia non ripartirà senza una riforma della giustizia, perché la regressione populista è iniziata da lì

I partiti accolgano l’appello di Mattarella ad affrontare subito il tema «nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione» (che non sono gli studi televisivi). L’inesistenza dello Stato di diritto non è un problema che riguarda solo i politici, come ci ricorda il libro di Lalli e Sala

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Fossi furbo, comincerei questo articolo spiegando che la crisi della magistratura è giunta a un punto tale che non si può più far finta di niente, che l’esigenza di un intervento radicale è testimoniata dallo spettacolo offerto dagli stessi magistrati intenti ad accusarsi l’un l’altro in diretta televisiva, che quanto emerso dal caso Palamara prima e dal caso Amara poi impone urgentemente una riforma di sistema. A partire dal Consiglio superiore della magistratura e dai meccanismi che regolano correnti e carriere.

Ma non sono furbo, sono invece tremendamente annoiato, perché dal caso Palamara in poi non è emerso nulla che non sapessero già anche i sassi. Il che non significa, naturalmente, che una riforma sia meno urgente. Il problema è che urge da trent’anni.

Eppure sono trent’anni che si continua a mettere la polvere sotto il tappeto, come ci ricorda – senza volerlo, o forse anche volendolo – persino il titolo di un libro fresco di stampa: “Polvere” (Mondadori), scritto da Chiara Lalli e Cecilia Sala, dedicato al caso Marta Russo, la studentessa assassinata all’Università La Sapienza di Roma il 9 maggio 1997.

Come lo splendido podcast dell’Huffington post da cui è nato, “Polvere” ci ricorda, volontariamente o no, che cos’è – da decenni – la giustizia italiana: non questo o quel magistrato, perché qui parliamo di una costruzione accusatoria che ha superato tre gradi di giudizio, senza mai perdere un milligrammo della sua clamorosa, evidentissima, sconvolgente assurdità.

“Polvere” ci ricorda anche, volontariamente o no, cos’è il giornalismo italiano: non questo o quel giornalista, perché parte fondamentale del meccanismo diabolico che ha reso possibile l’incredibile vicenda puntualmente documentata nel libro è un clima di opinione cui hanno concorso decine di giornalisti, commentatori e conduttori televisivi.

Volontariamente o no, “Polvere” ci ricorda, soprattutto, che cos’è l’Italia: un Paese in cui lo stato di diritto semplicemente non esiste, e vicende come questa possono accadere in qualsiasi momento, magari senza che nessuno se ne accorga. E ci ricorda dunque che in un paese in cui le regole non esistono perché esistono solo le relazioni, i colleghi da coprire e i cugini da raccomandare, basta pochissimo per perdere tutto. Per passare in un attimo dalla casta dei privilegiati a quella dei paria. Può bastare, letteralmente, un granello di polvere.

Fossi furbo, avrei cominciato questo articolo dalle parole, importanti e impegnative, che alla crisi della giustizia ha dedicato domenica il presidente della Repubblica.

«Si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione», ha detto Sergio Mattarella.

E quali saranno mai queste sedi, si chiederanno i lettori più giovani: i programmi televisivi in cui un magistrato non manca mai? Le redazioni dei giornali sempre stracariche di verbali d’interrogatorio e d’intercettazione?

La sede di cui parla Mattarella, i più anziani ci saranno già arrivati, è il Parlamento. E forse solo oggi, proprio grazie all’incredibile congiuntura che ha permesso la formazione di una maggioranza tanto ampia ed eterogenea qual è quella che sostiene il governo Draghi, c’è un’esile speranza che progetti di riforma davvero incisivi siano effettivamente e sollecitamente affrontati. Per restituire la pienezza dei propri diritti a chiunque finisca nelle maglie della giustizia, che si tratti di un immigrato irregolare o di un parlamentare accusato di corruzione, di un volontario di una ong o di un assistente di filosofia del diritto.

Il nesso con il Recovery plan e più in generale con lo sforzo del governo Draghi per portare l’Italia fuori dalle secche in cui era finita, nel pieno della pandemia, non dovrebbe sfuggire a nessuno. E non si tratta solo del fatto, pur importante, che tempi e arbitrarietà della nostra giustizia rappresentano anche un problema economico, un fattore che rallenta enormemente lo sviluppo, mina la nostra competitività e la nostra capacità di attrarre investimenti, e tutto quel che leggiamo ogni giorno sui giornali, tra la pubblicazione di un’intercettazione che avrebbe dovuto essere distrutta e quella di un interrogatorio che avrebbe dovuto restare riservato. Il motivo è più profondo.

È sulla giustizia, sul ruolo preponderante assunto dalla pubblica accusa, in un perverso intreccio con la stampa, che in Italia sono saltati l’equilibrio e la divisione dei poteri, all’inizio degli anni novanta. È da lì che è iniziata la regressione populista – politica, economica, sociale e civile – crudamente documentata dalle cifre riportate da Mario Draghi nella premessa al suo Piano nazionale di ripresa e resilienza. E dunque è da lì, e solo da lì, che dobbiamo cominciare a rimettere le cose a posto, se davvero vogliamo avere una speranza di interrompere questa trentennale spirale autodistruttiva.