È stata RomaIl documentario sull’omicidio Cerciello e la realtà che supera la sceneggiatura

Nella ricostruzione della morte del giovane carabiniere in onda sul Nove, quasi nessuno parla italiano, tutti parlano romano. Sono caput mundi, loro, epperciò convinti che i loro raddoppi siano giusti. Ma quindi com’è andata? Se non si sa non è certo perché lo Stato sia efficiente nel depistare

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Tutti gli intellettuali italiani che conosco vogliono essere Truman Capote, o almeno Dostoevskij. Molti (i meno sensibili al kitsch) praticano il devoto culto di Franca Leosini; tutti servono all’altare di Federica Sciarelli. Tutti gli intellettuali che conosco seguono la cronaca nera con un interesse che non mostrano mai per le pagine culturali.

Mario Cerciello Rega – Morte di un carabiniere (titolo che non invoglia: io l’avrei chiamato È stata Roma) è la ricostruzione del più appassionante caso di nera degli ultimi anni: i due ragazzi americani che cominciano la serata cercando di comprare droga a Trastevere, e la finiscono accoltellando un carabiniere che forse li stava per arrestare, forse era complice dello spacciatore, forse vai a sapere. È stata Roma.

(Dichiarazione di conflitto d’interessi: il documentario su Cerciello, in onda sul Nove, è di Daniele Autieri, giornalista di Repubblica, ma anche di Stefano Pistolini, che spesso avete letto su Linkiesta. In Italia non si possono fare le recensioni perché ci conosciamo tutti, e infatti questa non è una recensione).

Nel libro che ha finalmente coniugato pagine culturali e pagine di nera, La città dei vivi, Nicola Lagioia racconta un delitto appena un po’ meno assurdo, quello di Luca Varani. Già dal titolo, Lagioia ci dice che a interessargli è Roma, la cui decadenza perpetua, in forma di pantegana che sanguina sui turisti, è il modo in cui comincia il libro, quel primo capitolo che ci dice quale sia il vero delitto, chi sia la vera colpevole.

Il documentario su Cerciello si affida agli accenti. Quasi nessuno parla italiano, tutti parlano romano (o napoletano, in alcune ricostruzioni dei messaggi della serata). Tutti parlano romano e, come sempre i romani, sono convinti che quello sia italiano. Il procuratore capo, in conferenza stampa, definisce la perdita «insanabbile» e il vuoto «incolmabbile»: avrà certamente fatto le scuole alte, ma a Roma nelle scuole alte non t’insegnano che il romano non è italiano.

Sono caput mundi, loro, epperciò convinti che i loro raddoppi siano giusti, che le d al posto delle t siano il modo in cui si parla, e che non esista spettatore italiano che non sappia collocare l’Alcazar: «Davanti a quello che era il vecchio cinema Alcazar» dice un avvocato ricostruendo uno degli spostamenti della serata, perché tanto tutti hanno prima o poi passato un pezzo di giovinezza a Roma e visto un film in lingua originale all’Alcazar e insomma mica ci sarà bisogno di spiegarvi la geografia di Trastevere, e allora cosa siamo caput mundi a fare.

Che Cerciello fosse di Somma Vesuviana è irrilevante almeno quanto lo era che Fellini fosse di Rimini o quanto lo è che Lagioia sia di Bari: Roma te divora come un barracuda, diceva la sigla di Suburra, la serie televisiva che codificò il concetto di «È stata Roma». Ogni provinciale a Roma diventa romano, ogni angolo di Roma è provincia.

Nel documentario c’è una descrizione iniziale della vittima, la voce fuori campo parla sulle immagini di Cerciello in alta uniforme, quell’alta uniforme che tanto fa colpo su noi provinciali, e pitta questa sceneggiatura di quelle che lasciano disoccupati gli sceneggiatori, superati dalla realtà: «Proprio a Lourdes, nella grotta delle apparizioni, chiede di sposarlo a Rosa Maria, come lui volontaria, e devota alla Madonna». Matteo Garrone non avrebbe saputo immaginarlo meglio, ma neppure Checco Zalone.

La realtà supera la sceneggiatura anche nelle immagini non ricostruite: quelle vere, che sono le coprotagoniste, assieme a Roma; quelle che nessuno sceneggiatore avrebbe osato inventare: gli accusati svegliati in albergo, con una Ichnusa cruda sul comodino, o l’accusato bendato durante l’interrogatorio. Tornano in mente quelli che spiegavano con sicumera come la foto dell’accusato bendato avrebbe invalidato tutte le accuse, i saperlalunghisti per il momento smentiti da una sentenza d’ergastolo al lordo della benda (l’unico avvocato con postura da benestanti, abito da benestanti, studio da benestanti che si veda nel documentario è quello del maresciallo che bendò il ragazzo).

E poi ci sono le immagini che spiegano agli improvvisati analisti del presente che pensiero debole sia pensare siano solo gli influencer multimilionari a riprendere la propria vita tutto il tempo; quanto significhi non aver capito l’epoca che si abita.

Ci sono i due americani nei video e nelle foto che conservavano nei loro cellulari, quelle in cui fingono di sparare, in cui spargono pasticche su banconote da cento dollari, in cui ostentano una malavitosità che al lordo del tutto li fa sembrare colpevoli, ma al netto di Cerciello li rende identici a un qualunque figlio perbene del ceto medio riflessivo, di quelli che si danno un tono da rapper e poi tornano a casa per cena ché mamma s’incazza se fanno tardi e la lasagna è pronta.

Ci sono immagini di tutto. Dei due ragazzi nell’albergo tristissimo del quartiere Prati che all’epoca ci venne spacciato dalle cronache come un hotel di lusso; dei ragazzi nei vari punti di Trastevere nei diversi momenti della nottata; o mentre scappano con lo zaino del pusher.

Solo di trentadue secondi della serata non ci sono immagini: quelli del delitto, apparentemente avvenuto nell’unica zona cieca senza neppure una telecamera di sorveglianza d’un bancomat, d’un albergo, niente. Nella sintesi di Fiorenza Sarzanini, principale raccontatrice del documentario, «la versione ufficiale dice che non c’è stato alcun modo di riprendere quella scena». Macchiccecrede, avrebbe detto Alberto Sordi. D’altra parte è sempre la Sarzanini a liquidare i due turisti con coltello con «i pusher di Trastevere sono molto più scafati di loro». Tutti sono più scafati di loro. Forse persino i morti.

Ma quindi com’è andata? Se non si sa non è certo perché lo Stato sia efficiente nel depistare quanto ci hanno raccontato nel Novecento. Qui abbiamo un ufficiale in conferenza stampa che dice che all’altro carabiniere è stata sequestrata l’arma subito dopo i fatti, e subito dopo un narratore che bello sereno riferisce che in realtà i due carabinieri, è emerso dalle indagini, quella sera non erano armati, erano in bermuda, erano turisti per caso. Ridatemi i depistaggi della mia giovinezza.