Addio FofòIl Pd ritrovato, il partito liberale degli avvocati e il populismo di Salvini

Aspettando la versione finale della riforma penale in Commissione Giustizia, i dem hanno reso note le loro proposte: tra le più rilevanti ci sono quelle che segnano la separazione dall’Associazione nazionale magistrati come l’ingresso e il voto degli avvocati nei consigli giudiziari in merito alle carriere dei magistrati. Ma si prospetta all’orizzonte una nuova sfida: i due referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla separazione delle carriere

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In attesa della versione finale della riforma penale in Commissione Giustizia, il Partito democratico ha reso note le sue proposte. L’impressione è che una buona parte di esse finiranno per coincidere con quelle del ministro Marta Cartabia. Tenuto conto del ruolo che ha il partito guidato da Enrico Letta nella maggioranza di governo, la sintonia con il Guardasigilli può apparire scontata. Eppure leggendo le quattro smilze paginette portate dai dem c’è di che sobbalzare, perché il documento certifica un evento clamoroso per chi abbia conoscenze degli umori della sinistra.

In queste proposte c’è il divorzio tra il Partito democratico e Associazione nazionale magistrati, la fine del veto corporativo della magistratura a ogni riforma sgradita e in particolare la cessazione della difesa a spada tratta della concezione proprietaria della giustizia, riconosciuta dal principale partito di sinistra senza battere ciglio al sindacato dei magistrati e alle sue varie correnti.

Intendiamoci, su alcuni punti la prudenza ha imposto il silenzio, come ad esempio sulla riforma dell’appello che secondo il piano Cartabia dovrebbe includere il divieto per le procure di ricorrere contro le sentenze di assoluzione, cosa assai sgradita all’ala più conservatrice delle toghe che ha già espresso il dissenso con gli interventi di figure prestigiose come Gustavo Zagrebelsky, Giancarlo Caselli e Armando Spataro.

Tuttavia resta ferma la precisa volontà di superare il recente passato contraddistinto dalle riforme del precedente ministro grillino Alfonso Bonafede, a partire dal superamento del blocco della prescrizione fino al potenziamento della funzione di filtro dell’udienza preliminare allargando i casi di proscioglimento anticipato.

Se dovessimo tuttavia indicare un elemento qualificante di novità, l’attenzione va sulla proposta di consentire l’ingresso e il voto agli avvocati nei consigli giudiziari a proposito delle progressioni di carriera dei magistrati.

Oggi questo è un meccanismo deteriore e burocratico che garantisce l’uniforme avanzamento di tutti i magistrati, scandito dalla semplice anzianità e dalla assenza di gravi note di demerito, tramite sette valutazioni di professionalità.

I giudizi sono emessi dai consigli giudiziari, che sono organi collegiali a composizione mista di avvocati, magistrati e professori universitari con diversi compiti: vigilanza sugli uffici, predisposizione delle tabelle di assegnazione dei procedimenti giudiziari, e appunto valutazione della professionalità dei magistrati nelle promozioni e la loro attitudine agli incarichi direttivi.

Fatta eccezione per le tabelle organizzative, avvocati e professori però non possono mettere bocca sulle valutazioni e sulle promozioni, un esempio eloquente della visione esclusivista e corporativa che la magistratura ha di se stessa e che in alcuni casi si è spinta fino a impedire ai componenti laici finanche di essere presenti alle discussioni.

Capovolgere questo principio costituisce un’innovazione radicale, una sorta di rivoluzione copernicana: il controllo della società civile sul buon andamento della giustizia come peraltro i costituenti immaginarono creando il Consiglio Superiore della Magistratura, organismo nel quale sono presenti membri laici e il cui numero due, dopo il Presidente della Repubblica, è eletto dal Parlamento. Che poi questo equilibrio sia sfociato negli indecorosi compromessi svelati dal libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti è frutto di una patologia sociale e non certo del contagio della politica che, al contrario, negli ultimi anni si è sempre piegata alla magistratura.

Se questa innovazione passerà assisteremo a un salto di qualità del ruolo di una non secondaria componente sociale come l’avvocatura. Del cosiddetto popolo delle partite Iva, gli avvocati costituiscono una non indifferente componente: gravata da problemi economici, da persistenti limiti culturali in ampia parte degli iscritti, ma che in alcune delle sue associazioni di punta come l’Unione delle Camere Penali (che raccoglie l’iscrizione pressoché totale dei penalisti), è espressione di solida cultura liberale in difesa dei fondamentali diritti individuali.

Non è certamente un caso, ed è significativo, che la responsabile del settore giustizia del Partito democratico sia Anna Rossomando, parlamentare torinese, avvocato, figlia di uno dei fondatori dell’associazione, e ora una presenza costante nel dibattito parlamentare che accompagna la delicata riforma della giustizia penale.

Per i penalisti italiani, guidati da Giandomenico Caiazza, il momento è di grande soddisfazione: il superamento del blocco della prescrizione segnerebbe una vittoria non solo simbolica, ma un segnale di forte presenza sociale culturale. Eppure si prospetta all’orizzonte una nuova sfida costituita dalla proposizione di due referendum dei radicali e ora della Lega sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla separazione delle carriere.

Si tratta di due storiche battaglie di bandiera dei penalisti italiani che tre anni fa raccolsero le firme per una proposta di iniziativa popolare, poi depositata in Parlamento.

L’iniziativa di Salvini non può far felici i penalisti che hanno già una loro articolata proposta, perché il referendum salviniano è pura demagogia, peraltro di dubbia legittimità costituzionale, e con il solo scopo di destabilizzare il governo di cui la Lega fa parte.

Un’iniziativa politica che porrebbe a serio rischio gli assetti istituzionali. Nessun liberale serio può auspicare un governo populista e di estrema destra con il controllo sull’azione penale.

Davanti a sé ora l’avvocatura ha una sfida importante: quella di preparare una seria, colta ed affidabile classe dirigente con una forte cultura delle istituzioni, capace di affrontare la funzione di controllo sul buon andamento dell’amministrazione giudiziaria.

Questo obiettivo richiederà un forte rinnovamento, la fine di ambiguità e connivenze che ancora affliggono la categoria nelle sue espressioni meno nobili e il riconoscimento delle personalità più autorevoli e indipendenti.

È un’occasione storica per chi ancora sogna un partito liberale di massa, che può nascere proprio tra le fila dell’avvocatura.