L’asse anti CremlinoPerché la Turchia vuole entrare nella Difesa comune europea

Il Paese anatolico ha comunicato ufficialmente l’intenzione di aderire al progetto militare dell’Unione europea per agevolare la circolazione di personale e mezzi militari verso l’Est e verificare l’adeguatezza delle infrastrutture europee. Il tempismo non è casuale: «Ankara entra nel progetto nel momento in cui si surriscalda la tensione tra Stati Uniti e Russia nel Mar Nero», spiega a Linkiesta Lorenzo Noto, esperto di Limes

LaPresse

La Turchia sta cercando di inserirsi nella Difesa europea. Ankara nei giorni scorsi ha comunicato l’intenzione di aderire ai progetti militari dell’Ue nell’ambito della Politica estera e di sicurezza comune (Pesco). Come spiegato dal giornale tedesco Welt am Sonntag, la richiesta è stata presentata al ministro della Difesa dei Paesi Bassi, che coordinano il progetto per la mobilità bellica su cui sono dirette le mire di Ankara. 

Il progetto in questione ha l’obiettivo di agevolare la circolazione di personale e mezzi militari dal cuore dell’Europa verso l’Est e di verificare l’adeguatezza delle infrastrutture europee. Elemento quest’ultimo indispensabile per la sicurezza e la difesa del Vecchio continente e per affrontare possibili minacce esterne, come già segnalato nella prima edizione della revisione annuale coordinata sulla difesa (Card) dell’Ue. Il documento inseriva la mobilità militare tra le «sei capacità cruciali» dell’Unione e la stessa Commissione nel 2018 aveva proposto di destinare 6,5 miliardi di euro allo strumento della Connecting Europe Facility, nell’ambito del bilancio 2021-2027. Il budget è stato successivamente ridotto a 1,5 miliardi.

La Turchia non è il primo Stato non-Ue ad aver comunicato l’intenzione di aderire alle operazioni della Pesco, aperte ai Paesi terzi da ottobre 2020. Anche Norvegia, Canada e Stati Uniti hanno chiesto di essere coinvolti nei progetti di difesa europea e proprio la presenza degli Stati Uniti è un dato importante per capire le mosse della Turchia. La richiesta di adesione di Ankara infatti può essere compresa solo analizzando lo scenario in cui essa sta cercando di inserirsi e i rapporti che legano Stati Uniti, Ue, Turchia e Russia, nonché le divisioni interne all’Unione in relazione all’autonomia militare del Vecchio continente. 

L’asse anti-Russia
Prima di tutto, il tempismo della richiesta della Turchia è tutt’altro che casuale. «Ankara entra nel progetto nel momento in cui si surriscalda la tensione tra Usa e Russia nel Mar Nero», spiega a Linkiesta Lorenzo Noto, esperto di Limes per l’area mediterranea. «L’escalation dei mesi scorsi in Ucraina e in Donbass ha permesso al presidente americano Joe Biden di recuperare la retorica della Russia quale nemico numero uno e di ricalibrare le tensioni con la Turchia nel Mediterraneo orientale in funzione anti-russa».

Un’occasione che Ankara stessa non si è lasciata sfuggire, partecipando a colloqui con la Grecia e su Cipro che, pur essendosi conclusi con un nulla di fatto, sono serviti a dimostrare agli Stati Uniti di essere tornati in asse. 

Grazie al suo coinvolgimento nel dossier ucraino, spiega ancora Noto, Ankara ha dimostrato di essere tornata nuovamente a contare in quello che considera un suo spazio di influenza grazie alla deterrenza militare. «Per gli Stati Uniti, il ruolo anti-russo della Turchia è importante anche in Libia, dato che Mosca è presente in Cirenaica con i propri mezzi militari e con il gruppo Wagner».

Per capire le mosse della Turchia è importante ricordare che gli Stati Uniti stanno concentrando le loro forze verso Oriente nell’ottica del contenimento cinese, «il che vuol dire delegare la sicurezza dell’Europa a qualcun altro, soprattutto per quanto riguarda lo spazio Mediterraneo e Mediorientale», sottolinea Noto. «La Turchia quindi presenta la sua richiesta alla Pesco per segnalarsi agli Stati Uniti quale interlocutore fondamentale nella difesa del fronte Sud, che considera tra l’altro una zona turca. Durante l’escalation nel Mediterraneo Ankara ha sempre puntato l’attenzione su questo aspetto».

Gli Stati Uniti però hanno anche bisogno di compattare l’Europa per evitare che possa cedere alla prospettiva di un miglioramento delle relazioni con la Russia. Ecco allora che la Turchia «cerca di sfruttare ogni occasione utile per mostrarsi quale elemento fondamentale per la Nato nel contenimento della Russia».

La richiesta della Turchia – ancora in fase di valutazione – non trova d’accordo tutti nell’Unione europea. Per la Francia, il Paese più anti-turco di tutta l’Ue, si tratta di un’ingerenza la cui responsabilità ricade principalmente sulla Germania, massimo garante della Turchia in Europa. «È stata proprio Berlino ad aver aperto a ottobre le iniziative Pesco ai Paesi terzi per ridurre la possibilità che la Francia ne acquisisse la leadership. Con questa mossa è riuscita a richiamare con successo l’attenzione degli Stati Uniti e del Regno Unito in funzione anti-francese».

Ognuno degli attori coinvolti cerca quindi di portare avanti i propri obiettivi. Sul piano europeo la Francia, ormai isolata, è l’unica che crede tuttora nell’autonomia militare del Vecchio continente, progetto che la Germania cerca di minare o almeno di sottrarre all’egemonia francese. A livello internazionale, gli Stati Uniti continuano a non essere a favore della difesa comune Ue e si inseriscono nel progetto per assicurarsi che le iniziative della Pesco non si accavallino a quelle della Nato, mentre la Turchia cerca di sfruttare l’occasione per presentarsi ancora una volta come il braccio armato a Sud-est del continente in chiave anti-russa, attirandosi così il favore di Washington.