Vita stoicaLeggere le Satire di Ariosto al tempo della cancel culture

Le opere postume dell’autore del Furioso mostrano il poeta confrontarsi con la sua autobiografia, mettono in risalto il suo carattere giocoso, descrivono un Rinascimento lontano da quello raccontato nei libri di storia che si studiano a scuola. E parla della quotidianità, nei suoi aspetti più terreni e corporali

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E se volessimo prender moglie, come ella dev’esser? Occorre prima di tutto osservare bene la madre della futura sposa e considerare l’educazione ricevuta, poi che non sia né troppo bella né troppo brutta (insomma, una giusta via di mezzo), né troppo ricca né povera, che non sia sciocca, che sia più giovane dello sposo di dieci o dodici anni, che sia pia e religiosa ma senza esagerare, e soprattutto che non si trucchi, perché se tutti sapessero com’è fatta la crema da trucco, preferirebbero baciar «un cul marzo di scabbia» piuttosto che il viso della moglie.

Sono solo alcuni degli insegnamenti che dà Ariosto a chi volesse prender moglie, contenuti nella quinta delle sue Satire, di recente ripubblicate dal Saggiatore con una meravigliosa introduzione di Ermanno Cavazzoni. Si tratta di sette componimenti scritti tra il 1517 e il 1525, ma pubblicati postumi dopo la morte dell’autore. Sono pezzetti autobiografici, in cui Ariosto narra momenti della sua vita, parla delle sue insofferenze, di ciò che gli piace e di ciò che non gli piace, delle sue aspirazioni e delle frustrazioni, dialoga in un certo senso con le persone a cui indirizza le sue Satire: come i fratelli Alessandro e Galasso, i cugini Ludovico da Bagno e Annibale Malaguzzi, oppure messer Pietro Bembo. 

Nel 1517 Ariosto ha appena interrotto il suo lungo servizio alle dipendenze del cardinale Ippolito d’Este. Ha deciso di non seguirlo in Ungheria, sede vescovile del cardinale, e nella prima Satira ne spiega le ragioni: in Ungheria fa troppo freddo, si starebbe tutti ammassati nelle stanze per riscaldarsi, l’aria sarebbe viziata e maleodorante, pur di non uscire tutti vi farebbero lì dentro i propri bisogni; potrebbe allora avere una stanza tutta per lui, ma rimarrebbe sempre solo, sarebbe di pessimo umore e finirebbe alla prima occasione per litigare con tutti.

Il tono è spesso scherzoso, molte affermazioni sono sconvenienti (motivo per il quale le Satire non sono state pubblicate con l’autore in vita), Ariosto è combattuto tra la ricerca di una sua indipendenza e l’obbligo di sottostare ai doveri di uomo di Corte. Passa al servizio del duca Alfonso d’Este. Ha incombenze pratiche, diplomatiche e amministrative. Vorrebbe starsene nella sua Ferrara a scrivere (nel 1516 è intanto uscita la prima edizione dell’Orlando furioso) e a coltivare la sua attività letteraria. Nel 1522 viene però mandato dagli Este a governare il territorio della Garfagnana. «Governare è una cosa orrenda», riporta Cavazzoni parafrasando l’Ariosto della quarta Satira, ascoltare «tutto il giorno in ufficio solo liti, furti, odi, vendette, omicidi, ed è tutta una generale anarchia, ottantatré paesini e distretti da governare, ognuno vuole fare per conto suo».

La sua è una filosofia di vita stoica, una sorta di ricerca di aurea mediocritas, lontana dai lussi e dalle scocciature, aspira alla tranquillità e alla serenità. La consolazione è nella poesia. Come Machiavelli, pressoché coetaneo di Ariosto, che nella lettera a Francesco Vettori racconta che solo alla sera, finalmente, può dedicarsi ai suoi “classici”, allo studio della storia e della filosofia. Per Ariosto però la poesia sarebbe un qualcosa di puro e incontaminato se non ci fossero i poeti. Nella sesta Satira chiede consigli al Bembo per gli studi di suo figlio Virginio. Si rivolge al Bembo perché dagli altri umanisti e poeti è meglio stare alla larga, dato che sono sodomiti, altri miscredenti, oppure corrotti o comunque dei poco di buono, molti contemporanei poi pretendono di “sapere troppo”. Ariosto ha insegnato a suo figlio lo studio dei poeti latini, ma con i greci non è in grado. Ripercorre così la sua educazione, ne sottolinea difficoltà e limiti, l’aver dovuto farsi carico della famiglia alla morte del padre e poi il lungo servizio presso il cardinale Ippolito, che «di poeta cavallar mi feo»: da letterato lo ha fatto cavallaro.

Le Satire di Ariosto sono una lettura ampiamente consigliata in epoca di cancel culture e politicamente corretto. Ma lo sono anche perché mostrano l’autore del Furioso confrontarsi con la sua autobiografia, mettono in risalto il suo carattere giocoso, descrivono un Rinascimento lontano da quello raccontato nei libri di storia che si studiano a scuola. Come nella miglior tradizione del genere della satira oraziana, ci parla della quotidianità, nei suoi aspetti più terreni e corporali. In un certo senso, l’Ariosto delle Satire è complementare a quello del Furioso, poema epico in cui l’autore gioca a smontare i cliché del genere e a rendere più umani i mitici eroi dei cicli cavallereschi, facendo perdere il senno al suo Orlando per amore e mandando Astolfo sulla luna per recuperarlo.