O la va o la spaccaLa tentazione di Enrico Letta di rischiare il voto al Senato sul ddl Zan

Il segretario del Partito democratico potrebbe portare il disegno di legge in Aula rischiando di perdere, ma allo stesso tempo mantenendo intatta la propria coerenza e addebitando ai cattivi avversari il fallimento dell’operazione. Sarebbe in fondo persino il perno di un rilancio d’immagine di un Pd che ha assolutamente bisogno di trovare una identità

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Si può giocare a o la va o la spacca su una legge che riguarda un aspetto di civiltà come la legge Zan? Pare incredibile ma a vedere i fatti nudi e crudi, per Enrico Letta sì, si può. Come ha dimostrato il Corriere della Sera con un preciso articolo di Alessandra Arachi e Giuseppe Alberto Falci i numeri per evitare il crac in aula al Senato non ci sono: «Sulla carta, al metto dei franchi tiratori, ci sono 168 favorevoli e 151 contrari», scrive il Corriere. Un margine evidentemente troppo stretto.

Nei voti segreti, che non saranno pochissimi, può succedere di tutto, specie in un Senato ove non mancano personaggi diciamo così incontrollabili. E perché è noto che ci sono (non molti ma ci sono) mal di pancia nel Partito democratico, abbastanza in Italia viva, ci sono un mare di incognite nel gruppo misto e anche nel Movimento cinque stelle che in questo periodo è completamente fuori controllo, Forza Italia è in bilico e la destra è contrarissima.

In una situazione di questo tipo il buonsenso consiglierebbe di non andare in Aula esponendo il petto alle lance degli avversari senza timore di finire come San Sebastiano correndo il rischio di un affossamento definitivo del provvedimento. E allora?

Allora, malgrado la Zan vada in Aula il 13 luglio, dalle parti del Pd s’immaginano tempi lunghetti, con la presentazione e la discussione di centinaia di prevedibili emendamenti in modo tale che fra una cosa e l’altra si potrebbe non chiudere prima della pausa estiva e riparlarne col fresco di settembre: ma allora perché portare in Aula la legge, forzando, il 13 luglio? Un apparente mistero che nasconde una verità, e cioè che si spera che dietro le quinte parta una trattativa informalissima o meglio ancora che il leghista Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia, si faccia carico di portare in Aula un testo diverso che tenga conto del conflitto che si è aperto tra due Stati sovrani.

A leggere bene le parole pur così forti di Mario Draghi in Senato (cioè in faccia alla manina ostellariana che ha fatto scattare la fuga di notizie) non si escludono affatto considerazioni per i rilevi del Vaticano, ferma restando la sovranità assoluta dello Stato italiano.

E infatti un cattolico adulto e dirigente storico del Pd come Pierluigi Castagnetti afferma che «lo Stato è laico. Punto. Però che un intervento rispettoso del presidente della Conferenza episcopale italiana prima, una nota diplomatica riservata poi, e un intervento fondato e ragionevole del cardinale Parolin infine, non trovino interlocuzione seria da parte politica è assai discutibile. Anzi, è un errore». Parole chiarissime, rivolte erga omnes, alla responsabilità istituzionale di Ostellari (se esiste) e a quella politica dei partiti, in primo luogo a quella del partito di Castagnetti stesso.

Mantenere dunque – questa è l’espressione del Nazareno (inteso come sede del Pd) – «l’impianto della legge», non escludendo quindi la possibilità di correzioni in grado di smussare qualche angolo: questo è il sentiero strettissimo. La legge tornerebbe sì alla Camera ma appunto su questi ritocchi, e a Montecitorio la maggioranza è larga. La questione è politica e non di mera tattica parlamentare.

C’è una parte del Pd che si va allargando e che vorrebbe più tempo per mediare. Due giorni Franco Mirabelli, capogruppo dem in commissione Giustizia al Senato, diceva: «Andremo a vedere quali sono le proposte concrete che ci avanza il centrodestra per trovare mediazione». Perché questa è la posizione dei moderati del Pd (Mirabelli è importante esponente della corrente di Dario Franceschini), che si sono visti scavalcare improvvisamente da un Letta barricadero («la legge non si cambia»), quello stesso Letta che quando uscì la famosa nota del Vaticano aveva anch’egli alluso alla necessità di una riflessione.

Poi il segretario, fiutato il vento intransigente a forti tinte anticlericali montato nel suo partito e in larga parte dell’elettorato di riferimento, ha imboccato la strada più netta: si va in Aula. E ci conteremo. Altro che tavoli con Salvini. Dal punto di vista dell’immagine la posizione è forte. E d’altronde la cosa non deve sorprendere più di tanto, perché Letta non esclude che alla fine la Zan passi anche al Senato potendosi così intestarsi un successo notevolissimo.

Ma soprattutto perché la cultura politica del numero uno del Pd è più quella del radicalismo che non quella della mediazione (più dell’anima che del cacciavite): e il leader dem potrebbe essere tentato dal seguire il maestro Romano Prodi sulla linea del «meglio perdere che perdersi» mantenendo intatta la propria coerenza e addebitando ai cattivi il fallimento dell’operazione-Zan, sarebbe in fondo persino il perno di un rilancio d’immagine di un Pd che ne ha assolutamente bisogno.

Peraltro non ci sarebbero neppure ricadute meccaniche sul governo perché come ha detto giustamente il presidente del Consiglio Mario Draghi «questo è il momento del Parlamento». Mentre in caso di sconfitta sarebbe pronto a scaricare su Salvini e perché no Renzi un eventuale inabissamento della legge. Nella peggiore delle ipotesi sarebbero perciò i due Mattei a pagare un prezzo. Si tratterà, dunque. E sennò si proverà a vincere in aula e Letta potrà passare come l’incorruttibile difensore dei diritti. Se gli va bene.