Il bersaglio perfettoPascal Bruckner e il rifiuto del senso di colpa dell’uomo bianco

Nel suo ultimo saggio, il filosofo e scrittore francese passa in rassegna le rivendicazioni (e gli eccessi) delle teorie intersezionaliste, riconosce gli errori storici ma rifiuta la contrizione «come unica identità possibile». La società Europea e Occidentale, ricorda, è molto più di questo

di Steve Johnson, da Unsplash

Quella nuova è una ideologia «pigmentaria», che è fiorita nei campus americani, ha stravolto le teorie decostruzioniste degli anni ’70 («il virus che abbiamo inoculato noi francesi») e sta tornando in Europa a presentare il conto. A pagare sarà «il maschio bianco eterosessuale». Per i crimini (tanti) che ha commesso ma, più ancora, per quelli che non commette ma che gli vengono attribuiti.

È quanto sostiene lo scrittore e filosofo francese Pascal Bruckner nel suo ultimo, polemico, saggio: “Un colpevole quasi perfetto”, uscito in Francia nel 2020 e tradotto ora in Italia per Guanda.

Il colpevole del titolo è l’uomo bianco, portatore più che di un fardello, di una colpa essenziale, come sostiene un movimento di pensiero che unisce, in nome della lotta contro l’oppressione, neo-femminismo, vecchie spinte decolonialiste, e istanze del mondo Lgbtq. Un’ideologia che ha «riempito il vuoto della sinistra classica» e messo alla sbarra l’uomo bianco e, per estensione, la cultura occidentale.

Nonostante il tono vivace, che rende il saggio un degno seguito di “La pazzia della folla” di Douglas Murray, Bruckner è preoccupato. Non tanto per gli Stati Uniti – che non sono più «un esempio da seguire» bensì il simbolo stesso di una disfatta – ma per la Francia e, in generale, per l’Europa.

È vero che le origini di questo pensiero sono da ricercare nella French Theory, che diede fortuna ai filosofi francesi negli anni ’70, ma la sintesi più recente che oggi prende piede anche nel Vecchio Continente non sarebbe accettata nemmeno da «Derrida, o Deleuze o Foucault».

Ora non si tratta più di dissolvere il soggetto, ma di incastrarlo in categorie preconfezionate su base etno-razziale. Aggiunge in questa intervista a Le Figaro che «seguire gli Stati Uniti adesso sarebbe folle come convertirsi al comunismo dopo il 1989».

Tema dopo tema, Bruckner passa in rassegna accuse e rivendicazioni. C’è “cultura dello stupro”, secondo la quale l’uomo «è colpevole in virtù della sua sola forza» (cosa che gli rende impossibile separarsi dalla colpa, «come l’ebreo nel Medioevo») e che è andata a fare a pezzi e poi burocratizzare – con contratti, app, regole di ingaggio – il rapporto sentimentale tra le persone.

C’è la critica all’ideologia persistente della de-colonizzazione che, ricorda, «è già avvenuta» ormai e che oggi si basa su «un’analisi impoverita», visto che «quasi settant’anni fa, dopo la conferenza di Bandung, un certo numero di Paesi, ansiosi di sfuggire alle divisioni della Guerra Fredda, si coalizzarono per combattere l’imperialismo occidentale […]. Il concetto di bianco veniva inteso allora in senso metaforico e includeva l’Europa e gli Stati Uniti», mentre ora è «interpretato in senso letterale». Rifiuta poi il repulisti culturale fatto in nome di un nuovo puritanesimo, in cui al critico si è sostituito «un direttore spirituale che ci spiega perché dobbiamo diffidare dei classici», e denuncia gli eccessi del MeToo, che arriva quasi a «ribaltare l’onere della prova», mettendo in piedi meccanismi che trasformano la giusta richiesta di giustizia «in linciaggio».

Bruckner, con una certa intelligenza, non nega i meriti delle battaglie per i diritti. Riconosce i problemi che vengono sollevati, sposa la necessità di riforme (dalla cultura dei campus al problema del razzismo) e non esita a condannare violenze, oppressioni, ingiustizie.

Rifiuta però la colpevolizzazione – aprioristica, a suo giudizio – nei confronti dell’uomo bianco e della cultura Occidentale. Non condivide il bisogno serpeggiante di «autoflagellazione» e ricorda piuttosto i meriti: «l’Occidente è l’unica cultura che ha preso le distanze in modo pubblico dai propri crimini, dal colonialismo dall’imperialismo e dalla schiavitù. L’Europa ha inventato l’abolizionismo ben prima dell’Africa e dell’America.

Ha commesso orrori, ma ha anche inventato i diritti dell’uomo, ha elaborato il concetto di crimine contro l’umanità, «tutte cose che non provengono né dall’Asia, né dall’Africa, né dall’America Latina».

Ed è proprio per questo che l’Occidente si trova travolto da questa ondata di autocolpevolizzazione: come diceva già Tocqueville, «un popolo si solleva quando la sua situazione migliora, non quando sprofonda». Tradotto: i successi ottenuti nelle battaglie per i diritti del XX secolo hanno reso insopportabili i ritardi residui.

A conti fatti, e a confronto con altre situazioni geografiche, il bilancio è buono. Eppure la situazione è grave: «L’Europa è ormai un insieme di dominions separati e venduti al taglio, offerti ai più golosi. Gli avvoltoi accorrono per smembrarla. La suddivisione delle spoglie, tra Cina, Russia e Turchia, è cominciata. Quante città del nostro continente sono già in parte sottomesse, ora alla shari’a, ora alla tirannia delle gang, e sottratte alla legge democratica? Non siamo alla caduta dell’impero romano, ci troviamo piuttosto nella situazione di Bisanzio, alla vigilia della presa di Costantinopoli (1453), dilaniati da oscure dispute teologiche. Ci laceriamo per delle inezie – il gender, la razza, l’appropriazione culturale – la cui vacuità farà ridere i nostri discendenti».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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