C’è un gip a VerbaniaLa ragione dell’infelicità italiana è un sistema in cui i giudici fanno i giornali e i giornalisti emettono le sentenze

«Perché non siete felici? Dovete essere felici, l’Italia è un paese democratico», ha detto la gip che ha scarcerato gli indagati del Mottarone ai cronisti che la incalzavano facendo eco alle proteste della procura

Lapresse

Nel giorno in cui si festeggia la Repubblica, poche persone meriterebbero di essere celebrate, per quanto hanno fatto in difesa delle sue istituzioni e dei suoi principi costituzionali, più della giudice per le indagini preliminari di Verbania, Donatella Banci Buonamici.

Fosse anche solo per come ieri, ai giornalisti impegnati a inseguirla e incalzarla con le critiche della procura alla sua decisione di scarcerare alcuni indagati per la tragedia del Mottarone, ha detto candidamente, mentre si allontanava: «È il sistema, dovreste ringraziare che il sistema è così… e invece sembra che non siate felici. Perché non siete felici? Dovete essere felici, l’Italia è un paese democratico».

Non so se condivido l’ottimismo della gip sul funzionamento del sistema nel suo complesso, di cui il caso in questione mi pare più l’eccezione che la regola, in un P in cui i giudici fanno i giornali e i giornalisti emettono le sentenze, ma certo posso assicurare che dopo averla ascoltata sono infinitamente più felice di prima.

Da giorni tutti i quotidiani, i programmi televisivi e radiofonici, i siti internet e i social network avevano deciso chi erano i colpevoli e anche le loro motivazioni: «La strage dell’avidità». O meglio – o forse peggio – avevano deciso che la verità ultima e definitiva, come sempre, veniva dalla pubblica accusa. Sulle stesse prime pagine in cui l’editoriale commentava la grande svolta di Luigi Di Maio contro il meccanismo della «gogna mediatica», il titolo di apertura sparava: «Stresa, escono dal carcere gli accusati per la strage».

È solo grazie al fatto che una giudice per le indagini preliminari coscienziosa e coraggiosa ha fatto il suo lavoro, ha cioè valutato liberamente la decisione di mettere in carcere i tre indagati e ha ritenuto che non ne sussistessero le ragioni, che su giornali e televisioni sono apparsi come per magia i primi dubbi sulla ricostruzione della vicenda e la mostrificazione di tutti i protagonisti. Protagonisti inizialmente presentati tutti indistintamente non solo come colpevoli, ma addirittura come rei confessi.

Ricordiamo noiosamente che la custodia cautelare in carcere, cioè la possibilità di mettere un libero cittadino in prigione senza passare da un regolare processo, dovrebbe essere un caso estremo ed eccezionale, giustificabile solo dal concreto pericolo di fuga, reiterazione del reato o inquinamento delle prove. Ma ormai ci siamo tutti abituati al fatto che, anche quando la reiterazione del reato o l’inquinamento delle prove siano evidentemente impossibili, un pericolo di fuga si possa sempre presupporre, come se per gente che ha vissuto in Italia tutta la vita, che ha qui mogli o mariti con il loro lavoro e la loro vita, i figli che vanno a scuola e tutto il resto, fosse una passeggiata rifarsi una vita in qualche sperduto paese senza trattato di estradizione con l’Italia.

È significativo che tutto questo sia accaduto negli stessi giorni in cui Marco Travaglio, sul suo giornale e in tv, continuava a ripetere che all’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto in appello perché «il fatto non sussiste», né Luigi Di Maio né nessun altro avrebbe dovuto chiedere scusa di nulla, perché aveva confessato, come avevano scritto i giornali all’indomani del suo clamoroso arresto.

E come Uggetti continua a smentire, invitando a leggere gli atti del processo. E anche questo, se ci pensate, è assurdo: non basta la sentenza? Non basta sapere che un tribunale ha stabilito che il fatto non sussiste? Evidentemente no. Non basta. Non basta mai.

Ascoltando quella domanda meravigliosamente retorica rivolta dalla gip di Verbania ai giornalisti – sembra quasi che non siate felici: eh già, perché non siamo felici di vivere in uno stato democratico, in cui nessuno, nemmeno un pm, può togliere la libertà a un cittadino senza che un giudice lo autorizzi? – ho ripensato a Uggetti, sbattuto in carcere, da sindaco, per una vicenda amministrativa, la scrittura di un bando da poche migliaia di euro, finendo sulle prime pagine di tutti i giornali, e sui manifesti, i video, le dichiarazioni di tutti i partiti populisti. E ho pensato a quanto accada di rado, almeno nei casi che destano maggiore attenzione sui mezzi di comunicazione, che un gip non confermi le scelte della procura, magari aggiungendoci la sua quota di giudizi sferzanti e accuse pesantissime in conferenza stampa.

Come ha giustamente notato l’Unione delle camere penali, non poteva esserci migliore spot, per la necessità di separare le carriere di giudice e pm, dello scandalo suscitato da una gip che per una volta non si limita ad avallare le decisioni dell’accusa. Di qui la reazione della procuratrice che, a quanto scrive il Dubbio, avrebbe commentato la decisione della gip con queste parole: «Prendevamo insieme il caffè, per un po’ lo berrò da sola».

La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e tutto il parlamento farebbero bene a rifletterci su. Perché forse, prima ancora delle molte separazioni delle carriere di cui ci sarebbe bisogno – tra giudici e pm, ma anche tra magistrati e giornalisti, e a maggior ragione tra magistrati e politici – per legge andrebbe imposta una volta per tutte proprio la separazione dei caffè.

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