La psichiatria delle masseSiamo una società paranoide che si specchia in una informazione imbarazzante

Ancora si dibatte su Di Maio che si scusa con Uggetti, ma niente cambia: sulla tragica vicenda della funivia del Mottarone giornali e talk show prima hanno mostrificato gli indagati senza prove della loro colpevolezza e poi li hanno assolti anzitempo. Per fortuna, poi, c’è un giudice (quello di Verbania, in questo caso). Ma è una deriva pericolosa

Piero Cruciatti/LaPress

Nel mentre infuria ancora l’acceso dibattito sulla dichiarazione di pentimento di Luigi Di Maio per la vicenda del sindaco di Lodi, messo in ceppi sei anni fa per un supposto appalto truccato di una piscina e oggi assolto dopo essere stato “mascariato” dai Cinquestelle e dalla stampa, si è aggiunta anche l’ordinanza del gip di Verbania sugli arresti per la tragedia del Mottarone.

Dopo alcuni giorni di insulti assortiti da parte dei vari giornali compatti contro i tre fermati, definiti sobriamente come “la banda dei forchettoni” (un altro attrezzo entrato nell’immaginario collettivo) e descritti da tutti i più autorevoli commentatori come dei cinici e avidi epigoni dei peggiori “animal spirits” capitalistici, definzioni e descrizioni che erano state stimolate da un qualche eccesso di loquacità del procuratore locale che li additava come probabili fuggiaschi e sicuri colpevoli, il giudice di Verbania (esistono anche i giudici fortunatamente) ha deluso le attese della pubblica opinione e si è rifiutato di convalidare il fermo, osservando che i tre erano stati mandati in galera addirittura «al di fuori dei casi consentiti dalla legge».

Non bastasse, aveva cura di precisare che non solo non c’erano elementi da cui desumere il pericolo di fuga ma che addirittura due dei supposti “criminali”, recatisi spontaneamente presso la stazione dei carabinieri per essere sentiti, venivano invece arrestati senza che gli inquirenti avessero avvertito la doverosa esigenza di sentirli almeno sommariamente alla presenza di un difensore. Grave anche la mancanza nei confronti di Tadini sentito come fosse un semplice teste e non con l’assistenza dell’avvocato sebbene avesse subito ammesso di aver disinnescato i freni.

In un Paese normale qualcuno tra Csm e procuratore generale del distretto piemontese si porrebbe qualche domanda, quantomeno sul grado di serenità con cui può essere svolta un’indagine nel posto dove il sinistro si è verificato.

Vedete, il pubblico ministero è una parte in procedimento penale ma è un soggetto pubblico, che, come ci viene spiegato da coloro che difendono l’unicità delle carriere tra inquirenti e giudicanti, deve svolgere le indagini nell’interesse anche dell’indagato, alla ricerca della verità. Ne deriverebbe che, se viene meno il senso della misura, ciò dovrebbe comportare il diritto dell’indagato a richiedere un diverso pubblico ministero, a garanzia dell’imparzialità e del buon andamento della funzione giudiziaria (articolo 97 della Costituzione).

In più, il gip si è soffermato anche sul punto cruciale costituito dalle motivazioni che avrebbero spinto gli indagati alle loro scellerate azioni, racchiuse sobriamente da stampa e pubblica accusa in tre sole parole: avidità del profitto. Ebbene, osserva il giudice, se gravissima ed ingiustificabile è stata la condotta del responsabile del servizio Gabriele Tadini, che ha ripetutamente fatto viaggiare la funivia col sistema frenante bloccato, sussistono dubbi invece sul coinvolgimento del titolare dell’impianto Luigi Nerini e soprattutto sull’addetto alla sicurezza Enrico Perocchio, se non altro perché quest’ultimo è un semplice dipendente, a stipendio fisso di una ditta e dunque nessun profitto economico avrebbe tratto dall’esposizione al rischio.

Ora, intendiamoci, non è che il provvedimento del giudice che ha comunque applicato gli arresti domiciliari a Tadini sia una sentenza di assoluzione. Anzi, mentre gli ex giornali colpevolisti operano una goffa marcia indietro, va precisato che, com’e giusto, gli indagati restano tali, che le indagini, augurabilmente condotte con serenità, vanno avanti e che le varie responsabilità vanno chiarite.

Ciò che si dovrebbe evitare sono le sentenze anticipate (peraltro vietate ai pm da una direttiva europea che è recepita dall’ordinamento italiano), le conferenze stampa, le tragicomiche agiografie degli inquirenti, in una parola lo sputtanamento di chi finisca indagato, con e senza colpa.

Nel caso della funivia, solo nei prossimi giorni sarà disposta la perizia per capire perché si è rotta la fune, causa prima della disgrazia e, per inciso, se la presenza dei freni avrebbe garantito un esito diverso in un accadimento eccezionale.

Il problema, oggi come ieri, è quello di frenare l’istinto paranoide che sembra pervadere la società italiana e i suoi organi di informazione disposti a ingoiare senza battere ciglio le peggiori tesi cospirazioniste e le versioni colpevoliste di ogni vicenda giudiziaria.

A tale proposito non può servire a spiegare tutto la presenza di imbarazzanti talk show giunti ormai ad assumere la funzione di organi inquirenti anche per casi irrisolti e addirittura già risolti o archiviati. Sono vere e proprie rappresentazioni teatrali con ruoli e parti già assegnate in cui compaiono ex inquirenti, tecnici della scientifica, criminologi, con la significativa eccezione di un avvocato che spieghi loro lo stato di diritto.

Il modello è l’indimenticato “Processo del lunedi” di Aldo Biscardi, che almeno ammetteva di sparare balle, ma ormai la barriera tra fiction e realtà è abbattuta e ciò che si rappresenta secondo una drammaturgia o un canovaccio da serial televisivo può diventare una sentenza o un’ordinanza cautelare.

Vi è una malattia psichica che pervade la società, dove tutti sono colpevoli e tutti capaci delle peggiori azioni: è un clima pericoloso che intorbida le acque e che, come anche la tragedia della funivia dimostra, non serve alla causa della verità.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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