Esportare la natalitàIl crollo demografico occidentale e l’eccezione Israele

Mentre l’Europa (e non solo) langue, nello Stato ebraico i tassi di fertilità sono altissimi. Il quotidiano Haaretz propone di incentivare l’emigrazione anziché l’immigrazione

di Adam Jang, da Unsplash

Nonostante le previsioni e soprattutto i precedenti, la pandemia – e le restrizioni connesse – non si sono tramutate in un aumento delle nascite. In occidente e, in generale, in tutto il mondo modernizzato, il tasso di fertilità è in calo da decenni e sembra inarrestabile e la crisi da Covid-19 ha solo peggiorato la situazione. I Paesi invecchiano, la popolazione diminuisce, alcune zone si spopolano e in generale diventa più difficile erogare alcuni servizi.

Le dinamiche sono riconoscibili più o meno ovunque: si fanno meno figli tra le classi più colte, si tende a farli sempre più tardi e, per varie ragioni, ci si limita a uno o al massimo due. La media tra i Paesi sviluppati è di 1,7.

È un dato che si riscontra, come ha notato lo scrittore Michel Houellebecq, in tutto il mondo modernizzato – dall’Europa, con le voragini dei Paesi del Sud, fino in Asia: soprattutto in Giappone ma, si scopre con una certa sorpresa, anche in Cina (1,69 figli per donna, mentre negli anni ’60 erano ben sei). Un fenomeno diffuso, uniforme e in un certo senso universale. Solo che, come sempre, esistono le eccezioni. In questo caso a contraddire il quadro tocca a Israele.

Il problema, in questo caso è l’esatto opposto: Israele è travolto da anni da un vero e proprio baby boom e conta una media di 3,1 bambini per famiglia. È di gran lunga il primo tra i Paesi Ocse (subito dopo vengono Messico e Turchia, ma con medie che si aggirano intorno al 2,2). È il dato pùi alto tra i Paesi sviluppati ed è tra i più alti anche comprendendo i Paesi emergenti. Nel 2050 gli israeliani saranno più di 15 milioni (quasi il doppio rispetto agli 8,7 di oggi), più o meno come l’Italia degli anni ’60, o la Francia di fine XIX secolo. Ma in uno spazio più ridotto. Dal punto di vista geografico, nonostante le differenze sociali ed economiche, è un dato in linea con i vicini Siria ed Egitto.

Come si ricorda qui, tra le spiegazioni principali, prevalgono quelle di carattere culturale – avere figli numerosi sarebbe intrinseco alla cultura ebraica – o sociale, legate cioè alle politiche molto favorevoli che aiutano le donne israeliane a mantenere un buon equilibrio tra lavoro e famiglia (permessi per le malattie dei bambini, ore ridotte al rientro dalla maternità, grande disponibilità al part-time e alla flessibilità) e finanziano anche trattamenti di fertilità.

Molti ipotizzano che la crescita sia trainata da alcune particolari componenti della popolazione, cioè gli Haredi, o ultraortodossi, dove la fertilità media si aggira intorno ai sette figli per donna. Eppure, nonostante non si tratti certo di un contributo trascurabile, studi accurati hanno dimostrato che negli ultimi 20 anni è stata piuttosto la componente delle donne che si considerano secolarizzate, o religiose ma non ultraortodosse, a determinare il boom delle nascite, con un tasso di fertilità che supera quota 2,2 – e già questo da solo è in cima alla lista dei Paesi Ocse.

L’affare si complica se si considera che la popolazione arabo-israeliana, al contrario, registra un calo delle nascite costante dagli anni ’60, in linea con tutto il resto del mondo moderno. È insomma un enigma, reso ancora più complicato dal fatto che, numeri alla mano, sono aumentate le nascite ma è anche salita l’età in cui le donne fanno il primo figlio, ed è cresciuto il loro livello di istruzione. Contraddice, in poche parole, tutte le tendenze all’opera negli altri Paesi sviluppati.

Le donne lavorano, studiano e, nonostante tutto questo, fanno figli. Li fanno, sembrerebbe, in maniera indipendente dal livello di istruzione (non ci sono differenze tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha) e non temono di farli anche tardi.

Forse – viene detto da più parti – è un impulso dettato dalla paura di essere superati, a livello numerico, dagli arabi vicini. Oppure, suggerisce qui la sociologa esperta di maternità Orna Donath, si tratta di una risposta all’ansia di essere annientati derivante dal trauma della Shoah.

A chi fa notare che lo stesso fenomeno non si riscontra nelle comunità ebraiche di altri Paesi, lo stesso Jerusalem Post risponde che Israele è sempre stato, fin dalla sua nascita, un Paese che ha fatto della presenza dei bambini uno degli obiettivi principali. Un aspetto integrato, scrive, «nell’ethos sionista».

In ogni caso, vista l’incertezza dell’analisi (ma forse tutte le spiegazioni contengono una parte di verità) e la particolarità delle condizioni culturali israeliane risulta difficile individuare un modello da cui prendere ispirazione. Nei prossimi anni, al contrario, la sovrappopolazione rischia di diventare un problema serio. Israele si ritroverà in breve con una popolazione pari a quella della Svezia e supererà anche Paesi bassi e Romania.

Che fare? Da qui proviene la proposta, provocatoria, di Haaretz: incoraggiare l’emigrazione anziché l’immigrazione e soccorrere, con la propria popolazione in eccesso, i Paesi europei sempre più anemici. Non sarebbe la prima volta: la Polonia, durante il Medioevo, aveva incoraggiato numerose comunità ebraiche a stabilirsi sul suo territorio per favorirne lo sviluppo. Non è detto che non accada di nuovo.