PrepperL’apocalisse non è come ce la raccontano nei film

Nel suo ultimo libro, lo scrittore irlandese Mark O’Connell ha incontrato i paranoici che si preparano alle catastrofi per capire perché abbiamo paura del futuro imminente. «Mi aspettavo cassonetti dell’immondizia bruciare. La massima trasgressione è stata correre all’aperto»

A che ora inizia l’apocalisse? I 18 gradi in Antartide, le locuste che devastano il raccolto in Africa, gli incendi in Australia. Cerchiamo d’indovinare cosa ci ucciderà prima: sarà una vespa killer o la plastica? E come se non bastasse sono finiti i nostri biscotti preferiti. Ogni notizia parla chiaro: è la fine del mondo. Eppure, ogni giorno, ci svegliamo e il mondo è ancora lì e noi siamo pronti a lasciarci terrorizzare, e a pagare le tasse. 

«Era la fine del mondo, ed ero seduto sul divano a guardare i cartoni animati con mio figlio». Inizia così Notes from an Apocalypse: A Personal Journey to the End of the World and Back, l’ultimo libro di Mark O’Connell, scrittore irlandese, già autore di uno splendido reportage sulle strambe illusioni da vita eterna dei transumanisti.

È un pellegrinaggio nei luoghi della propria fede, cioè l’ansia per il futuro, alimentata dalle notizie che funestano le nostre timeline. «Il mondo non finirà né con un botto né con un lamento, ma con una notifica push», scrive.

Il viaggio del nostro eroe parte dai tutorial su YouTube dei prepper, quella sottocultura di nicchia di paranoici (o a questo punto: previdenti?) che dorme con lo zaino sotto al letto, con le dispense piene di cibo in scatola e le compresse per l’acqua potabile.

Si preparano alla catastrofe, una qualsiasi. E forse ci sperano. «I prepper non si stanno preparando per le loro paure: si stanno preparando per le loro fantasie», intuisce O’Connell. 

Aspettatevi uno stile più vicino a Geoff Dyer che a Naipaul, quando vola in Sud Dakota tra le fabbriche di munizioni riconvertite in bunker di lusso, visita residenze dei miliardari in Nuova Zelanda che si preparano al collasso (il cui super villain è Peter Thiel, odiatissimo perché simbolo di tutto ciò che O’Connell detesta: un miliardario di destra che vuole salvarsi egoisticamente la pelle, e la cui idea di libertà è non pagare le tasse).

In un tour a Chernobyl si ritaglia uno strapuntino tra i turisti per fare una foto uguale a mille altre, ma simulando la solitudine: è ciò per cui ha pagato. («Il messaggio, in generale, sembrava essere questo: sono stato qui e ho sentito il peso malinconico di questo luogo avvelenato. #Chernobyl #mazing #melancholy»).

Siccome fa parte di quegli autori progressisti che sanno parlare di temi cari alla sinistra senza ucciderti dalla noia (come già Jonathan Safran con un hamburger e Jonathan Franzen sull’abituarsi a vivere alla fine della fine della terra), il libro è pieno di buone intuizioni.

Come quando scrive che i prepper sembrano quegli youtuber che fanno unboxing; o come quando visita i pied-à-terre apocalittici dei miliardari e li considera un’evoluzione delle gated community. E sa che preferiamo un ipocrita a un guru radicale, perché nessuno vuole veramente un inarrivabile modello virtuoso da imitare: a quelli facciamo fare le cose al nostro posto.

Quindi ammette che per scrivere questo libro ha preso un sacco di aerei, che la sua carbon footprint è larga, profonda e indelebile quanto la sua colpa, e per farci capire che non è compiaciuto, si chiede: «È possibile essere terrorizzati e annoiati allo stesso tempo?».

Nel libro troviamo due forme di misantropia. La prima di chi s’infila in un bunker per sfuggire agli altri esseri umani più che a un terremoto; la seconda è di chi in fondo è contento che gli uomini siano i nuovi dinosauri, perché siamo noi che contaminiamo il mondo.

Se O’Connell riesce a individuare i primi non riesce però a identificarsi pienamente nei secondi. Dopotutto è un padre, è progressista, è dalla parte del bene. E gli basta uno sguardo ai figli per capire che ormai esistono e non ha senso porsi il problema di averli messi al mondo, è troppo tardi per essere houellebecquiano, ormai sono lì a disegnare un #andràtuttobene.

La domanda a questo punto è: se l’apocalisse non somigliasse affatto all’idea cinematografica hollywodiana o a quella descritta nei testi sacri, sapremmo riconoscerla?

All’inizio di questa pandemia ho suggerito ai miei amici che abitano a Brooklyn di comprare una pistola. Convinto che ci sarebbero stati disordini, vetrine rotte, sommosse. Fortunatamente non mi hanno dato retta e si sono comprati un iPad.

Nella realtà è andata diversamente da come aveva immaginato Steven Soderbergh in Contagion. I bambini hanno disegnato arcobaleni, i medici suonato pianoforti negli ospedali, noi pagato cibo per i poveri.

Nonostante si continui a ripetere che “il nemico è invisibile” non c’è un altro momento nella storia in cui si è isolato più velocemente il virus (abbiamo anche i meme). I miliardari della Silicon Valley non si sono rifugiati nella panic room ma fanno streaming su come organizzare il futuro. E persino internet ha retto il colpo. 

Mi aspettavo cassonetti dell’immondizia bruciare e invece la massima trasgressione è stata correre all’aperto e leggere sul prato. Se questa è l’apocalisse non è poi tanto male.

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