Il piano della commissione CartabiaIl costituzionalista Luciani spiega la proposta riforma del Csm

«Molto si può fare anche a Costituzione invariata», dice il professore incaricato dalla ministra della Giustizia a elaborare le nuove regole per la magistratura. Dal cambio della legge elettorale per i togati ai limiti al carrierismo e alle porte girevoli

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Massimo Luciani è il costituzionalista incaricato dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia a coordinare la commissione che ha elaborato la proposta di riforma del Consiglio superiore della magistratura. Al contrario dell’ex ministro Flick, che dice che per riformare la magistratura serve prima modificare la Costituzione, Luciani spiega però a Repubblica che «molto si può fare anche a Costituzione invariata». Come «il cambio della legge elettorale per i togati, norme stringenti per l’accesso dei magistrati alle cariche politiche, disciplina rigorosa del fuori ruolo, lavoro degli uffici programmato in modo da garantirne l’efficienza».

Non sarà «una riscrittura integrale delle norme, ma si disegna una riforma molto significativa». Però, precisa Luciani, «senza un grande rinnovamento culturale della magistratura, degli operatori del diritto, della politica, ma anche dei media, da questa grave crisi non si esce: le leggi aiutano a risolvere i problemi, ma sono le persone che ci riescono».

Luciani spiega perché ha escluso l’ipotesi di un rinnovo parziale del Csm ogni due anni, che piaceva anche alla ministra Cartabia. «È un’idea meritevole della massima considerazione», dice. «C’è però un problema: la sorte del vicepresidente. Si poteva ridurre il suo mandato a due anni? Penso proprio di no, perché il rapporto con il Capo dello Stato dev’essere saldo e duraturo. E poi una parte del Consiglio non avrebbe mai potuto esprimere il vicepresidente. Allora abbiamo affidato la scelta del vice al Capo dello Stato. Ma serve una riforma costituzionale».

Poi, aggiunge, «abbiamo proposto nuove regole per formare le commissioni, principi rigorosi per attribuire gli incarichi, in linea con il ddl Bonafede, freni significativi al carrierismo». La commissione ha proposto il «voto singolo trasferibile»: significa che ogni toga vota, ma poi conta il «quoziente» tra il numero dei voti validi e quello dei seggi più uno. «Abbiamo immaginato candidature individuali (non di lista!) per favorire chi non è legato alle correnti», spiega il costituzionalista. «Quanto al “quoziente” si tratta di un semplice calcolo matematico che c’è in tutti i sistemi proporzionali che non utilizzano il metodo del cosiddetto divisore, che è una cosa ancora più complicata».

Questo, spiega, «renderà molto più difficile la vita a chi vorrebbe comprimere il pluralismo interno della magistratura. Ma sarebbe un gravissimo errore pensare che esista un sistema elettorale capace di eliminare il potere di forze organizzate». Mentre «un sorteggio puro e semplice sarebbe in frontale contrasto con la Costituzione, che parla esplicitamente di elezione». Da escludere anche la formula mista: «Immaginiamo che si sorteggi prima e si elegga dopo. Lei si figura cosa sarebbe disposto a fare uno sconosciuto baciato dalla sorte per farsi eleggere? Non sarebbe facile preda delle correnti? All’opposto, se si vota e si sorteggia, poi il risultato è ovvio: le correnti condizionano comunque il voto, con in più l’inconveniente che tra gli eletti la sorte magari ci consegna i meno bravi».

Quanto alle promozioni, «abbiamo limitato il carrierismo. L’aspirazione ad avere un incarico direttivo è legittima, ma non deve diventare una professione nella professione», dice Luciani. «Non so cosa decideranno governo e Parlamento. Noi abbiamo immaginato che le istituzioni siano ancora in grado di scegliere i magistrati migliori, senza ricorrere ad automatismi».

A differenza di Bonafede, però, la proposta di riforma della commissione Luciani riapre le «porte girevoli»: chi si candida può tornare in un incarico collegiale. «Il nostro testo non è affatto meno incisivo del precedente», precisa il costituzionalista. «Tant’è che abbiamo previsto condizioni rigorosissime per l’accesso dei magistrati alla politica, comprese le cariche nei piccoli comuni che prima erano escluse. Nonché l’aspettativa senza assegni». Ma «la Costituzione impone di conservare il posto di lavoro a chi è eletto. È una previsione difficilmente superabile. Tuttavia, ammesso che davvero ci sia chi intenderà candidarsi nonostante tutte le limitazioni previste, chi rientrerà potrà fare solo il giudice con altri, in una sede molto lontana dal luogo in cui è stato eletto».