La notte della marmottaStoria della mia insonnia (e di quanto il New York Times mi odi)

Mi vaccinerò, non perché improvvisamente tema il virus (non esco mai!), ma perché tutti quelli che conosco mi hanno detto che, la sera dopo la vaccinazione, hanno dormito come bambini. Se funziona, il giorno dopo mi ripresento

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Alcuni si vaccinavano perché volevano la birra gratis. Alcuni si vaccinavano perché ci tenevano molto a distinguersi dal loro ex compagno di classe che riempiva Facebook di rivelazioni precedute da «non ve lo dice nessuno». Alcuni si vaccinavano perché volevano andare in vacanza. Alcuni si vaccinavano per avere la foto della vaccinazione da instagrammare (uno di questi alcuni, il presidente della regione Emilia Romagna, ha ritenuto di denudarsi per la rituale foto vaccinista: presidente Bonaccini, io e lei dobbiamo parlare della gestione della sua immagine sui social).

Il mio più grande incentivo a vaccinarmi è: il New York Times mi odia.

Ieri, mi compare un articolo del New York Times sulla coronasomnia, l’insonnia da pandemia. Mi dico che dev’essere un pezzo vecchio, io sono sicura d’averla già letta, questa storia che in pandemia non si dorme, ma poi controllo e no, è un nuovo articolo che dice le stesse cose di quello di mesi fa.

D’altra parte ieri leggevo che volevano vietare Astrazeneca ai giovani, ed ero sicura d’averlo già letto, ero sicura che l’avessero vietato mesi fa, e forse ormai è tutto così, l’insonnia della marmotta, l’Astrazeneca della marmotta, tutte notizie già lette che ci assicurano essere nuove facendoci sentire come Ingrid Bergman in Angoscia: no, lettrice, non sei tu che sei pazza, è che quello stronzo di tuo marito che voleva farti internare per ereditare è stato sostituito da giornalisti pigri che ti ridanno sempre le stesse notizie e se dubiti del fatto che siano nuove ti dicono che hai le allucinazioni.

Ma sto divagando, torniamo all’insonnia da virus. Che poi secondo me non è mica vera. E lo dico da insonne cronica.

Il mese in cui ho dormito meglio nella mia vita adulta è il marzo 2020. Ero tornata la me ventenne, quella che si addormentava senza sforzi e si svegliava nove ore dopo. Fare la stessa vita di prima – chiusa in casa – ma per decreto presidenziale e non per scelta m’aveva liberata da quella sottile inquietudine che prova chi ha uno stile di vita non condiviso dalla maggioranza: i narcotrafficanti, i terroristi, e quelli che preferiscono stare con sé stessi che con gli altri.

Erano i giorni in cui tutti dicevano di non dormire per l’angoscia della pandemia e, pur sapendo che mentivano (agli esseri umani piace dirsi preoccupati per cose che non li riguardano), sapevo che c’era del vero: gli esseri umani s’angosciano per ciò che li riguarda, e caratteristica precipua d’una pandemia è che può capitare anche a te. In più, come mi rimarcavano ogni giorno tutti i miei conoscenti, nessuno dei quali vive nel mio stato di solitaria beatitudine, provaci tu a stare chiusa in casa con bambini, cani, coniugi.

Poiché, come tutti quelli che non dormono, parlo solo del mio non dormire, nel marzo 2020 mi ero dovuta trovare un altro tema di conversazione. La fatica di trovare una consegna libera per la spesa sui siti dei supermercati era stata un eccellente rimpiazzo. Invece di annoiare gli amici coi miei «e alle quattro ero sveglia, e decisa a riaddormentarmi, e quindi mi sono rigirata fino alle sette, poi mi sono arresa, però avevo ancora il sonnifero in circolo, e quindi», li annoiavo coi miei «se aspetti mezzanotte l’Esselunga apre nuove consegne, se invece dormi presto sei già sveglio quando alle cinque Cortilia rende disponibili nuove giornate, ma devi sbrigarti perché Cortilia non ti fa prenotare la consegna, e se vanno esaurite mentre stai riempiendo il carrello ti sbatte fuori dal sito» (quanti ricordi, un po’ mi mancano le olimpiadi dell’ordinazione dei detersivi).

Ad aprile 2020 non avevo più amici: strano, una conversatrice così avvincente; ma, soprattutto, non avevo più la mia principale fonte di reddito, e con essa il sonno beato di chi sa come pagare l’affitto. Quindi, la prima volta in cui il New York Times ha sostenuto l’esistenza della coronasomnia, ho sbuffato: è la solita insonnia, quella da preoccupazioni.

Ammesso che sia vera. Quando iniziai a non dormire, la mia età cominciava ancora per 2, e i miei fidanzati erano ancora stronzi come il marito di Ingrid Bergman in quel film. Uno a un certo punto mi spiegò che io credevo di non dormire, ma la mia percezione d’essermi rigirata tutta notte si riferiva in realtà a una mezz’oretta. Il resto del tempo avevo ronfato, ma al risveglio mi convincevo che quella mezz’ora fosse durata cinque ore. Cosa potesse saperne lui, che nel momento in cui toccava il cuscino già russava, resta un mistero.

Ma sto divagando di nuovo. Il New York Times e il suo nuovo articolo su come risolvere l’insonnia da pandemia, dicevo. Dovete sapere che io ho paura di tutto. Prendo l’ascensore perché ho paura di cadere dalle scale; se piove non attacco il cellulare che si sta scaricando alla presa di corrente perché ho paura che in quel momento in quella presa si scarichi un fulmine; non attraverso piazza Gae Aulenti perché ho paura d’essere investita da un monopattino; e sto in casa con un po’ d’inquietudine perché ho calcolato che, se i terroristi buttan giù la torre Unicredit, in diagonale essa casca proprio su casa mia.

Solo della pandemia non ho mai avuto paura: sto sempre in casa, chi diamine mi deve contagiare? Ho invece paurissima che mi venga l’Alzheimer (in questo sono meno sola rispetto al terrore di venire schiacciata da un grattacielo: siamo tantissimi ad avere la paranoia delle malattie neurodegenerative). E l’altro giorno il New York Times mi ha avvisato che non solo il medicinale per l’Alzheimer che stava per essere approvato (nel frattempo lo è stato) da chi regolamenta i farmaci in America è inefficace, ma che rallenterà anche la ricerca d’un farmaco che invece funzioni. Gettandomi nel terrore.

Non bastasse, ieri pubblicano questo nuovo articolo sull’insonnia in cui buttano lì che, se hai più di cinquant’anni, dormire meno di sei ore a notte accresce il rischio di demenza. Ho 49 anni, e quando dormo sei ore è grande festa tra i miei amici (che non devono sorbirsi cronache d’insonnia). Tra un anno sarò a rischio demenza, ora che lo so chi dorme più. Il New York Times mi odia, è evidente.

Quindi mi vaccinerò. Non perché improvvisamente tema il virus: perché tutti quelli che conosco mi hanno detto che, la notte dopo la vaccinazione, hanno dormito come bambini. Se funziona, il giorno dopo mi ripresento e chiedo di vaccinarmi di nuovo, di poterlo usare come sonnifero, di usufruire del diritto al sonno dei giusti a mezzo vaccino. A quel punto Ingrid Bergman sembrerà sana di mente.

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