Le escluseÈ tempo di scoprire la storia dell’arte femminile

Il contributo delle donne è stato spesso sottostimato, messo ai margini, trascurato se non proprio coperto. Il nuovo libro di Costantino D’Orazio (pubblicato da Laterza) vuole riempire un vuoto che dura ormai da troppo tempo

da Wikimedia Commons

L’ammissione delle prime donne alla frequenza dei corsi di studio artistico risale al 1607. Fu l’Accademia di Roma a offrire loro questa opportunità, che si rivelò un elemento sostanziale non solo sul piano educativo, ma anche su quello sociale ed economico.

La frequenza dell’accademia rappresentò un significativo contributo al tema più ampio dell’alfabetizzazione femminile, ma innescò anche una serie di cambiamenti che contribuirono alla trasformazione del ruolo femminile nella società. Le artiste, prime lavoratrici specializzate in un contesto fin allora riservato essenzialmente agli uomini, furono così le pioniere di un percorso che avrebbe dovuto superare non pochi ostacoli.

Malgrado questo grande passo avanti, alle donne erano interdette tutte le riunioni in cui si prendevano decisioni fondamentali per le attività e le opportunità di lavoro da affidare agli artisti. Tale divieto nasceva dalla volontà di non dar loro strumenti di potere e, al contempo, relegava la loro partecipazione ai soli primi elementari livelli di apprendimento.

Tuttavia il rinnovamento era ormai stato innescato e nessuno avrebbe più potuto arrestare l’affermazione delle donne nel mondo dell’arte. Per secoli sarà ancora vietato loro di studiare modelli nudi, vivi o morti che fossero. Per generazioni le artiste non potranno viaggiare da sole in cerca di opportunità di lavoro in contesti diversi dal luogo di nascita o da quello in cui hanno contratto matrimonio. Ma il riconoscimento di una loro professionalità, magari mediata dal padre, dal fratello o dal marito, sarà sempre più tollerato.

Le apprendiste si ritrovano comunque ad avere uno scarso raggio d’azione e pochi soggetti a cui dedicarsi: ritratti, nature morte e poco più, generi considerati «minori». Impossibile per loro affrontare i grandi temi della pittura di storia, impensabile cimentarsi in tele di grandi dimensioni. Generato da un pregiudizio morale a prima vista innocuo, il divieto di frequentare lezioni di disegno dal vero di corpi di uomini senza veli è la causa principale dell’assenza di grandi opere pubbliche prodotte da artiste donne. Uno dei maggiori ostacoli alla loro affermazione e, forse, una delle risposte più concrete al quesito della Nochlin.

Alla luce di questi fatti, è un vero miracolo se oggi possiamo ammirare i dipinti di Sofonisba Anguissola o di Artemisia Gentileschi, perché ogni tela è stata una conquista.

A ben guardare, l’impossibilità di lavorare alla presenza di modelli ha favorito la crescita di un fenomeno piuttosto interessante, che nella storia dell’arte coinvolge soprattutto le artiste.

Fin dagli esordi le donne hanno prediletto gli autoritratti. Con la scarsa possibilità di uscire di casa, il divieto di frequentare botteghe o accademie, il bando a qualsiasi sessione di posa maschile, le pittrici hanno dipinto soprattutto i soggetti più alla loro portata: sé stesse, a volte alternate alle proprie sorelle o a nature morte, di fronte alle quali difficilmente si sarebbe potuto gridare allo scandalo. Per tutti questi motivi bisogna guardare con ancora maggiore ammirazione al contributo che le artiste hanno dato alla crescita dei linguaggi, all’evoluzione delle iconografie e al salto di qualità – quando non proprio alla rivoluzione – delle tecniche. Un percorso a tappe forzate, infestato da continui balzi in avanti e passi all’indietro.

Dopo i fulgidi esempi rappresentati da pittrici eccelse e riconosciute come Lavinia Fontana o Angelica Kauffmann, nel XIX secolo le artiste devono ancora lottare per ottenere ciò che meritano.

Dall’esempio della Francia ottocentesca – il Paese con il maggior numero di artiste – è evidente che «le donne non venivano accettate come pittrici di professione». Alla metà del secolo, soltanto un terzo degli artisti erano donne; tuttavia, anche questa statistica abbastanza incoraggiante risulta fuorviante se si considera che nessuna di questa quota relativamente esigua passò per il trampolino del successo, ovvero l’École des Beaux-Arts; soltanto il sette per cento ricevette qualche commissione o incarico ufficiale, che potevano includere lavori meno qualificati; soltanto il sette per cento ricevette una medaglia in qualche Salon. […] Prive di incoraggiamenti, opportunità formative e riconoscimenti, la cosa davvero incredibile è che una certa seppur ristretta percentuale di donne cercasse comunque di lavorare in ambito artistico.

Il lettissimo The Family Monitor and Domestic Guide di Sarah Stickney Ellis, manuale di vita domestica pubblicato nel 1848 e molto popolare sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, esortava le donne a non farsi irretire dalla smania di voler primeggiare.

«Vorrei eccellere in qualcosa» è un’espressione frequente e in certi limiti lodevole. Ma da dove deriva e verso cosa tende? Essere in grado di fare molte cose in maniera discreta conferisce alla donna un valore infinitamente superiore alla capacità di distinguersi in una soltanto. Nel primo caso, potrà rendersi sempre utile; nel secondo riuscirà a brillare solo per qualche istante. Se sarà preparata e capace quanto basta in ogni cosa, saprà affrontare qualsiasi situazione della vita con facilità e dignità; mentre riservando il suo tempo a primeggiare in una sola rischia di rimanere inetta in tutte le altre. Ingegno, istruzione e cultura sono ben graditi solo finché favoriscono le virtù morali della donna, non oltre. Per quanto attraente e gratificante possa sembrare, bisogna schivare come un pericolo tutto quello che può distogliere la donna dalle cose importanti, tutto ciò che può condurla nel ginepraio delle lusinghe e dell’ammirazione, tutto ciò che può deviare le sue attenzioni dagli altri verso sé stessa.

Al massimo, secondo la Ellis, una donna può dedicarsi al disegno, che è pratica facile, si può interrompere in ogni momento quando occorre occuparsi delle faccende di casa ed è congeniale a distrarre dai propri crucci e a mantenere quel buonumore che rientra tra i doveri sociali e domestici di una donna.

Con testi di tale portata tra le mani delle ragazze, quale speranza poteva esserci di veder eccellere il talento femminile nella pittura e nell’architettura?

Eppure, la fine dell’Ottocento, con l’esordio delle istanze femministe e l’arrivo sulla scena di donne particolarmente forti, segna un giro di boa e l’inizio di un percorso di emancipazione inarrestabile. Alcuni appassionati di storia sociale dell’arte connettono questa rivoluzione anche al fatto che proprio in quegli anni si sia allargato il mercato della pittura «da salotto», quella richiesta dai borghesi, sempre più in grado di spendere denaro nell’acquisto di beni effimeri, come quadri da appendere alle pareti: proprio quei soggetti in cui le donne avevano raggiunto un livello d’eccellenza negli ultimi due secoli. Ma in ambito pubblico dovranno ancora passare decenni perché le artiste vengano ammesse nelle sedi istituzionali e nei musei o addirittura invitate a lasciare il proprio segno nelle città.

Nell’estate del 2019 il Baltimore Museum of Art, nel Maryland, ha annunciato la decisione di compiere un «doveroso passo avanti contro una vergogna su scala mondiale», quella che ha relegato le artiste nei depositi dei magazzini dei grandi musei lasciando terreno libero all’esaltazione del genio dei loro colleghi maschi: l’istituzione si è impegnata a dedicare la programmazione del 2020 solo a mostre di artiste e a concentrare le nuove acquisizioni solo su opere realizzate da donne, investendo una cifra di oltre due milioni e mezzo di dollari.

Avranno avuto l’imbarazzo della scelta, perché esistono ancora tanti capolavori dimenticati, nascosti nelle collezioni private e apprezzati solo dai veri cultori della questione di genere.

L’arte delle artiste è un territorio a tratti inesplorato, relegato alla curiosità di (ancora) pochi studiosi e studiose che hanno abbracciato la missione di restituire loro il maltolto, la fama e il riconoscimento che da tempo avrebbero meritato.

Vite di artiste eccellenti va in questa direzione e ha l’ambizione di poter contribuire a una maggiore conoscenza dell’orizzonte delle artiste, senza la pretesa di essere esaustivo.

Riecheggiando il celebre catalogo che Giorgio Vasari pubblica a metà del Cinquecento – Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori – sono oltre sessanta le donne raccontate in questo volume: come un ventaglio, il loro numero si allarga sempre di più col passare dei secoli. Aumentano i nomi, così come le assenze, in un sistema di selezione inevitabile che ha determinato per chi scrive un frustrante imbarazzo nella scelta.

Più che la descrizione delle loro opere, di pagina in pagina si dipanano le vite delle artiste. Esistenze che riservano successi e dolori, perdite e vittorie, grandi esiti e frustranti fallimenti, come accade nell’esperienza di tanti artisti uomini.

Perché, a guardarlo da vicino, il talento delle artiste non è poi così diverso da quello degli artisti. È soprattutto una questione di opportunità.

da “Vite di artiste eccellenti”, di Costantino D’Orazio, Laterza, 2021, pagine 288, euro 18