Cento di questi impeachment!Bullizzare Di Maio nell’era in cui le nostre scemenze sono riproducibili

Il ministro degli Esteri ha scritto un accorato e ruffiano messaggio d’auguri a Mattarella, il presidente che con una telefonata a Fazio, telefonata che per sua sfortuna ci ricordiamo tutti, accusava di tradimento e attentato alla Costituzione

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Elenco non esaustivo di cose che ho detto e fatto e delle quali mi vergognerei moltissimo se le sapessero tutti (meno male che invece le saprete solo voi).

Quella volta che arrivarono sui giornali i nuovi politici del nuovo movimento, e io guardai le foto di uno di loro e lo valutai abbastanza sdraiabile, e le mie amiche mi dicevano «ma sei scema, ha le Birkenstock», e io dicevo «sì, però», e poi è andata com’è andata e insomma era Alessandro Di Battista.

Quella volta (quelle cento volte) che ho giudicato intelligenti interlocutori che erano i peggio imbecilli, e di certuni le amiche ancora mi mandano i più fessi status di Facebook infierendo, «ti ricordo che tu questo lo stimavi» (i social hanno un modo tutto loro di farti chiedere: ma questo è sempre stato scemo ed ero io che non me ne accorgevo?).

Quegli anni in cui ho guardato quella scemenza di Sex and the city, quegli anni in cui ho guardato quella scemenza di Ugly Betty, quegli anni in cui ho guardato quella scemenza di Grey’s Anatomy (di quest’ultimo per la verità mi vergognavo già al presente, non che serva come attenuante dell’imbarazzo postumo).

E poi le migliaia di scemenze che ho scritto nei primi anni in cui scrivevo sui giornali, e le migliaia di scemenze che ho detto in tutti gli anni in cui ho condotto programmi alla radio. Ma dei giornali di quegli anni non ci sono gli archivi on line, e della radio ho le cassette solo io, e le tengo nascoste quasi più del manoscritto del mio romanzo giovanile inedito, e solo per la mia fortuna cronologica non sono costretta a morire di vergogna ogni giorno prima e dopo i pasti.

Insomma, io Luigi Di Maio lo capisco. È sfortunato, poverino. Secondo il manuale di neurologia da me scritto e inspiegabilmente non ancora adottato dalle università (dev’essere un boicottaggio dei poteri forti), a trentacinque anni finalmente ti si finisce di formare il cervello. Tutto quel che fai prima è imputabile a stupidera giovanile, non conta, non è punibile, non fa punteggio nella valutazione complessiva (adesso arriva qualcuno che mi cita Orson Welles e Paul Thomas Anderson, gli unici due cui il cervello si sia formato in anticipo; no, Mozart non vale, e neanche Rimbaud).

Il povero Di Maio è diventato famoso troppo presto: non aveva i lobi frontali, non aveva il controllo dei suoi impulsi. Non è giusto rinfacciargli, ora che è finalmente maggiorenne (ha compiuto i 35 un paio di settimane fa), quella telefonata da men che trentaduenne.

Ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha compiuto ottant’anni (entrando finalmente nella mezz’età), e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha pubblicato uno status di Facebook così concepito: «La gioia negli occhi del Presidente Mattarella dopo il successo agli Europei di calcio è un’immagine storica. Un’immagine che ha trasmesso fiducia, felicità e serenità a un intero Paese, milioni di italiani che oggi dedicano al Presidente i più sinceri auguri per i suoi 80 anni. Punto di riferimento per ognuno di noi, nei mesi più drammatici e dolorosi di questa pandemia è stato sempre presente, ha saputo confortare le persone più fragili e trasmettere messaggi di speranza anche a chi doveva prendere decisioni importanti per il futuro degli italiani. Ci ha incoraggiato a non mollare, a non abbatterci, a non fermarci davanti alle difficoltà. Una guida saggia e autorevole anche nelle fasi politiche più delicate. Per tutto questo le siamo immensamente grati, Presidente. Buon compleanno e viva l’Italia». L’Italia del valzer e l’Italia del caffè.

A sopravvalutare Di Maio, si potrebbe pensare che quel «punto di riferimento» fosse un farsi beffe di Zingaretti. A essere cattivi con Di Maio, come è stato Luca Bizzarri ieri, gli si potrebbe dare del geometra Calboni, il personaggio di Fantozzi famoso per la ruffianaggine sintetizzata nella frase «è un bel direttore».

Ma i più, quelli di noi non particolarmente dotati di spirito satirico, quelli neutrali nel guardare a Di Maio, hanno comunque Google. Di Maio è sfortunato perché ha attraversato la linea d’ombra negli anni degli archivi, delle teche, della riproducibilità.

Se fosse nato un po’ prima, se fosse stato aspirante ministro anche solo con quindici anni d’anticipo, se avesse telefonato a Fabio Fazio nel 2003; se la sua vita pubblica si fosse svolta negli anni in cui tutto era dimenticabile, negli anni in cui le notizie se non ritagliavi i giornali poi vattele a ricordare, la tv se non programmavi il videoregistratore era persa per sempre; se solo.

Pensate alla telefonata – purtroppo nella primavera del 2018 e non del 2003 – di Di Maio durante la diretta televisiva di Fabio Fazio su Rai 1, quella in cui l’allora aspirante ministro in diretta chiede l’impeachment di Mattarella. Pensatela non su YouTube, non sui social, non sui vostri telefoni ogni volta che vi viene un dubbio. Pensate come sarebbe finita ieri sera a cena con vostro cognato: «Ma tu ti ricordi che quello voleva l’impeachment perché Mattarella gli aveva rifiutato un ministro? Ma con che coraggio adesso dice che è una guida saggia e autorevole?» «Ma quando? Mica mi ricordo, ma sei sicuro?» «Boh, forse no, mi sa che mi confondo con quando il Papa chiamò Bruno Vespa» «Il Papa ha chiamato Bruno Vespa?! Ma quello tedesco o quello nuovo?» «Ma cosa vuoi che mi ricordi» «Secondo me ti confondi, è il Dalai Lama che ha fatto una sorpresa alla Carrà».

E invece, povero Di Maio, tutti ad approfittarsi del pacchetto dati, a riguardare infinite volte l’incredulità di Fazio in quella sera di maggio, a pretendere coerenza, a rinfacciare i dislike che vennero prima dei like. A non lasciargli festeggiare in pace l’augusto genetliaco. Siamo proprio dei bulli.

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