Distanti ma viciniIl comune antisemitismo nei partiti di estrema sinistra ed estrema destra in Italia

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 si è diffusa un’opposizione a Israele che va oltre l’ovvio diritto di esprimere dissenso nei confronti delle scelte di un governo: viene costantemente messa in discussione la legittimità dell’esistenza dello Stato ebraico, sconfinando spesso nella discriminazione. Un Paper Research dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, appena uscito a firma di Joel Terracina, analizza questo fenomeno di antisionismo

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«La politica di Israele è come la Shoa»; «La Shoa non è mai esistita, e quindi non dovevano dare Israele agli ebrei come sua riparazione». Apparentemente opposti, questi due approcci hanno in comune una opposizione a Israele che va oltre l’ovvio diritto di esprime dissenso nei confronti delle scelte di qualunque governo, ma investono la legittimità stessa dell’esistenza di Israele, sconfinando spesso nell’antisemitismo vero e proprio.

Entrambi si sono diffusi in Italia in particolare dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’uno è proprio dell’estrema sinistra; l’altro dell’estrema destra. Entrambi sono indagati in «Antisemitismo e antisionismo nell’estrema sinistra e nell’estrema destra italiana»: un Paper Research dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici appena uscito, a firma di Joel Terracina.

«La Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967)», ricorda Terracina, «dimostrò che, se Israele poteva ancora contare sul sostegno della maggioranza della popolazione italiana, la situazione era invece cambiata tra coloro che orientavano l’opinione pubblica, in particolare tra i ceti intellettuali e i media. Anche tra i giovani, gli orientamenti mutarono significativamente. La vittoria, più facile del previsto, delle Forze Armate israeliane lasciò dietro di sé una conseguenza inaspettata e per certi versi paradossale: l’estensione del suo trionfo accelerò la perdita di favore».

Da una parte, dunque, la sinistra tradizionale dimenticò la simpatia per il «socialismo dei kibbutz», per assimilare invece i palestinesi ai «dannati della terra» che erano venuti di moda nel clima della decolonizzazione.

Era anche il clima del ’68. Alcuni esponenti intellettuali italiani si posero come obiettivo quello di riscrivere la storia d’Israele, rielaborando una nuova immagine che iniziò ad acquisire caratteristiche tipicamente negative. E un ruolo importante lo ebbe la casa editrice Feltrinelli dell’epoca, attraverso la pubblicazione degli iscritti di intellettuali palestinesi che come Fayez Sayegh, Asad Abdul Rahman o Sami Hadawi contestavano appunto alla radice la nascita di uno Stato ebraico.

In effetti, anche per via della lotta armata contro il potere britannico la guerra di indipendenza israeliana avrebbe avuto caratteristiche largamente simili a quelle di altri movimenti di decolonizzazione. E anche il fatto che la stessa terra da decolonizzare venisse contesa tra due popoli non è un caso unico: basti pensare alle vicende della partizione tra India e Pakistan, o a quelle di Cipro. Ma Israele venne invece da questi autori assimilata a una entità colonialista, appunto da «decolonizzare» tipo l’Algeria francese.

Per Sayegh, Abdul Rahman e Hadawi, non solo gli ebrei erano pari ai coloni europei che avevano commesso gravi crimini. Sostenevano addirittura la non appartenenza del popolo ebraico a quella determinata area geografica.

Se la Feltrinelli iniziò a diffondere certe idee, tra i primi a volgarizzarle a livelli di pubblico più ampio furono Dario Fo e Franca Rame. In particolare con quello spettacolo “Fedayin”, che nel 1971 venne visto da 40mila persone in pochi mesi.

Nell’immaginario della sinistra italiana il guerrigliero palestinese iniziò a essere assimilato a altri combattenti della rivoluzione più o meno iconici del passato e del presente, dai partigiani ai barbudos di Fidel Castro e Che Guevara. Da laboratorio di una utopia socialista Israele divenne uno Stato borghese e nazionalista, longa manus dell’imperalismo statunitense. L’Olp, assieme alla figura di Arafat, divenne un invece un vero e proprio oggetto di venerazione da parte dell’estrema sinistra extraparlamentare.

Va detto però che l’idea di una «desionistizzazione» di Israele aveva riscontri anche in intellettuali di una certa sinistra israeliana. Da Ury Avnery, fautore di una federazione tra Israele e Palestina, alla comunista Felicia Langer. C’è una evidente tensione tra questa idea di una Palestina laica in cui ebrei e arabi possano vivere assieme e l’altra idea di una «decolonizzazione» che dovrebbe far fare agli israeliani la fine dei Pieds-noirs.

A destra, invece i riferimenti sono René Guenon e Julius Evola. Due pensatori che riprendono le idee di Oswald Spengler sul «tramonto dell’occidente», per svilupparle in una chiave di avversione alla modernità che esalta la cultura islamica come esempio di «tradizione» capace di mantenere una forte spiritualità.

A partire dallo stesso Guenon, molti esponenti di questa «destra spiritualista» si fecero infatti musulmani. Evola non arrivò a questo estremo, ma esaltò il concetto di Jihad come esperienza guerriera in grado di portare all’ascesi per la trascendenza spirituale, allo stesso modo di Waffen SS e Guardia di Ferro del romeno Codreanu: gli altri suoi modelli di riferimento.

In questa chiave Evola «mostrava una forte avversione nei confronti degli ebrei, additati come gruppo che riuniva le peggiori caratteristiche: nomadi, astuti, mercanti, levantini. A causa di queste caratteristiche essi attiravano l’odio». Sosteneva anche che «l’Olocausto non ha avuto quelle dimensioni tradizionalmente evocate: se gli ebrei erano morti, è perché non avevano da mangiare come i tedeschi».

Grande ispiratore della estrema destra extraparlamentare su molti aspetti, Evola la influenza anche nella minimizzazione dell’Olocausto. L’ideologia per cui Israele è uno Stato artificiale da estirpare è portata avanti ad esempio dall’editore Franco Freda e da Claudio Mutti, che infatti si converte all’Islam con il nome di Omar Amin.

Tornando all’estrema sinistra, negli anni ’70 un grosso spazio alle posizioni anti-israeliane lo danno Lotta Continua e il Manifesto. Secondo Terracina, in particolare «sfogliando il Manifesto del 1973 è possibile ricostruire l’immagine d’Israele durante la guerra del Kippur, assieme ad una certa retorica tipica dei movimenti della sinistra extraparlamentare che ancora oggi utilizzano un determinato linguaggio atto a dividere la complessità mediorientale in buoni e cattivi».

La visione marxista tende a contaminarsi con dati etnici, identificando gli israeliani con i borghesi oppressori e i palestinesi col proletariato oppresso. Dopo l’invasione del Libano da parte di Israele dal 1982, sul Manifesto Valentino Parlato compie una vera opera di trasposizione del nemico nello Stato ebraico, paragonandolo alla Germania nazista e ai suoi generali e accusandolo di compiere una vera e propria «soluzione finale».

In un altro articolo Parlato accusa lo Stato ebraico di genocidio. Ma anche su Rinascita e l’Unità, settimanale e quotidiano del Pci, iniziano ad apparire toni del genere. Anzi, c’è un salto di qualità, con il ritorno a antichi pregiudizi tipici del cattolicesimo pre-conciliare a proposito della contrapposizione tra la cultura cristiana dell’amore con quella attribuita al mondo ebraico della vendetta e del rancore.

Ma dal punto di vista del cattolicesimo pre-conciliare Terracina ricorda poi «gli attacchi agli ebrei ed Israele perpetrati da Maurizio Blondet, assiduo collaboratore delle riviste della destra culturale, da Pagine di azione sindacale ai Quaderni di Avallon. Fortemente ossessionato da Israele e dalla minoranza ebraica in Europa», Blondet «concepisce lo scontro tra israeliani e palestinesi in termini religiosi, individuando nella possibile vittoria degli israeliani un rischio per la gestione dei luoghi santi cristiani». «I loro occhi sono momentaneamente velati e soltanto dopo che tutti gli altri popoli saranno entrati nella chiesa anche essi vedranno», dice.

Questo tipi di destra non sono il Msi, in cui però una linea maggioritaria che è filo-israeliana in chiave anticomunista continua a convivere con minoranze che la vedono in maniera differente. Augusto Rocca, ad esempio, sulla rivista Dissenso sostiene la tesi del controllo d’Israele sulle nazioni europee, e dello Stato ebraico come tipicamente capitalista, proponendo ai missini di abbracciare la visione spiritualistica tipica del mondo arabo.

Ed è questa anche la tesi della rivista rautiana Linea che nei giovani palestinesi lanciatori di sassi dell’Intifada trova un legame ideale col Balilla genovese ispiratore del nome della organizzazione fascista per i bambini.

Dal gennaio 1990 al giugno 1991 Pino Rauti diventa segretario del Msi. Un sondaggio di questo periodo indica che il 63,5% dei missini si definisce antisionista, il 25,2% addirittura antisemita, e i due terzi degli iscritti dichiarano di appoggiare fortemente la causa palestinese.

Il successivo arrivo di Gianfranco Fini alla segreteria porta a una trasformazione in Alleanza Nazionale per cui gran parte dei rautiani finisce nella scissione della Fiamma Tricolore.

Uno degli artefici della svolta è Enzo Palmesano: artefice della storica mozione che fece nascere il nuovo partito e allo stesso tempo esprimeva la prima condanna dell’antisemitismo e delle leggi razziali. Ma anche dopo questa evoluzione c’è il caso di Antonio Serena: deputato di An che dopo l’estradizione di Erick Priebke e la sua condanna all’ergastolo da parte del tribunale militare di Roma si lancia contro la lobby ebraica, l’imperialismo americano e la politica di Israele.

Fini però prima lo richiama, poi lo caccia dal gruppo. Interviene anche con Domenico Gramazio, quando il 24 gennaio 2005 dice che «il fascismo non ebbe colpe nello sterminio degli ebrei durante la Shoà». Ma Gramazio dichiara di essere stato equivocato da alcuni giornalisti, e indirizza una lettera di scuse al Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.

A questo punto la destra anti-ebraica abbandona definitivamente An, per puntare su nuove realtà come Casapound o Forza Nuova. Nel 2013 alcuni militanti di Casapound di Napoli vengono colpiti da provvedimenti restrittivi in materia di libertà personale con l’accusa di banda armata, organizzazione sovversiva, detenzioni e porto illegali di armi, lesioni a pubblico ufficiale. Dalle intercettazioni dei carabinieri del Ros emerge anche la volontà di stuprare una ragazza ebrea a Napoli e di dare fuoco all’attività di un ebreo.

Nel 2014 la Digos di Roma arresta un 29enne con un passato di militanza in Forza Nuova colpevole di aver inviato tre pacchi contenenti teste di maiali al Museo ebraico, alla sinagoga e all’ambasciata israeliana a Roma. Dalle indagini risulta che il giovane era in possesso di materiale inneggiante il fascismo oltre ad una scimitarra, una maglietta di Fn ed un libro intitolato Giudaismo, Bolscevismo, Plutocrazia e Massoneria. Ma in questi casi si tratta comunque di casi particolari.

Più pesante è la storia di Militia: movimento che si dichiara fascista, anticapitalista, contro l’immigrazione e la società multirazziale e antisionista. Dietro Militia c’è Maurizio Boccacci: esponente dell’estrema destra romana pioniere nella scelta di portare la militanza politica dentro lo stadio e di cercare costantemente lo scontro fisico contro le forze dell’ordine.

Tra il mese di ottobre e novembre 2008, il movimento si fa promotore di una serie di atti con cui si nega l’Olocausto, definendolo una menzogna ed attaccando una serie di manifesti contro politici quali Gianni Alemanno e Gianfranco Fini e contro il presidente della Comunità Ebraica romana Riccardo Pacifici. Nel 2009 seguono alcune azioni intimidatorie nei confronti di negozianti ebrei nella zona di Viale Libia. Nel maggio del 2010 la polizia arresta quattro membri di Militia che oltre ad aver attaccato l’allora presidente della Comunità Ebraica italiana, stavano da tempo progettando di colpire anche cittadini rumeni presenti nella capitale. La polizia compie una serie di perquisizioni nelle sedi di Militia, rinvenendo materiale di esaltazione del fascismo, striscioni, materiale informatico, una divisa dell’esercito israeliano.

Nel maggio del 2011 vengono ritrovati alcuni manifesti lungo la tangenziale di Roma con lo svincolo per Tiburtina, sono scritte inneggianti a Osama bin Laden che accusano tanto gli Stati Uniti quanto Israele di essere i veri terroristi.

Sempre nello stesso periodo, appare in rete una lista di docenti ebrei accusati di «manipolare le menti degli studenti è di controllare gli atenei italiani». L’obiettivo è identificare gli ebrei italiani cercando così di incutere paura, e la lista contiene anche le attività commerciali da boicottare. La polizia, dopo un’indagine accurata, riesce ad individuare l’autore dell’atto: Dagoberto Bellucci, italiano convertito all’Islam e residente in Libano, già legato al Msi e al gruppo neofascista Comunità Politica di Avanguardia.

Nel 2013 e 2014 Pacifici viene nuovamente minacciato, mentre Militia affigge manifesti lungo i quartieri Talenti, Trieste e Ojetti, esortando a boicottare i negozi dei commercianti ebrei per sostenere la causa palestinese.

A sinistra l’evoluzione del Pci in Pds, Ds e Pd ha – a proposito delle ambiguità su Israele – un effetto altrettanto e più decisivo della trasformazione del Msi in An.

Ma anche qui si libera in compenso un potenziale anti-israeliano nella estrema sinistra dei Centri Sociali, di cui ogni 25 aprile fa eco la ormai rituale contestazione della Brigata Ebraica. Ma non solo. Nel 2002 un noto esponente della comunità ebraica napoletana, Guido Sacerdoti, docente di biochimica presso l’ateneo campano, racconta che di aver dovuto fare marcia indietro annullando la sua partecipazione ad un evento, al quale era stato invitato come partecipante, che riguardava la tematica dell’Olocausto.

Nello stesso anno, il comune di Pitigliano, dopo aver subito diverse pressioni, è costretto ad annullare la rassegna sui film ebraici. Seguono una serie di atti intimidatori a Roma, nel quartiere popolare di Testaccio, in cui si invitano a boicottare i prodotti made in Israel.

E a Milano il portavoce della Comunità Ebraica Yasha Reibman è aggredito durante la manifestazione del Gay pride dai militanti dei centri sociali in quanto aveva osato portare la bandiera israeliana durante la manifestazione, per ricorda che Israele è l’unico Stato del Medio Oriente in cui i gay sono tutelati. Sempre dai Centri Sociali derivano le azioni che impediscono di parlare nel 2004 un consigliere dell’ambasciata israeliana all’Ateneo di Pisa e nel 2005 lo stesso ambasciatore all’Ateneo di Firenze.

Non sono peraltro solo i Centri Sociali. Anche un docente universitario illustre come Alberto Asor Rosa definisce gli ebrei «razza perseguitata ora divenuta guerriera». E il gran finale è nell’ascendere a star del nuovo mondo dei media di un personaggio come Chef Rubio. Ex giocatore di rugby, all’anagrafe con il nome di Gabriele Rubini, è un personaggio televisivo che si occupava di cucina.

Convertitosi all’ideologia filo-palestinese ha diffuso una serie di tweet contro Israele, celebri dopo essere stati pubblicati nel giorno della Festa della Liberazione del 25 aprile 2017. Rubio definisce gli israeliani prima pecore e poi lupi, si rivolge al suo pubblico utilizzando come incipit la parola «Rabbi».

Tra estrema destra e estrema sinistra, infine la sintesi è quella dei cosiddetti Rossobruni. Ideologo ne è Aleksandr Dugin: politologo, scrittore e saggista che ha teorizzato la fine dell’ordine liberale e atlantista ed il ritorno ad un nuovo ordine «euroasiatico». «In una delle tante interviste, Dugin si è dichiarato contrario al sionismo, sostenendo che questo movimento contraddice l’ideologia del tradizionalismo ebraico.

Per poter giustificare la sua tesi che lo porta a respingere l’ideologia sionista, Dugin deve in quanto fedele difensore dell’ideologia tradizionalista riallacciarsi alle tematiche espresse nell’opera del Rabbino Meyer Schiller di New York», ricorda Terracina.

«L’avversione di Dugin per Israele – prosegue – non nasce solamente dal suo attaccamento alla tradizione, che si traduce nel divieto della creazione dello Stato ebraico in quanto atto puramente materiale e non determinato dalla volontà Celeste secondo una visione ultraortodossa alla quale aderiscono gruppi minoritari di fede ebraica. L’atteggiamento ostile di Dugin nei confronti di Israele nasce anche da altre cause ben precise. Lo Stato d’Israele sin dalla nascita si è sempre posto come alleato del mondo libero, ed è stato accusato di aver favorito l’ingresso degli Stati Uniti nell’area mediorientale. Di conseguenza Israele avrebbe spalancato le sue porte ai disvalori occidentali, quali il capitalismo e la relativa occidentalizzazione dei valori e costumi. Tutto ciò finisce per essere letto come una sorta di tradimento agli occhi dell’ideologia rossobruna, soprattutto in politica estera».

A questo tipo di sintesi fa riferimento ad esempio L’Intellettuale Dissidente di Sebastiano Caputo: testata che il 27 gennaio del 2013 ha pubblica un pezzo sul giorno della memoria dell’Olocausto intitolato «il giorno della cicoria», poi ritirato repentinamente dalla rete.

Caputo, in un articolo successivamente pubblicato su L’Intellettuale Dissidente, ha accusato il governo israeliano di Netanyahu di «masturbarsi colpendo indiscriminatamente obiettivi civili a Gaza». Ovviamente tra i bersagli preferiti dai rossobruni vi è George Soros, che è la più recente incarnazione di un archetipo sull’ebreo manipolatore del mondo tornata infatti prepotentemente alla ribalta col complottismo da pandemia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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