Carriere difficiliPer i lavoratori della gig economy il vero welfare si chiama formazione

Come ricorda Giacomo Prati in “Invisibili al lavoro” (Guerini), chi non è in possesso di competenze particolari e richieste non può accontentarsi di acquisire nuove tecniche. Occorre, piuttosto, imparare a imparare. Con l’obiettivo di gestire il cambiamento

Claudio Furlan - LaPresse

Nel mercato del lavoro vi sono occupazioni altamente qualificate che richiedono competenze elevate; i datori si vogliono tenere stretti questo genere di lavoratori e a loro sono solitamente riservati i contratti di lavoro standard. Ma, come si è visto, coloro che rientrano nel precariato non hanno nessuno che si preoccupa di far loro acquisire alcun tipo di competenze.

Quale tipo di formazione si può pensare per questi precari? Non basta più incentivare meramente l’acquisizione di competenze «tecniche», quanto piuttosto è opportuno sviluppare la capacità individuale di personalizzare il proprio profilo professionale, in vista di nuovi percorsi di carriera e dei futuri impieghi.

La questione che deve affrontare il lavoratore precario, infatti, non è più «imparare a fare», ma «imparare a imparare»: avere quell’attitudine al cambiamento e al continuo aggiornamento che gli permetta un adattamento il più possibile sereno alla flessibilità.

Il gig worker dovrebbe avere la possibilità di sviluppare continuamente queste e altre competenze, non solo quando si trova vicino alla perdita del posto di lavoro, o già versi in stato di disoccupazione o inattività, bensì durante il periodo di attività lavorativa. Tuttavia se si è costretti a ritmi forsennati e a lavori usuranti, quando e come è possibile trovare il tempo per l’apprendimento? Se, poi, la retribuzione è scarsa, dove si possono trovare le risorse economiche per investire nella propria formazione?

Sulla risposta a questi interrogativi si giocherà il futuro della formazione lungo tutto l’arco della vita, che dovrà diventare un vero strumento di welfare e di supporto alla ricollocazione (Carrà, 2020).

Il problema, però, è che la maggior parte dei lavori del futuro non richiederà un alto grado di istruzione e, pertanto, perseguire titoli di studio sempre più elevati potrebbe non risolvere il problema dell’occupazione (Srnicek, 2017b).

Come evidenzia Casano (2014), lavoro e formazione sono ormai elementi sempre più inseparabili. Qualsiasi sia lo scenario ipotizzato per il futuro del lavoro, esso avrà un forte impatto sulle competenze richieste ai lavoratori, i quali avranno comunque bisogno di competenze organizzative, gestionali e negoziali. Oltre alla capacità di fare rete in un sistema economico individualista, poi, sarà fondamentale acquisire abilità legate alla gestione del cambiamento.

Pandolfo (2014) afferma, quindi, che i lavoratori dovranno cambiare completamente mentalità. Come si è visto, il lavoro sarà sempre meno ripetitivo e procedurale, in quanto questo sarà appannaggio delle macchine. Le competenze chiave delle persone saranno quindi quelle trasversali, quali ad esempio la creatività, la relazione, l’intraprendenza, la progettazione e l’adattabilità. Spetta, però, alle istituzioni farsi carico di rinnovare i percorsi formativi per sviluppare queste competenze ed evitare il divario tra domanda e offerta di lavoro.

Certamente il punto fermo, oltre alle soft skills, deve essere quello di una valorizzazione della formazione alla salute e sicurezza sul lavoro. È necessario, ad esempio, sviluppare adeguate conoscenze in merito alla sicurezza stradale per i fattorini o alle opportune postazioni di lavoro per i crowdworkers. È fondamentale, pertanto, far acquisire una cultura della prevenzione per poter agire in sicurezza in ogni situazione di potenziale rischio. In tal senso sarebbe opportuno fornire delle competenze in materia di salute e sicurezza sul lavoro già durante il periodo scolastico, in particolare durante le scuole secondarie superiori.

Oltre a ciò, come sottolinea Caroli (2014), oggi non basta più sviluppare abilità tecnologiche, ma è necessario formare alla capacità del lavoratore di auto-orientarsi nel mercato del lavoro, in particolare per coloro che sono costretti a cambiare costantemente datore o inventarsi qualcosa di nuovo per mantenersi. Bisogna generare attitudini in grado di organizzare conoscenze e passioni, saperi ed emozioni, attraverso un ordine mentale che permetta all’individuo di agire sui percorsi. È necessario sviluppare la capacità di muoversi su più terreni, di transitare da un mercato a un altro, acquisendo non più un’identità professionale, ma una personalità che conferisca sicurezza (Bologna, Banfi, 2011).

Secondo Cantoni (2019), infine, la formazione del lavoratore precario deve essere maggiormente rivolta al singolo soggetto, alle sue peculiari esigenze, evitando formulazioni standard. La formazione rivestirà un ruolo di primaria importanza solo se riuscirà a dare punti di riferimento stabili a chi non ha stabilità lavorativa.

da “Invisibili al lavoro. Gli operai del clic ai tempi della gig economy”, di Giacomo Prati, Guerini e associati, 2021, pagine 152, euro 17

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