Intelligenza non artificialeIl piano tedesco per prevedere il futuro leggendo romanzi

Se davvero gli scrittori sono in grado di cogliere pulsioni profonde della società, perché non sfruttare la loro sensibilità per capire cosa succederà? In Germania ci hanno provato

di Luca Florio, da Unsplash

Tutto comincia con un’automobile delle forze armate tedesche che si ferma dalle parti dell’università di Tubinga, all’inizio del 2018. Alla vista della targa, i passanti erano inquieti: la città e soprattutto il campus (di tendenza sinistrorsa) erano rinomati per la loro ostilità all’esercito e agli apparati di sicurezza nazionali. In quel periodo, soprattutto, c’erano state manifestazioni contro la fondazione in città di un hub di ricerca per l’intelligenza artificiale. Uno dei più grandi del continente, ma avrebbe coinvolto anche i produttori di armi della zona. Cosa che per la popolazione studentesca era inaccettabile.

Quel giorno però gli ufficiali erano lì per un altra ragione. Come spiega questo lungo e incredibile articolo del Guardian, dovevano definire gli ultimi dettagli del progetto Cassandra, una delle iniziative più bislacche mai prese negli ultimi tempi e, proprio per questo, una delle più coraggiose.

I militari volevano stabilire una collaborazione con un gruppo di professori universitari perché questi li aiutassero, con i loro strumenti, a prevedere lo scoppio di disordini e guerre a livello internazionale. Nulla di nuovo, se non il fatto che anziché rivolgersi a politologi o a scienziati esperti di Intelligenza artificiale, gli ufficiali stavano parlando con docenti di letteratura.

La scommessa era proprio questa. Si può cogliere il destino di una società attraverso i libri che vengono stampati, pubblicati e diffusi o censurati? È vero, in un certo senso (un filo esoterico, forse) che gli scrittori sono in grado di cogliere sviluppi nascosti ai più? Sono insomma capaci di vedere oltre il presente?

Il gioco delle coincidenze tra previsioni contenute in romanzi, spesso di fantascienza, ed eventi avvenuti negli anni successivi è suggestivo: ci sono le armi nucleari intraviste da Wells nel 1914, o il caso dello scrittore inglese John Brunner che nel 1968 in “Tutti a Zanzibar” aveva raccontato la futura Unione Europea, il declino di Detroit, la crescita della Cina come potenza globale e la vittoria negli Stati Uniti del «presidente Obomi». Anche in occasione della pandemia da Covid si sono ritrovate tracce e predizioni di chiusure, mascherine e coronavirus fuggiti da laboratori di massima sicurezza.

L’aneddotica abbonda, ma ci si ferma qui. Il calcolo delle coincidenze – il combaciare inaspettato di fantasia e realtà – è divertente, ma ha senso creare un progetto serio intorno alla cosiddetta «sensibilità» da scrittore, in aggiunta versando soldi del contribuente? A quanto pare, per qualche ufficiale tedesco la risposta è: sì.

Dopo l’incontro con i militari, il gruppo di professori capitanato dal professore di letteratura comparata Jürgen Wertheimer era indeciso se rendere pubblica la collaborazione. Temevano contestazioni da parte degli studenti, sempre molto sensibili alle ingerenze degli apparati del governo. Invece – come era logico – vennero accolti da un’ondata di scetticismo, qualche pernacchia e diversi articoli del Neckar-Chronik che si facevano beffe della trovata. Difficile biasimarli.

Wertheimer la pensava al contrario. Era stato tra i primi a sposare l’idea, convinto da sempre che la letteratura sia «un sismografo sociale». Nel 2014 aveva scritto a Ursula von der Leyen, allora ministro della Difesa tedesco, per notare come le violenze scoppiate in Nigeria a causa di Boko Haram fossero state anticipate, negli anni, da una serie di attacchi a pubblicazioni, biblioteche e scuole. Lo studio delle parole e della letteratura in generale – questa era la sua conclusione – potrebbe permettere di prevedere i conflitti e, nel caso, impedirli.

La von der Leyen non rispose mai a Wertheimer. Ma fece di più: avviò meeting e discussioni per definire un eventuale progetto di collaborazione. Dal 2015 al 2017 l’attività del professore fu scandita da incontri con funzionari del ministero con cui mettere a punto il progetto Cassandra. Nell’estate del 2017, quando le cose sembrano procedere, crea un team coinvolgendo Florian Rogge, dottorando esperto di pubblicazioni anti-democratiche della repubblica di Weimar e la collega Isabelle Holz. L’occasione era unica.

In assenza di precedenti o modelli di riferimento fu però necessario inventare da zero il metodo di indagine e di analisi. Leggere tutti i libri pubblicati – migliaia e spesso in lingue inaccessibili –  era impensabile. Pensare a un sistema di catalogazione delle evoluzioni lessicali (per cogliere il grado maggiore o minore di aggressività) era un lavoro enorme e insufficiente, dal momento che non sarebbe stato in grado di cogliere metafore e usi specialistici della lingua. Al gruppo del progetto Cassandra restava solo da studiare la cosiddetta «infrastruttura letteraria». Cioè capire cosa succeda intorno a un libro, studiare la sua ricezione analizzando le reazioni a livello sia politico che sociale.

Anche qui fu necessario muoversi a tentoni. La soluzione migliore risultò, più che concentrarsi nella lettura, rivolgersi a critici e a protagonisti della scena letteraria della zona interessata per avere riscontri e opinioni. Wole Soyinka, lo scrittore nigeriano, fu entusiasta di dare una mano al gruppo, fornendo contatti di altri autori e rassegne stampa esaustive. Altri autori furono disposti a incontrare il team nelle rispettive ambasciate o in luoghi neutri come Parigi e Madrid. Molti di loro, addirittura, pagando di tasca propria.

I primi risultati vennero fuori in pochi mesi. In un’analisi retrospettiva, risultò possibile notare come la situazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo fosse in deterioramento già dagli anni ’80. Viene registrata la grande attenzione rivolta ai drammi dello scrittore serbo Jovan Radulovic, che nel 1983 aveva messo in scena un massacro compiuto contro i serbi da parte degli ustasha croati. O il fatto che tre anni dopo fu ordinata l’espulsione di tutti gli scrittori non serbi dalle associazioni nazionali del Paese, mentre nei decenni successivi non vengono pubblicati romanzi con storie di amicizia o amore tra personaggi serbi e albanesi, ma si privilegiano riletture revisioniste della storia del Paese. La tesi finale era semplice: il conflitto del 1998 era stato preceduto, e preparato, anche attraverso un fitto lavoro culturale ed editoriale.

Il ministero rimase soddisfatto dalla ricerca. Il metodo, pensavano, prometteva bene. Al team di Wertheimer toccava ora concentrarsi su un lavoro di previsione, e non più di ricostruzione storica. Scelse l’Algeria. Il Paese nel 2017 era considerato stabile e solido, non era stato sfiorato dalle primavere arabe e mostrava bassi tassi di affluenza alle urne. Eppure la situazione letteraria suggeriva che qualcosa si stava muovendo: i segnali erano diversi: alcuni romanzi cominciavano a parlare di manifestazioni violente disperse dalla polizia, fece scalpore la riedizione del diario di Said Sadi, che riprendeva le sollevazioni berbere del 1980, mentre il romanzo di Boualem Sansa “2084” (edito anche in Italia da Neri Pozza), che era uscito nel 2015, descriveva un mondo distopico dove una dittatura religiosa si impone con la forza nella mente e nelle parole. Quest’ultimo dato era significativo perché in Algeria i libri di Sansal sono proibiti dal 2006 ma vengono ancora letti con molto interesse.

Le sommosse del 2019, che portarono alle dimissioni di Bouteflika dimostravano che il metodo funzionava. Le previsioni si erano rivelate esatte ma, come confessa al Guardian lo stesso Wertheimer, mancava un metodo per tradurre in un codice chiaro quello che, fino a quel momento, era solo una sensazione.

Venne proposto un sistema di punteggi, da 1 a 12, per stabilire il grado di pericolosità degli elementi considerati. Ma si trattava di una classificazione arbitraria, non scientifica e alla lunga del tutto inutile. Le premesse erano buone, l’idea perfino affascinanti. Ma a livello operativo i limiti erano insuperabili. E così il progetto Cassandra venne sospeso nel 2020.

Una spiegazione ufficiale non fu mai data. Secondo i ricercatori le cause vanno ricercate nello scoppio della pandemia, che ha drenato i fondi. O nel trasferimento di alcuni dei funzionari ministeriali più entusiasti. Ma non è da escludere che abbia influito anche la maledizione del nome che portava: Cassandra. Come è noto, nella mitologia greca era la sacerdotessa di Apollo che aveva poteri di preveggenza ma che era stata condannata a non essere mai creduta. Una questione di scetticismo, insomma. Che forse ha travolto anche uno dei progetti più strani e curiosi degli ultimi tempi.