L’abisso della superficieSolo le passioni umane sono interessanti, pensava Isaac B. Singer

Per lenire il male di vivere l’unica via possibile è quella dell’eros, nelle sue infinite variazioni e tensioni. Come illustra il saggio di Fiona Shelly Diwan (pubblicato da Guerini), ai protagonisti dei suoi libri, dopo aver perso tutto ed essere fuggiti, rimane solo la vitalità del desiderio

di Ahmad Odeh, da Unsplash

So much wisdom so much advice
So much knowledge in my sack
[…]
it almost breaks my heart

Tanta saggezza, tanti consigli,
tanto sapere nel mio sacco
[…]
che quasi mi spezzano il cuore

Isaac Bashevis Singer

 

Le rime riportate qui sono state vergate a mano nel 1984, con quella scrittura minuta che contraddistingueva Isaac Bashevis Singer, su uno degli ottantaquattro taccuini zeppi di appunti e di una fitta trama di disegni conservati nell’Archivio Singer, allo Harry Ransom Humanities Center dell’Università di Austin nel Texas.

Sono versi che lasciano trapelare un rammarico il cui peso sembra quasi essere insostenibile, un senso di dissipazione e di angoscia per tutto quello che poteva essere e non era stato: all’insegna di qualcosa di inseguito e mai raggiunto, un inafferrabile momento di felicità, una specie di kairòs mancato, un tempo epifanico fuggevole e prezioso in cui ci è dato intravedere ciò che è andato perduto, l’intima bellezza di un istante che non abbiamo afferrato ma solo fuggevolmente intravisto, una rivelazione su noi stessi che non abbiamo avuto la sveltezza di cogliere e che rapidamente scappa via, la cui portata magari abbiamo intuito soltanto dopo, in ritardo.

Non a caso, il critico e saggista Leslie A. Fiedler, tra i primi, individuò nella parola lostness, il senso di perdita, la cifra di un’esistenza e della sua scrittura, e che la studiosa Florence Noiville ne parla come di «uno dei più moderni virtuosi dell’angoscia, dell’inibizione, della sconfitta».

I versi riportati in incipit, non sono altro che il dolente riecheggiare della voce del Kohelet, l’Ecclesiaste, l’amara e folgorante evidenza del fatto che nessuna sapienza è in grado di lenire la sofferenza e il male di vivere, anzi, al contrario, «molta sapienza, molto affanno».

A dispetto del fatto che alla fine Isaac Bashevis Singer ha vissuto la vita che ha voluto, – come ampiamente emerge dalle biografie a nostra disposizione – colpisce la sfumatura disillusa di questi pochi versi, il tono malinconico di un probabile pomeriggio del 1984, forse passato al parco a dare da mangiare agli amati piccioni dopo aver pranzato come di consueto da Barney Greengrass, lo storico “deli” su Amsterdam Avenue, nell’Upper West Side, che lo scrittore frequentava abitualmente. Probabilmente, anche seduto a quei leggendari tavolini, dopo quasi quarant’anni dal suo arrivo, Bashevis si sentiva ancora Lost in America. 1

Su Isaac Bashevis Singer è stato scritto di tutto e più di tutto, da parte di una critica letteraria internazionale raffinata e avvertita, le sue opere sono state oggetto di esegesi appassionate e analisi di accademici e studiosi di tutto il mondo.

Risulta quindi difficile poter dire qualcosa di nuovo, scovare un aspetto della sua personalità letteraria e della sua opera che non sia già stato analizzato e passato ai raggi X. Tuttavia, di fronte all’uscita di nuovi romanzi inediti e pochissimo sottoposti a indagine critica, la necessità di un’ulteriore riflessione per capire se c’è qualcosa da aggiungere, potrebbe risultare comprensibile.

Un’occasione per rivisitare Singer da un’eventuale, diversa angolatura. Soprattutto perché, in definitiva, di fronte a due inediti, sebbene incompiuti, tentare un’analisi potrebbe avere un senso se non altro in termini di esplorazione e con spirito di curiosità, con occhio vigile davanti al baule magico che questo grande scrittore è capace di dispiegare davanti a noi in fatto di opere e di produzione letteraria.

Perché Singer resta uno scrittore formidabilmente “inattuale” nel senso che Friedrich Nietzsche attribuiva a questo termine, ossia di classico e di “anti-moderno”, di “eterno”, in grado di travalicare i capricci delle mutevoli mode letterarie e delle loro ricadute sulle questioni appunto “attuali” e d’occasione, e perciò più effimere. La sua voce ci raggiunge attraverso i decenni, la modernità della sua ironia e l’orizzonte metafisico dei suoi eroi ci trafiggono, oggi come ieri.

Non a caso, l’attenzione del vasto pubblico per la figura di Singer si è recentemente riaccesa proprio grazie alla pubblicazione di nuove opere, i riflettori di nuovo puntati su un autore oggi riscoperto, a trent’anni esatti dall’anniversario della morte avvenuta a Miami il 24 luglio del 1991, all’età di 87 anni (è nato a Leoncin nel 1904).

Nuove prospettive sulla sua prolifica produzione vengono quindi a sollecitarci all’indomani della pubblicazione di due romanzi inediti dello scrittore polacco-americano: “Yarme un Keyle”, in italiano “Keyla la Rossa”, uscito nel novembre 2017 in anteprima mondiale in traduzione italiana dall’inglese, e pubblicato nel 1976-1977 a puntate, in yiddish, sul giornale Forwerts; e “Der Sharlatan”, “Il Ciarlatano”, uscito in Italia nell’ottobre 2019, anch’esso apparso in anteprima mondiale nella nostra lingua e tradotto dall’inglese, pubblicato per la prima volta nel 1966-1967, sempre a New York, a puntate, sul Forwerts.

Due opere che giungono oggi a riproporre in maniera ulteriore quello che moltissimi studiosi hanno definito l’autobiografismo esasperato, quasi ossessivo, di Singer, l’intreccio indissolubile tra scrittura e vita, biografia e opera letteraria, a partire dall’uso di una giostra di pseudonimi finalizzati alla costruzione di svariate personalità letterarie, per finire nel gioco di specchi con cui Singer osserva se stesso attraverso gli occhi dei propri personaggi-feticcio, ciascuno, invariabilmente, suo doppio letterario.

Del resto, Singer stesso non perdeva occasione per rimarcare che «sono mezzo Yasha, mezzo Herman», e che non tutti i miei personaggi sono me, ma io sono un po’ tutti loro, in misura e dosaggio variabili.

1 Elèna Mortara Di Veroli,“ Travel and Metamorphosis in I. B. Singer’s Fiction”, in «Prospero, Rivista di culture anglo-germaniche», Trieste, Istituto di filologia germanica, edizioni Lint 1995, pp. 94-112, in rete www.openstarts.units.it. «“Perso” è la parola chiave in “Love and Exile”. La terza e ultima parte del volume, totalmente dedicata al racconto della decisione dello scrittore di lasciare la Polonia e andare negli Stati Uniti e alla descrizione della propria traversata, dell’arrivo e delle prime esperienze nel Nuovo Mondo, si chiama proprio Lost in America», p. 102. La studiosa analizza il feeling of loss, il senso di smarrimento, di danno e di perdita, nelle loro ricadute narrative e negli sviluppi intorno all’immagine delle anime nude, naked souls, farloyrene neshomes, con tutto il sistema di metafore che questo concetto si porta dietro per descrivere il groviglio interiore, il disorientamento e la confusione che Singer ha spesso chiamato, con espressione qabbalistica, il Mondo del Caos.
da “Un inafferrabile momento di felicità. Eros e sopravvivenza in Isaac B. Singer”, di Fiona Shelly Diwan, Guerini editore, 2021, pagine 280, euro 24

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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