Gap territorialeNel Sud Italia i giovani non si iscrivono più all’Università e i laureati trovano sempre meno lavoro

Il crescente divario tra le due parti del paese ancora prima che avere una natura economica ne ha una educativa: il distacco delle competenze che poi provoca quello dei redditi e quello occupazionale è frutto di un preoccupante ritardo del Mezzogiorno, che ha una percentuale di diplomi molto più bassa. Il punto è che anche chi finisce il percorso universitario fatica a trovare un impiego, perché ormai il suo titolo vale poco

unsplash

Gli ultimi test Invalsi sono allarmanti per più di una ragione. Non vi è solamente il tema della Dad, che mostra come la scuola in presenza rimanga imprescindibile per assicurare un’istruzione di qualità a tutti, anche agli studenti delle superiori, tecnologicamente avanzati ma forse poco motivati senza un contatto costante con l’insegnante (che tra l’altro a sua volta è mediamente anziano e poco digitale).

Ma il punto fondamentale è che il peggioramento dei risultati è stato totalmente diseguale a livello di ceto socio-economico e area geografica.

I dati invalsi si inseriscono quindi in un problema molto più vasto e che affonda le proprie radici molto più indietro rispetto alla pandemia di Covid: quello del crescente divario tra Nord e Sud, che ancora prima che avere una natura economica ne ha una educativa.

È anzi il gap delle competenze che poi provoca quello dei redditi ed occupazionale, che, come in ogni circolo vizioso che si rispetti, a sua volta viene ingrandito dalla persistente disuguaglianza nel tenore di vita.

Una dimostrazione eloquente è la proporzione di laureati tra la popolazione e in particolare tra i giovani. Come si sa l’Italia è da sempre il penultimo Paese europeo per percentuale di giovani che finiscono gli studi universitari, dopo la Romania.

Ma fino a poco tempo fa per varie ragioni la distanza tra Centro-Nord e Mezzogiorno in questo ambito era limitata. Per varie ragioni socio-culturali spesso i figli della borghesia del Sud nel passato si immatricolavano di più dei ragazzi di alcune aree del Nord, per esempio del Veneto.

È una tendenza che è andata a scemare, e forse poche altre cifre mostrano l’allargarsi del divario geografico come il trend dei 30-34enni laureati per macro-aree, che al Sud e nelle Isole tra il 2006 e il 2020 sono passati dal 13% del totale al 20-22% circa. Un aumento, sicuramente, ma molto inferiore a quello avvenuto in altre aree d’Europa e soprattutto d’Italia, considerando che invece al Nord c’è stato quasi un raddoppio: che ha portato sopra il 30%, quasi a un terzo dei 30enni, a possedere un titolo rispetto al 16% di 15 anni fa.

Dati Istat

Come non mettere questi dati in relazione con quelli sull’occupazione dei laureati stessi. Che al Sud rimane bassissima. Persino per loro. Persino per quella fascia di giovani che per avere un impiego meno precario o un impiego tout court può contare solo sul pezzo di carta.

Tra i 20-34enni laureati di Campania e Sicilia meno del 45% ha un lavoro a 1-3 anni dal titolo universitario. Si tratta di valori anche di 30 punti più bassi di quelli della Lombardia, e decisamente minori anche di quelli del Veneto e del Lazio.


Dati Istat

La crisi dell’euro ha colpito il Mezzogiorno più del resto d’Italia, e la ripresa non ha fatto altro che riportare i livelli occupazionali a quelli precedenti già di per sé molto bassi.

A lungo andare il fallimento della laurea nel generare lavoro e reddito non può che provocare una minore volontà di proseguire gli studi rispetto ad aree dove invece il titolo frutta di più, e dove, è un altro punto importante, si hanno più risorse economiche per sostenere i costi di corsi universitari (nel frattempo divenuti più cari).

Come a Bari, dove in 5 anni l’aumento medio delle tasse è stato di 600 euro e la soglia Isee per la no tax area quest’anno è stata incrementata da 18 a 25 mila euro.

Ma non si tratta di nulla di nuovo. Già tra il 2005 e il 2015 le tasse universitarie erano cresciute del 61% secondo i calcoli dell’Udu, e in particolare, guarda caso, negli atenei del Sud.

Negli ultimi anni tuttavia sono aumentate anche le borse di studio del 58,3% tra il 2015/16 e il 2019/20. È un’ottima notizia, anche se non per la maggioranza delle famiglie e degli studenti che si ritrovano al di sopra della soglia Isee, magari di poco, e su cui invece ricadono le tasse più salate.

Così non stupisce vedere una correlazione sempre più netta tra l’occupazione post-laurea e la percentuale dei laureati. Più la prima è bassa, più l’altra si riduce.

Dati Istat

E i dati più eloquenti sono quelli di Campania e Lombardia, le due regioni più rappresentative del Sud e del Nord. Nel primo caso il tasso d’occupazione dei giovani con un titolo universitario non riesce a decollare neanche negli anni più favorevoli. E così cresce di meno anche la quota di quanti si iscrivono all’università, che invece aumenta nel caso lombardo, dove 8 laureati su 10 trovano un impiego.

Dati Istat

Un dato positivo, tuttavia, c’è. Va gradualmente diminuendo l’abbandono scolastico, piaga antica nel Mezzogiorno. I giovani di 20-24 anni che hanno almeno un diploma sono cresciuti tra il 2004 e il 2020 dell’11,6% al Sud e del 14,4% nelle Isole.

Dati Istat

Ma è sufficiente? A guardare ancora una volta i test Invalsi si nota come la quota di studenti meridionali di quinta superiore che raggiunge la sufficienza in matematica al sia solo del 29,9%, in crollo da un 45,5% già deludente del 2019. Mentre al Nord Ovest e in Lombardia la stessa percentuale è molto più alta, superiore al 60%, e il calo è molto più limitato, del 3,6% e del 2%.

Vuol dire che se non basta essere laureati per trovare un lavoro dove le fragilità strutturali sono enormi, non basta neanche avere sempre meno abbandoni scolastici e più diplomati per avere percentuali di iscritti all’università vicini alla media europea se la preparazione lascia così tanto a desiderare. E a quel punto hanno poco impatto anche le borse di studio.

È tutto collegato: sono gli investimenti nella formazione degli insegnanti, quelli che il Pnrr promette, che possono fornire competenze ai ragazzi e ai futuri laureati, perché riescano ad arrivare al titolo universitario.

E sono gli investimenti che rafforzano o creano un tessuto produttivo sul territorio quelli che fanno in modo che i fondi per il settore educativo non siano solo acqua per un cavallo che non beve. Dio solo sa come nel Mezzogiorno ci vogliano entrambi nei prossimi anni di Next Generation Eu.