Pastone geopolitico L’impreparazione e l’irrilevanza dei partiti sulla crisi in Afghanistan

La politica del nostro Paese era già abbastanza in disfacimento con l’avvento del bipopulismo. Ma ora di fronte a una questione immane come la crisi di Kabul appare balbettante se non muta, quasi infastidita dall’irruzione nell’agenda di un tema internazionale così difficile per una generazione di leader in larga parte digiuna di Esteri. «Tanto il problema è del Governo», pensano

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Nei telegiornali, dopo i servizi dei vari corrispondenti dall’estero, tocca al pezzo/pastone di politica interna sulla crisi afghana. A parte le notizie sulla attività del governo, quando si passa al dibattito tra i partiti viene voglia di cambiare canale. Anzi, quando al Tg1 arriva il servizio sui partiti noi giriamo su Blob. Non è colpa dei giornalisti dei telegiornali. È colpa dei partiti. Sulla tragedia di questi giorni che sta cambiando l’ordine internazionale, essi sono totalmente irrilevanti, sia sotto il profilo delle analisi che in quello delle decisioni pratiche.

La politica Italiana, già abbastanza in disfacimento con l’avvento del bipopulismo, di fronte a una questione immane come la crisi afghana appare balbettante se non muta, quasi infastidita dall’irruzione nell’agenda di un tema internazionale così difficile per un personale politico in larga parte digiuno di questi argomenti e abituato a tutt’altro livello di intelligenza degli avvenimenti, per dirla con Aldo Moro: questi sanno ben leggere la politica della convenienza, del trabocchetto, della tattica, del day by day, è tutta una generazione politica (con le debite eccezioni, nessuno si senta offeso) che non ha nel suo dna quella che per i loro padri era la quintessenza della politica, cioè la politica estera. Tutti i principiali dirigenti dei vecchi partiti erano espertissimi di questioni internazionali. Tutti, di tutti i partiti. E non solo i capi ma anche le seconde, le terze file. Ma quelli di oggi? 

In questi giorni ha fatto eccezione il Partito democratico che non avendo del tutto smarrito la lezione dei padri conserva dunque una buona preparazione su questi temi. Non è un caso se è dal Pd che sono venuti e vengono personalità importantissime della scena europea. Il Pd ha avuto dunque un buon riflesso nel promuovere subito una sottoscrizione pubblica per raccogliere le donazioni dei singoli cittadini e varare un coordinamento per gestire e sostenere materialmente le operazioni di accoglienza oltre la primissima fase di emergenza. È poco? Rispetto allo zero degli altri partiti è moltissimo.

Ci sono state tante dichiarazioni dei leader, vero, alcune interessanti, la maggior pare retoriche. Ma i partiti (non torniamo qui sulle nostre critiche ai sindacati), i partiti intesi come comunità, o se preferite intellettuali collettivi, che fanno? Che dicono? Poco o nulla. Di qui anche la lentezza e il senso di routine delle riunioni parlamentari, nella speranza che prima o poi ci sia una seduta alla presenza di Mario Draghi e dei capi dei partiti per fare una discussione nella quale bisognerà avere il giusto discernimento tra le cose davvero importanti e aspetti secondari evitando di mischiare tutto in un calderone indistinto. 

Giacché sta proprio qui la funzione della politica: individuare l’essenza dei problemi e darvi una risposta. Far maturare una linea da portare al cospetto delle altre Nazioni. Da noi invece ognuno dice la sua e non sempre con corredo di informazioni adeguate. Trattare con i talebani? Inevitabile per gli aspetti umanitari. Ma trattare o dialogare, come ha pure detto qualcuno, tipo Giuseppe Conte che ha scambiato i tagliagole per gente normale? E fino a dove si estende questa trattativa? E quali strumenti di pressione si intende mettere in atto? E poi: detto che si tratta di uno sforzo europeo, l’Italia è disposta ad accogliere tutti i profughi? O quanti? 

I leader bofonchiano sempre le stesse cose. Come se non vi fosse una situazione internazionale senza precedenti. «Tanto il problema è del Governo», pensano. Che è obiettivamente vero ma qui siamo alla devoluzione totale dell’autonomia della politica a tutto favore dell’esecutivo. Così accade che Matteo Salvini vada da Draghi (ieri) non si capisce bene a parlare di che. Legittimando, nel buio delle informazioni, le voci su una richiesta di scambio: niente polemiche sui profughi ma salvate Claudio Durigon. Oppure si è lamentato di Luciana Lamorgese. Kabul è solo un punto all’ordine del giorno fra i primi due.

E Giorgia Meloni? Oltre a sprizzare fiele per Biden – colpevole di aver portato avanti la linea di Trump – cosa pensa la destra italiana, cosa dice la supersovranista nostrana, quella del prima gli italiani e del blocco navale, sta con il premier sloveno Janez Jansa e Viktor Orbàn o stavolta sceglierà, dinanzi a una possibile catastrofe umanitaria, dalla parte dei diritti dell’uomo e della civiltà occidentale?

L’Afghanistan insomma è una dura prova per tutti. Ha scompaginato certezze e disegnato interrogativi inquietanti. Sarebbero queste, le ore giuste per fare politica. Ma – come ha osservato Mauro Calise – i partiti «da tempo non sono più i depositari dei grandi apparati ideologici con cui cercavano di orientare i comportamenti e i moti popolari»: e poiché a quegli apparati ideologici pochissimo è stato sostituito che non sia immagine, tattica o fuffa ecco che oggi c’è un uomo solo che sta facendo politica. E per fortuna sta a palazzo Chigi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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