Esperienza collettivaL’unica soluzione per la pandemia è uscirne tutti insieme, dice Paolo Giordano

Il fisico e scrittore è stato il primo ospite di Extra Viva!, spin off del “Viva! Festival” di Locorotondo. Ha sottolineato quanto sia importante accantonare ragionamenti e preoccupazioni individuali, per quanto possa essere difficile. Il video dell’incontro con Carlo Pastore e Simonetta Sciandivasci

«Con la pandemia avremmo dovuto imparare a evitare le valutazioni binarie e capire che i numeri e i parametri oggettivi che abbiamo sono l’unico strumento a nostra disposizione per guardare le cose senza giudicarle». Le parole sono di Paolo Giordano, fisico e scrittore, editorialista del Corriere della Sera.

Primo ospite di Extra Viva!, spin off del “Viva! Festival” di Locorotondo sul futuro sostenibile: un format di incontri, discorsi e dibattiti curato, per l’edizione di quest’anno, dal direttore de Linkiesta Christian Rocca.

Giordano è stato intervistato da Carlo Pastore, direttore artistico del MI AMI Festival, e Simonetta Sciandivasci, giornalista del Foglio, per lanciare uno sguardo sulla realtà pre- e post-pandemia. Dal marzo dello scorso anno, infatti, lo scrittore ha accantonato i progetti che aveva in cantiere per concentrarsi sul racconto della pandemia: è stato tra i più lucidi analisti di quel che stava accadendo, ricordandoci sempre che non possiamo considerarci entità isolate ma parte di un sistema che va oltre le scelte individuali.

L’idea di Giordano è che durante gli ultimi 18 mesi abbiamo dimenticato che un evento come la pandemia trascende ogni tipo di esperienza e di percezione personale, intima. «Siamo abituati a vedere il mondo – dice – in base a quel che accade intorno a noi. Quando invece c’è qualcosa che riguarda tutti, come una pandemia, la dimensione collettiva va in contrasto con quello che accade ai singoli. Per questo dobbiamo avere la forza di ragionare come pluralità e non come individui».


La location, il Dock101 di Locorotondo, aiuta Giordano a proporre un esempio pratico della nostra incapacità di distaccarci delle percezioni individuali. È un esempio che arriva dalla sua esperienza personale sulla diffusione della Xylella, che in Puglia ha fatto strage di ulivi (tema al centro del suo romanzo “Divorare il cielo”).

«L’epidemia Xylella è stata accompagnata dalle stesse forme di negazione e pregiudizio che poi hanno caratterizzato il Covid qualche anno dopo. L’epidemia è molto simile: c’è un albero infetto, l’albero zero, e da lì il virus parte per poi propagarsi. Un paio d’anni fa una persona di queste parti mi disse “qui non c’è Xylella, c’è in fondo alla strada ma qui no”. E non è un problema di istruzione o di metodo, ma un modo di pensare che è insito in noi: non sappiamo planare un po’ più in alto e guardare il quadro d’insieme. È il pregiudizio dell’altrove», racconta Giordano.

L’aneddoto si può accostare a quanto accaduto con la diffusione della variante Delta in India, o con i primi contagi in Cina: all’inizio il diffondersi dei contagi, per quanto si dimostrassero pericolosi, non preoccupavano. «Ma in realtà quella nostra mancata preoccupazione era solo un’ipoteca sui nostri mesi futuri, esattamente come stiamo vedendo adesso. A questo punto l’unica cosa chiara è che se ne esce tutti quanti insieme», aggiunge lo scrittore.

Uscirne tutti insieme, fanno notare Simonetta Sciandivasci e Carlo Pastore durante la conversazione, vuole dire avere la capacità di guardare oltre il proprio orticello: in politica vuol dire lanciare un messaggio contro le chiusure volute dai populismi, dai sovranismi, dai nazionalismi.

L’unica soluzione possibile è – deve essere – globale. Ma non per una valutazione meramente morale, spiega Paolo Giordano: «Fin quando non bonifichiamo dal Covid tutta la popolazione del mondo non abbiamo modo di stare al sicuro. Ci saranno varianti più trasmissibili e più mortali. Non parlo solo dei vaccini, che devono arrivare ovunque. Prima dei vaccini valeva ad esempio per il distanziamento sociale: una forma di solidarietà non moralistica, ma necessaria». La parte più difficile è probabilmente quella comunicativa: far passare il messaggio, rendere chiaro che il vaccino, i dispositivi di protezione individuale e tutto il resto servono per garantire al mondo un futuro più sano e più sicuro. Un futuro non troppo lontano, possibilmente.

La campagna vaccinale adesso entra nella fase più difficile, quella di convincere gli esitanti, i meno convinti. E il primo errore sarebbe inquadrare come No Vax o estremisti tutti quelli che rientrano in questa categoria. «È la parte più delicata della vaccinazione – dice Giordano – perché l’idea stessa di farsi inoculare qualcosa non la viviamo tutti allo stesso modo. Non sempre valgono le valutazioni più razionali: le paure delle persone colgono sensazioni che la ragione spesso non può raggiungere. E non considerarle è un errore: il rischio, come stiamo vedendo, è produrre una chiusura molto più forte».

Il passaggio finale dell’intervista, quello più intimo e personale, Giordano se lo concede sulla fine sociale delle pandemie – che è anche uno dei temi su cui si sviluppa il suo podcast “Ossigeno” – e sulle cose che la mente tende a dimenticare del periodo più duro, quello del lockdown e della paura.

«Paradossalmente cerco di stare molto attaccato al momento più tragico, quello più difficile, la primavera 2020, un periodo in cui piangevo molto. Mi rendo conto che giorno dopo giorno quell’esperienza sfugge sempre di più, e per quanto ci sembri lunga probabilmente verrà riassorbita più rapidamente di quel che pensiamo. Lo stesso podcast nasce proprio per non perdere quell’emozione: l’ho fatto sotto Natale, quando sentivo che in me stava iniziando a mancare quella dimensione emotiva della pandemia».