Avamposto democraticoLa lezione della Lituania al resto del mondo su come si trattano i regimi

Mentre il resto d’Europa cerca soluzioni di compromesso, Vilnius sceglie la linea dura contro Russia, Cina e Bielorussia. Lo Stato baltico aprirà un ufficio di rappresentanza taiwanese sul proprio territorio, ha bandito Huawei dalla sua rete 5G, e ospita dissidenti russi e bielorussi in fuga dai regimi di Putin e Lukashenko

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Vilnius avamposto politico d’Europa. Mentre il resto del Continente è diviso su come trattare Russia e Cina, in Lituania non hanno dubbi: serve la linea dura. La linea politica non è una novità del governo di Ingrida Šimonytė, leader di una coalizione di centrodestra e premier dal dicembre 2020. Fa parte della storia di questo piccolo Paese di nemmeno 3 milioni di abitanti, resosi indipendente nel 1991 dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

«Noi abbiamo conosciuto il totalitarismo sovietico e non esitiamo a sostenere chiunque si batta per la libertà e contro i regimi autoritari», ha dichiarato il ministro degli esteri Gabrielus Landsbergis tempo fa in occasione dell’arrivo del Paese di Svetlana Tsikhanouskaya, leader dell’opposizione bielorussa contro il dittatore Alexsandr Lukashenko.

I dissidi con la Cina
L’ultimo contrasto in ordine di tempo è con Pechino: la Lituania, infatti, sarà il primo Paese dell’Europa centro-orientale ad aprire un ufficio di rappresentanza taiwanese sul proprio territorio, presto seguita dall’apertura di uno lituano a Taiwan, Stato non riconosciuto dalla Repubblica Popolare Cinese. E l’ufficio che verrà aperto a Vilnius userà il nome “Taiwan” per autodefinirsi al posto di “Taipei”, nome con cui la Cina identifica la provincia ribelle.

Per questo la reazione cinese non si è fatta attendere: oltre al richiamo dell’ambasciatore Shen Zhifei da Vilnius, Pechino ha pubblicato un duro comunicato in cui «esorta la parte lituana a rettificare immediatamente la sua decisione sbagliata, ad adottare misure concrete per riparare il danno e a non proseguire su questa strada», come riportato sul sito web del ministero degli esteri e anche in un articolo del Financial Times.

Il perché è presto detto: il governo di Xi Jinping non accetta che gli Stati riconoscano la sua provincia ribelle come “Repubblica di Cina” o con il nome geografico “Taiwan”. La Lituania però non sembra aver preso sul serio le minacce cinesi: il ministero degli Esteri lituano ha dichiarato in una nota che «pur dispiacendosi per la scelta di Pechino di richiamare l’ambasciatore e pur ribadendo il rispetto del principio “una Cina”, siamo determinati a perseguire legami reciprocamente vantaggiosi con Taiwan».

Per Pechino la Lituania resta uno Stato difficilmente controllabile come dimostra la classifica dei partner commerciali di Vilnius, che vede la Cina al 22esimo posto, nonostante una crescita importante di importazioni ed esportazioni nell’ultimo decennio, giunte rispettivamente a 1,8 miliardi di dollari e 357 milioni. Anche per questo il governo di Šimonytė si è da tempo spinta oltre: a maggio scorso la Lituania si è aggiunta alla lista di Paesi come il Regno Unito, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti che hanno definito come genocidio il trattamento cinese riservato alla minoranza musulmana degli Uiguri nella regione dello Xinjiang.

A maggio una risoluzione non vincolante del Seimas, il Parlamento nazionale lituano, ha chiesto ufficialmente all’Onu di far luce sui campi di internamento cinesi e all’Unione europea di rivedere i rapporti con Pechino, spingendosi addirittura a invitare l’ex Celeste Impero ad abolire la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong e a far entrare osservatori in Tibet per avviare colloqui con il suo leader spirituale, il Dalai Lama.

Tanto, forse troppo, ma il governo lituano ha mostrato di saper essere anche pragmatico: Vilnius è stato uno dei primi Paesi europei a bandire Huawei dalla sua rete 5G e a decidere di uscire dalla Conferenza dei 17+1, formalmente uno strumento di dialogo della Cina con i Paesi dell’Europa orientale nell’ambito della Via della Seta ma in realtà clava che Pechino usa per controllarli a livello economico (come insegna il caso Montenegro). La conferenza, secondo il governo di Vilnius, «è assolutamente divisiva rispetto ai classici strumenti di cooperazione europei», e su quest’onda molti Paesi, come l’Estonia, potrebbero decidere di fare lo stesso.

Il rapporto con Mosca e Minsk
Diversa invece la storia con la Russia. Da anni la Lituania è uno dei primi Paesi in cui vengono ospitati dissidenti russi, come Yevgeni Titov, che ha trovato rifugio nel Paese dopo aver raccontato il progetto di annessione della Crimea da parte di Mosca.

Secondo France 24, dal 2014 più di 30 dissidenti russi hanno ricevuto asilo nello stato baltico, insieme a uno status di protezione speciale per i familiari, mentre altre decine hanno trovato protezione nelle vicine Estonia e Lettonia.

Un trattamento speciale che Mosca non ha certamente gradito: già nel 2018 RIA Novosti, la principale agenzia di stampa finanziata dallo Stato, attaccava gli oppositori sostenendo che volessero provocare la rivoluzione in Russia usando l’esperienza “acquisita al servizio di un avversario strategico”.

La presenza di dissidenti russi sul suolo lituano non è una novità come ha raccontato in un’intervista alla Deutsche Welle Arturas Morozovas, fondatore del progetto “While the red is on” che racconta gli intrecci politici tra i due Paesi a livello storico, che ha evidenziato come i primi oppositori di Mosca in Lituania risalgano addirittura al XVI secolo e come la loro presenza sia stata fondamentale per la nascita del moderno Stato lituano.

Proprio il passato sovietico è oggi la prima preoccupazione degli Stati baltici, che ancora temono un possibile attacco russo e che per questo hanno intensificato i controlli al confine con Kalinigrad, exclave russa nel mar Baltico vista come una possibile testa di ponte per un attacco.

Al pattugliamento del confine partecipa anche l’Unione europea tramite Frontex, come racconta un reportage di Repubblica risalente al 2019.

Altro confine che desta preoccupazione a Vilnius è quello con la Bielorussia. Qualche settimana fa abbiamo raccontato su Linkiesta come il flusso di migranti da Minsk fosse una chiara strategia di Lukashenko, fatta soprattutto per «ritorsione nei confronti della politica sanzionatoria messa in atto nei confronti della Bielorussia».

Per questa ragione il Parlamento lituano ha appena approvato la costruzione di un muro alto 4 metri con il filo spinato, dal costo complessivo di 152 milioni di euro, che però non sembra piacere molto a Bruxelles. La ragione di tale manovra orchestrata da Minsk è chiara: in Lituania sono presenti moltissimi dissidenti bielorussi, tra cui la leader dell’opposizione Tsikhanouskaya, e Vilnius è pronta a riconoscere un governo bielorusso in esilio nel caso in cui venisse insediato. Un vero e proprio schiaffo che Lukashenko non potrebbe mai accettare.

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