Come si cambiaIl nuovo tipo di padre raccontato dai film del Novecento

In “Padri e figli nel cinema”, Roberto Campari analizza la rappresentazione della figura paterna nelle opere cinematografiche che si sono alternate per decenni, esplorando le forme presentate sullo schermo e il loro corrispettivo nella realtà

di Szilvia Basso, da Unsplash

Nel corso del Novecento, lo abbiamo detto, il ruolo del padre aveva perso molto del suo prestigio e del suo potere, ma l’evoluzione è stata complessa e a volte contraddittoria, per cui l’immagine fornitane dall’arte e dai media non ha potuto certo avere un andamento lineare.

Ricordiamo come all’inizio del secolo scorso il futurismo auspicasse un ritorno al padre delle origini dell’umanità e di molto mondo animale: un maschio dominatore al quale tutto è lecito, persino lo stupro. Dunque nessun problema di fedeltà alla donna, essere inferiore, e nessuna attenzione agli aspetti sentimentali. La cultura è evidentemente quella del fascismo, sebbene, quasi paradossalmente, sia accaduto in seguito che i dittatori, soprattutto Mussolini, molto amato anche dalle donne (basti pensare alla satira feroce e dolorosa di Gadda in Eros e Priapo), ma pure il sovietico Stalin, si siano posti come figure paterne per il loro popolo, senza naturalmente rinunciare al potere assoluto.

Eliminati per fortuna i dittatori, almeno nel mondo occidentale dov’erano fioriti (Italia e Germania principalmente), in tempi liberi di democrazia arrivano, dopo poco più di due decenni, le rivolte giovanili del ’68 che non sono certo favorevoli alla figura del padre, come abbiamo visto, ma al contrario cercano di distruggerla, in quanto vogliono distruggere i valori tradizionali tra cui la famiglia e la morale sessuale.

Anche la religione naturalmente viene messa in sordina, perché certi comandamenti, quelli che non riguardano il codice penale (cioè omicidio e furto), non si considerano più. Soprattutto sparisce il sesto, perché i rapporti sessuali fuori dal matrimonio diventano, da tabù peccaminoso che poteva portare anche al delitto d’onore, pratica disinvolta e comune spesso indipendente dal sentimento amoroso; ma anche se il rapporto è stabile, le coppie preferiscono frequentemente convivere. Il legame matrimoniale, nascano o meno dei figli, è molto spesso considerato una complicazione inutile.

Anche perché intanto i divorzi aumentano e la rivoluzione femminista, sacrosanta in partenza, porta poi, almeno in Italia, a una vera e propria penalizzazione dei padri in totale favore delle donne, per le quali il reato d’adulterio non esiste più e che devono comunque essere mantenute dagli ex mariti, ridotti spesso in condizioni disperate. Pure questo aspetto può forse essere alla base, in certi casi, della vera e propria piaga del femminicidio, che non ha, sia ben chiaro, giustificazione alcuna, ma che si può anche considerare patologico effetto di uno stato d’esasperazione, cui spesso fa seguito anche il suicidio dell’uomo. Detto ciò, resta il fatto che la causa primaria dei femminicidi è l’atavica, primitiva concezione della donna come proprietà dell’uomo, il quale dunque non ne concepisce l’abbandono; specie se ci sono di mezzo dei figli.

Perché, anche nel ventunesimo secolo, non pare che la funzione del padre sia esaurita. Per quanto l’istinto dei maschi resti, come in natura e alle origini, quello di fecondare le femmine, dal momento che la struttura sociale continua a basarsi sulla famiglia, dunque con repressione degli istinti (come diceva Freud), l’affettività nei confronti dei figli e da parte loro nei confronti del genitore maschio, sia pure magari meno forte dell’amore della madre e per la madre, è comunque ancora qualcosa di esistente e di valido.

E quando, con la progressivamente più preoccupante situazione del pianeta, con le catastrofi e le pandemie, prende sempre più piede una cultura da apocalisse, da fine dei tempi, non ci sorprende il fatto di trovare dei film in cui l’umanità sia scomparsa o totalmente regredita a stato ferino. Ma, nella distruzione del tutto, vi sono ancora figure di padri.

“The Road” (2009), diretto da John Hillcoat, tratto dal premiato romanzo omonimo di Corman McCarthy, ci presenta un uomo (Viggo Mortensen) sopravvissuto, col suo figlio decenne (Kodi Smit-McPhee), in un mondo dove il cielo è sempre grigio, i paesaggi sono desolati, animali e alberi sono tutti morti, senza più foglie e in procinto di cadere. Le case sono abbandonate, non si sa come procurarsi il cibo ed è diffusissimo il cannibalismo, orde di uomini senza scrupoli s’aggirano in cerca di altri sopravvissuti per nutrirsi della loro carne. Il protagonista è rimasto senza la moglie, che non ha retto alla situazione e che lui sogna, nel mondo bello e colorato in cui vivevano felici, uniche inquadrature rasserenanti del film.

È molto affettuoso nei riguardi del figlio, al quale dà continui insegnamenti sperando di proteggerlo: per esempio, gli insegna come caricare una pistola e spararsi in bocca, piuttosto che diventare pasto per gli altri. Infatti subito arrivano degli uomini, uno dei quali prende il bambino; ma il padre riesce a salvarlo, lo cura, lo abbraccia e lo consola. Loro due sono buoni, gli dice mentre il figlio piange, e lo saranno sempre, perché hanno dentro un fuoco; potranno salvarsi solo se troveranno altri come loro, nel lungo viaggio verso le terre del Sud dove pare che sarà possibile vivere. Le strade sono piene di rottami di macchine, dentro le quali a volte si fermano a dormire; oppure dormono all’interno delle case, dove è normale trovare cadaveri o, peggio, orchi che li vogliono imprigionare per poi mangiarli, come in certe favole del passato.

Naturalmente ogni altra persona è potenzialmente un nemico, una minaccia: per cui l’unico contrasto tra padre e figlio si ha quando lui vorrebbe poter parlare con un coetaneo, che peraltro fugge vedendolo. Sono fortunati a trovare scatolette e oggetti utili in una specie di rifugio sotterraneo, per cui il bambino vuole aiutare un vecchio cieco (Robert Duvall), il quale dice di avere previsto la catastrofe e che, se Dio esiste, ha voltato le spalle agli uomini. La prima preoccupazione del padre è che il figlio resti solo, anche perché gli pare troppo gentile e sensibile per riuscire a difendersi: infatti l’uomo a un certo punto viene ferito da una freccia, sta male e il bambino cerca di accudirlo.

Il padre tuttavia stenta a riprendersi, continua a sognare la moglie bionda (Charlize Theron) in mezzo alla natura colorata, e «se fossi Dio avrei creato il mondo così com’è» dice, prima di raccomandare al figlio di proseguire verso sud lasciandolo, perché sente vicina la fine. Il bambino rifiuta, ma poi si addormenta, e quando si sveglia il padre è morto. Però trova proprio allora, sulla spiaggia, un altro uomo, con moglie e due figli, che si professa buono e lo invita ad andare con loro. «Devi fidarti del tuo istinto», gli dicono. Il bambino bacia il padre morto, che non dimenticherà mai.

da “Padri e figli nel cinema”, di Roberto Campari, La Nave di Teseo, 2021, pagine 175, euro 14