Rap d’opposizioneLe proteste anticastriste dei musicisti un tempo vicini al regime

Gloria Estefan è stata una delle prime stelle globali del panorama musicale a denunciare i metodi del governo cubano. Il suo canto oggi ha più d’una generazione di epigoni che seguono il percorso da lei tracciato: moltissimi cantanti, un tempo menestrelli e fiori all’occhiello de L’Avana, oggi prendono le distanze dalla dittatura

AP / Lapresse

«Ne avevo parlato con due papi, ne avevo parlato con due re di Spagna, e sempre mi guardavano come un’appassionata piccola cubana che stava esagerando. Ma adesso, finalmente, il mondo sta aprendo gli occhi sulla realtà di Cuba». Così Gloria Estefan, uno dei cui più grandi successi aveva proprio il titolo, ironicamente, di “Oye mi canto”. Un «canto» che, evidentemente, non è stato ascoltato malgrado la pop star cubano-americana sia un’artista che nel corso della sua carriera ha venduto oltre 100 milioni di dischi.

Sette Grammy Award, stella nella Celebrity Hall di Hollywood, numero 13 delle 50 cantanti che secondo The Sun «non saranno mai dimenticate», Gloria Estefan è considerata come la cantante all’origine di tutta una generazione di artisti latino nel mondo anglo-sassone. Colei, insomma, che ha mostrato come si poteva scalare le classifiche discografiche negli Stati Uniti anche cantando in spagnolo e addirittura in portoghese, pur senza aver mai trascurato l’inglese.

«Con il cuore spezzato» ma allo stesso tempo «piena di speranza», ha dunque ribadito il suo impegno per correggere la «troppa informazione errata che su quel che succede nell’isola si è avuta per decenni, specie in Europa. Molta gente ha avuto per decenni una visione romantica della vita a Cuba, ma in realtà del miracolo medico i cubani non ne hanno mai approfittato e l’alfabetizzazione è stata una scusa per indottrinare».

Ed ha lanciato un appello: «Se a un militare o un poliziotto cubano gli capita di ascoltarmi gli chiedo che legga sulla verità di ciò che sta succedendo e che si renda conto che il suo dovere è proteggere la sua gente».

Gloria Estefan non è l’unica grande artista cubana esule. Ancora più famosa di lei fu ad esempio Celia Cruz: la “regina della salsa” morta in New Jersey nel 2003, dopo aver vinto a sua volta due Grammy e tre Grammy Latini. Ma stanno fuori dell’isola anche più delle metà degli interpreti di Patria y vida: il rap che è diventato prima occasione di protesta, e poi inno della protesta stessa.

Alexander Delgado e Randy Malcom Martinez, attuali componenti di quel gruppo Gente de Zona che era nato a L’Avana nel 2000, risiedono negli Stati Uniti, e addirittura meno di due anni fa ambienti estremisti dell’esilio avevano chiesto la loro espulsioni dagli Stati Uniti accusandoli di stare in combutta con il regime.

Anche Descemer Bueno, nato all’Avana nel 1971, dal 1998 vive in prevalenza negli Stati Uniti. Yotuel Romero – in arte solo Yotuel – nato all’Avana nel 1976 e anche attore, è sposato con una spagnola, per cui viaggia tra Madrid e Miami.

La loro scelta è stata però quella di fare una canzone con un video che irridesse agli slogan e all’immobilismo del regime assieme a due artisti residenti nell’isola. Uno è il 38enne Eliécer Márquez, nome d’arte El Funky, un falegname che con 15 anni di carriera artistica era stato uno dei primi rapper di Cuba. L’altro è il 37enne Maykel Osorbo: altro decano del rap cubano che dice di aver passato in carcere 16 dei suoi 37 anni di vita. Primo arresto a 16 anni, dopo che il padre lo aveva abbandonato e la madre lo aveva lasciato solo per scappare in Florida. L’ultimo ora dopo il successo del video, mentre El Funky sta ai domiciliari.

«È finita, tu cinque nove, io doppio due/ 60 anni bloccati a domino/ Siamo artisti, siamo sensibilità/ La storia vera, non quella mal raccontata/ Siamo la dignità di un popolo intero calpestata/ Con pistole puntate e parole che non valgono niente/ Non più bugie, il mio popolo chiede libertà, niente più dottrine/ Non gridiamo più Patria e Morte ma Patria e Vita/ E abbiamo iniziato a costruire quello che sognavamo, quello che hanno distrutto con le loro mani/ Che smetta di scorrere sangue, per il fatto di pensarla diversamente/ Chi vi ha detto che Cuba è vostra, se Cuba è di tutta la mia gente», dice il testo.

Celia Cruz era già una artista affermata quando Fidel Castro prese il potere. Anche la famiglia di Gloria Estefan fugge a quell’epoca, ma a lei ha poco più di un anno. Suo padre era stato guardia del corpo della moglie del dittatore Fulgencio Batista, e di ciò si è valsa spesso la propaganda filo-regime per squalificarla. Ma la leva di Patria y vida è invece una generazione che è cresciuta nel e col regime, e la cui pelle scura è in evidente contrapposizione con i tratti chiari di una nomenklatura comunista che dice di aver lavorato per l’integrazione, ma continua a tenere i neri fuori dalle sfere del potere.

I neri, con la loro musica, fanno però parte del soft power dello stesso regime: sia turistico che politico. E la straordinaria musica cubana più in generale. Il dato che sorprende è che tra la generazione degli esuli alla Gloria Estefan e quella dei giovani di Patria y vida c’è tutta una generazione di cantanti che sono stati menestrelli e fiori all’occhiello del regime, e che stanno prendendo clamorosamente le distanze.

Uno è Pablo Milanés, autore di classici come Yolanda o El breve espacio en que no estás. Tra i fondatori, con Silvio Rodríguez e Noel Nicola, della iconica Nueva Trova Cubana, nata tra anni ‘60 e ’70 appunto nel momento di maggior fulgore del regime. Premio Tenco nel 1994, è vero che dal 2003 se ne è andato a vivere in Spagna. «È irresponsabile e assurdo reprimere un popolo che si è sacrificato e che ha dato tutto per decenni per sostenere un regime che alla fine quel che fa è incarcerarlo», ha scritto su Facebook. E ha aggiunto: «Nell’anno 1992 ho avuto la convinzione che alla fine il sistema cubano è fallito e lo ho denunciato. Credo nei giovani, che con l’aiuto di tutti i cubani devono essere e saranno il motore del cambio», nella speranza che i cubani sappiano trovare «il miglior sistema possibile di con violenza e prosperità, con liberà piene, senza repressione e senza fame».

Anche la figlia Haydée, 40enne e esponente della nuova scena musicale cubana, la pensa in modo simile. «Basta repressione, basta violenza. Il popolo cubano ha parlato ed è sceso in piazza pacificamente con le sue richieste. Il governo ha l’obbligo di ascoltare».

Se possibile ancora più iconico, anche lui Premio Tenco nel 1985, Silvio Rodríguez oltre che brani come Unicornio o Ojalá ha scritto tra l’altro Fusil contra fusil, dedicata a Che Guevara, e ben due canzoni dedicate alla vittoria del regime contro gli anticastristi della Baia de Porci: Playa Girón, metaforica, e Preludio de Girón, più diretta.

Ma anche lui ha lanciato un appello a liberare i detenuti «che non sono stati violenti», a costruire «più dialogo» e ad avere «meno pregiudizi, meno voglia di picchiare e più desideri di risolvere la montagna di temi economici e politici in sospeso». Da sempre uno dei più popolari difensori della rivoluzione, Rodríguez ha detto di capire le nuove generazioni di giovani dell’isola che non sono loro rappresentato dal potere.

E non solo loro, tra gli altri artisti storicamente contigui al potere cubano che si sono dichiarati vicini alla protesta ci sono poi Los Van Van: dal 1969, uno dei primi gruppi a contaminare il Son cubano con Jazz e Rock. «Il nostro gruppo esiste grazie al nostro popolo cubano, pertanto sempre appoggeremo il popolo, sia chi sia, pensi quello che pensi, difenda l’ideologia che difenda sempre col massimo rispetto», hanno scritto anche loro su Facebook.

«Dolore e tristezza per l’abuso di potere», ha espresso sempre su Facebook il compositore, chitarrista e direttore d’orchestra Leo Brower. «Mai avrei immaginato – ha aggiunto – che le forze dell’ordine a Cuba potessero aggredire gente norme e pacifica come siamo noi cubani. Quando il cubano protesta, non c’è dubbio che la politica, o meglio detto il potere politico e militare, ha passato i limiti. Come possono vivere tranquilli?».

«Impossibile rimanere in silenzio di fronte a tutto ciò che sta accadendo nel nostro Paese», ha scritto su Facebook anche “El Caballero del SonAdalberto Álvarez: compositore, scrittore, arrangiatore, cantante e pianista. «Sono ferito dai colpi e dalle immagini che vedo di violenza contro un popolo che scende in strada per esprimere come si sente pacificamente, le strade di Cuba sono cubane, devo a quella gente quello che sono oggi e non mi interessa come ognuno di loro pensa perché questo è un diritto di tutti e al di là del pensiero politico è un diritto umano quindi non posso fare a meno di essere al suo fianco in tempi così difficili. Fa male vedere come noi cubani ci attacchiamo a vicenda verbalmente e fisicamente, fa male vedere i manganelli nelle mani dell’autorità per attaccare le persone indifese».