Vaccino vuol dire fiduciaLa questione del pregiudizio antiscientifico non si risolve col paternalismo normativo

Le discussioni su green pass, No Vax e simili riescono a far passare tutti dalla parte del torto. La tesi per cui dove non arriva la forza della persuasione arriva il timore della sanzione è del tutto sbagliata, c’è bisogno di una riflessione politica per affrontare il problema

Cecilia Fabiano / Lapresse

La discussione sul green pass rischia di essere astratta e superficiale, non solo sul lato cattivo, ma anche su quello buono della barricata vaccinale. Non solo cioè tra quanti sporcano le acque, sperando di pescare consenso nel torbido della paura boh vax e del sospetto no vax, ma anche da parte di quelli che pensano di migliorare l’efficacia della campagna di vaccinazione e l’adesione dei cittadini facendo del green pass quel totem scientifico-religioso, o quella patente di probità civile, che il green pass non è ed è bene che non diventi.

Per difendere il green pass è opportuno difendere quello che è, non quello che non è. La gran parte degli Stati europei hanno introdotto una misura analoga, finora limitata generalmente, come in Italia, ad attività ricreative, sperando nell’effetto di un incentivo indiretto alla vaccinazione, in particolare per le fasce di popolazione meno vulnerabili.

D’altra parte anche i Paesi, come la Germania, che sembravano più riluttanti a sposare la linea di Macron, su base regionale e locale stanno rispondendo all’aumento dei contagi e alla frenata delle vaccinazioni con penalizzazioni “incentivanti” del tutto analoghe al cosiddetto green pass.

Inoltre in tutta Europa, come in Italia, il convitato di pietra nella discussione sulle strategie antipandemiche è rappresentato dall’obbligo vaccinale, ma tutti i Paesi sono rimasti finora a distanza di sicurezza dall’utilizzo di questo strumento di hard power, decisamente più coerente in termini giuridici, ma assai polarizzante e difficilmente gestibile in un contesto di fortissima conflittualità sociale.

Peraltro, almeno per quello che riguarda l’Italia, è molto probabile che la gran parte dei non vaccinati non siano fanatici no vax, ma persone perse di vista dai servizi sanitari, che non hanno ricevuto neppure una telefonata di consiglio e incoraggiamento da parte del medico di famiglia.

Per sostenere più onestamente il green pass sarebbe anche utile non negarne la natura problematica. Del green pass, come di tutte le misure limitative delle libertà personali – quelle utili e quelle idiote – connesse alle strategie di contrasto del fenomenico pandemico e sperimentate dall’inizio del 2020.

Insomma, si può tranquillamente diffidare della cronicizzazione politica dell’emergenza sanitaria, in una temperie culturale in cui l’assolutezza del potere e il sacrificio della libertà, anche in campo non sanitario, sembrano divenuti indispensabili condizioni di potenza e di efficienza politica, senza interpretare “eroicamente” l’opposizione ai vaccini come una battaglia di liberazione da una forma di oppressione.

Detto in altri termini, si può essere contro le democrature (sanitarie e no) che piacciono a Salvini e Meloni senza concedere nulla al cospirazionismo che Salvini e Meloni coltivano con spregiudicata ambizione.

Tutto ciò detto, se c’è un modo per rendere clericale e quindi insostenibile la difesa del green pass è quello di affermare stentoreamente: «Scientia vult», accusando gli avversari e gli scettici di attentare alla salute dei cittadini e di rifiutare una scelta scientificamente obbligata.

Al contrario questo riflusso paternalistico al principio di autorità è un’arma formidabile dei nemici dei vaccini, che denunciano il carattere imperialistico in senso economico-politico della scienza contemporanea e fanno milioni di adepti al credo no vax.

La tesi secondo la quale non può essere la scienza a legittimare una decisione politica non è affatto antiscientifica. Lo è al contrario quella opposta, secondo la quale – in violazione della cosiddetta legge di Hume – si pretende di derivare direttamente da un fatto (ancorché scientificamente accertato) una norma e dalla descrizione di qualcosa che “è” la giustificazione di qualcosa che “deve essere”.

Inoltre, non è solo il diverso statuto razionale delle due attività a impedire di immaginare la politica come il braccio operativo della supposta mente normativa dalla scienza. Sono numerose le esperienze in cui verità scientifiche false e inventate, ma assistite da un enorme e ufficiale consenso accademico, sono corse in soccorso delle verità di Stato politicamente imposte, per legittimare l’arbitrio e a volte pure l’orrore: Agamben in questo ha gioco molto facile a ricordare il precedente delle leggi razziali fasciste e dell’eugenetica non solo totalitaria, nella Germania nazista, ma anche democratica, negli Stati Uniti del XX secolo.

Non è d’altra parte neppure il titolo scientifico degli uomini e del loro sapere a garantire la scientificità delle loro affermazioni, che sono peraltro tali in un ambito disciplinare specifico e mai generale, ma l’esistenza di processi di trasparenza e concorrenza (anche economica), che ne consentono la confutazione e la verifica.

Negli Stati totalitari la scienza può prosperare e fare grandi scoperte, ma solo nei Paesi liberi il processo scientifico è istituzionalmente regolato in modo tale da rendere le informazioni accessibili e liberamente discutibili all’interno della comunità scientifica e al suo esterno.

La sfiducia nei vaccini e il sospetto che siano solo lo strumento di un grande esperimento di controllo sociale è dunque la conseguenza di una sfiducia che ha investito il funzionamento della società aperta e la sua capacità di tutelare i cittadini da manovre di potere travestite di una presunta neutralità scientifica.

Si tratta di una sfida capitale, che la politica farebbe bene a non appaltare ai vari comitati tecnici, dietro a cui nasconde le scelte di cui invece porta la responsabilità.

E sarebbe bene che affrontasse questa sfida avendo chiari i risultati da conseguire e non solo la legittimità dei mezzi da impiegare in questa battaglia.

Continuare a ripetere che il green pass e l’obbligo vaccinale sono costituzionalmente legittimi (e certamente lo sono), pensando che questo chiuda la questione politica del pregiudizio antiscientifico, significa eludere con acribia e stolidità leguleia il problema dell’abisso, che sta dietro (e dentro) la resistenza alla campagna vaccinale in buona parte dei paesi occidentali.

Essendo la crisi di fiducia verso la scienza tutta interna alla crisi della democrazia liberale, svuotata dall’interno da quanti vogliono trasmutarne la natura, rendendola il guscio democratico di un potere illimitato, ci sono molti dubbi che la fiducia nella scienza possa essere ripristinata attenuando le cautele con cui, negli Stati liberi, occorre maneggiare le questioni del rapporto tra la libertà e il potere, evitando di limitare eccessivamente la prima e di “illimitare” arbitrariamente il secondo.

Insomma se i nemici dei vaccini, come quelli del 5G, dell’ingegneria genetica et cetera sono nemici della società aperta e dei suoi meccanismi di controllo e autocontrollo e di bilanciamento di interessi e diritti diversi, è davvero illusorio pensare di surrogare la fiducia con la coercizione.

La tesi per cui dove non arriva la forza della persuasione arriva il timore della sanzione è del tutto sbagliata.

Non perché in una situazione di emergenza non sia giustificato ricorrere, con proporzionalità e misura, a provvedimenti emergenziali, ma perché si tratta di mezzi diversi che servono obiettivi del tutto diversi.

Una cosa è ottenere l’ubbidienza con la deterrenza della minaccia punitiva, altra cosa è conquistare la fiducia di chi “non ci crede”. E visto che le ragioni per cui si crede alla scienza o all’antiscienza hanno a che fare con quello che la scienza o l’antiscienza sembrano rappresentare, l’immagine di una scienza insensibile e proterva, sempre pronta a usare le leve del comando politico e a “chiamare i carabinieri” contro gli scettici, innesca una polarizzazione utile solo ai parassiti politici dell’antiscienza, che raccontano un mondo retto da una cupola mafiosa, in cui le coppole di Big Pharma la fanno da padrone e usano gli stati sovrani come manutengoli.

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