Le inchieste continuanoCosa abbiamo scoperto e cosa ancora non sappiamo sull’11 settembre

Nell’arco di due decenni, molti aspetti della strage islamista sono stati chiariti. Altri no. Dal presunto coinvolgimento dell’Arabia Saudita ai danni a lungo termine sulla salute dei newyorkesi: le testimonianze possono svelare ancora molto

AP Photo/John Minchillo

Sono passati vent’anni dall’11 settembre 2001. Due decenni esatti dall’immagine del volo American Airlines 11 che si schianta sulla facciata settentrionale della Torre nord del World trade center. Quel giorno, 2.996 persone persero la vita negli attacchi terroristici a New York, al Pentagono e nel volo United Airlines 93 precipitato in Pennsylvania.

In queste settimane è circolata la notizia relativa all’annuncio del team di medicina forense di New York, che inizierà a utilizzare una nuova tecnica di analisi del dna nota come Next generation sequencing (Ngs). Nonostante il tempo passato, per più di un migliaio di persone non è ancora stata trovata una corrispondenza tra nome e resti rinvenuti. La nuova tecnica basata su un sequenziamento massivo accelererebbe il processo di riconoscimento e porrebbe fine ai tormenti ventennali dei familiari delle vittime, con un punto definitivo sulla questione.

Ma l’identità dei soggetti deceduti rappresenta solo un tassello del puzzle irrisolto relativo all’11 settembre. Man mano il mosaico è stato ricomposto; per molte domande sono arrivate risposte a distanza di mesi. Per altre, invece, stiamo ancora aspettando. A questo punto viene da chiedersi: c’è qualcos’altro da dire rispetto a cinque o dieci anni fa?

Sappiamo tutto dei giorni che hanno seguito il dramma. L’evento ha un impatto disastroso sul mercato finanziario statunitense: la borsa di New York (Nyse), l’American Stock Exchange e il Nasdaq restano chiuse fino al 17 settembre. Le azioni perdono un valore complessivo di 1.400 miliardi di dollari in una settimana e nella Grande mela si contano 430mila posti di lavoro in meno nei tre mesi che seguono la tragedia.

Con l’inizio delle indagini, il principale obiettivo degli Stati Uniti è capire chi sono gli attentatori e i mandanti dell’attacco. L’Fbi riesce a identificare rapidamente i 19 dirottatori attraverso l’operazione Penttbom (Pentagon/Twin towers bombing investigation), che è stata definita come la più «complessa e vasta della sua storia».

I bagagli del leader Mohamed Atta vengono ritrovati all’aeroporto Logan di Boston: a causa di una nuova politica dell’American Airlines, le valigie non erano state caricate a bordo del volo per prevenire possibili ritardi. All’interno ci sono documenti con i nomi, i compiti e le prove della connessione tra Al Qaida e gli attentatori.

Dalla testimonianza di Susan Ginsberg (staff della commissione nazionale sugli attacchi terroristici agli Stati Uniti) del gennaio 2004, sappiamo che quattro passaporti degli attentatori sono stati rinvenuti dai resti degli schianti.

Per questo, il 27 settembre 2001 l’Fbi pubblica le foto di tutti i dirottatori e le presunte nazionalità. A distanza di un anno viene istituita anche la commissione d’indagine (9/11 Commission), che il 22 luglio 2004 pubblica il Rapporto ufficiale sull’11 settembre.

Nel luglio 2016 l’amministrazione Obama rende noto il “File 17”, un documento con una lista di nomi tra i quali figurano alcuni sospettati dell’intelligence dell’Arabia Saudita coinvolti nell’11 settembre. Le indagini vertono sul personale dell’ambasciata del paese mediorientale a Washington. A seguito di questo evento, le famiglie di 800 vittime depositano una causa contro i funzionari sauditi, accusati di complicità negli attentati.

Un’inchiesta di ProPublica in collaborazione con New York Times Magazine pubblicata l’anno scorso, rivela tutte le difficoltà incontrate da alcuni alti funzionari dell’Fbi nel corso delle indagini. Questo a causa del complesso rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita: nonostante le autorità saudite diventino più cooperative nella lotta contro Al Qaeda dopo il 2003, continuano a mostrare riluttanza quando si parla dell’inchiesta sull’11 settembre.

Daniel Gonzalez, ex agente Fbi dell’ufficio di San Diego, è uno dei tanti investigatori in pensione che ancora oggi aiutano le famiglie che hanno intentato la causa contro Riyad. Negli ultimi 15 anni di carriera, Gonzalez ha ricoperto un ruolo centrale nello sforzo del Bureau per comprendere i legami tra Arabia Saudita e 11 settembre. Ma ha dichiarato di aver sempre percepito disinteresse da parte del governo rispetto alla pista che stava seguendo.

Tra le storie incredibili legate all’11 settembre ce n’è un’altra: quella di un agente che aveva previsto gli attacchi. Una storia di sliding doors. Il 10 luglio 2001, Kenneth William (ufficio Fbi di Phoenix) scrive ai suoi superiori del quartier generale quello che diventerà il “Phoenix Memo”: una lettera che raccomanda la creazione di un elenco delle scuole di aviazione civile, con l’obiettivo di monitorare studenti sospettati di essere in contatto con l’organizzazione di Osama bin Laden.

Il documento di Williams non viene preso in considerazione perché non contiene i dati relativi a uno specifico obiettivo. Ma uno dei dieci sospettati segnalati nella lettera ha legami stretti con Hani Hanjour, il futuro dirottatore del volo 77 sul Pentagono.

Infine, c’è la questione dei danni da inquinamento. Già in passato si era indagato sugli effetti dell’esposizione degli abitanti di Manhattan ai fumi degli incendi e dei crolli causati dall’impatto degli aeroplani con le torri. Nel 20th Anniversary Special Report pubblicato dalla commissione che distribuisce il sostegno finanziario ai parenti delle vittime, viene delineato un massacro durato due decenni, con un numero di persone uccise da malattie provocate dalle esalazioni di gran lunga maggiore rispetto a quello dei morti a causa del crollo del World Trade Center.

Storie di fantasmi che ritornano. Come quelle raccontate da Michael Crane, direttore medico del Centro clinico di eccellenza del Wtc Health program, che ha seguito molti dei vigili del fuoco che furono tra i primi soccorritori quel giorno. Oggi Crane sostiene che il tasso di tumori tra questi soggetti sia fino al 30% più alto del normale.

La lezione è che a distanza di vent’anni si può ancora fare luce su molti aspetti legati al giorno che fece piombare l’America in un incubo, anche e soprattutto attraverso le testimonianze di chi – più o meno indirettamente – c’era.