«Io volevo solamente farmi i fatti miei oggi»I tre giorni di ordinaria follia del centrodestra milanese

Le dimissioni dell’addetto stampa, l’intervista del parresiasta Vittorio Feltri, infine l’audio con la frustrazione dello stesso Luca Bernardo hanno reso lo scorso weekend il peggiore per la coalizione di centrodestra, che ora fatica a vedere la luce in fondo al tunnel

Michael Douglas in una scena de “Un giorno di ordinaria follia”

A un certo punto della serata di sabato 18 settembre, sui social è iniziato a girare l’hashtag #uneuroperbernardo, sarcastico finale di tre giorni surreali per la campagna elettorale del candidato sindaco per Milano del centrodestra.

Tutto era iniziato giovedì, con le dimissioni a sorpresa dell’addetto stampa di Luca Bernardo. Alessandro Gonzato, un giornalista con le carte in regola – politicamente parlando – per svolgere il ruolo: collaboratore di Libero, numerosi trascorsi da comunicatore per vari esponenti del centrodestra nella sua regione di provenienza, il Veneto. Gonzato in poche settimane aveva portato Bernardo nei talk più seguiti delle tv nazionali. Eppure, tutto d’un tratto si è consumata una frattura insanabile, motivata da «incompatibilità professionali».

Nemmeno il tempo di riorganizzare la comunicazione e, ventiquattrore dopo, ci aveva pensato Vittorio Feltri a far esplodere ai piedi di Bernardo una bomba ben più distruttiva. Il capolista di Fratelli d’Italia aveva pensato bene di rilasciare un’intervista ripresa praticamente da tutti i media, nella quale definiva Berardo «politicamente inadeguato» e quella che lo sostiene, senza giri di parole, una «coalizione del cazzo». E, tanto per non far mancare nulla, aveva pronosticato come ovvia la vittoria di Beppe Sala.

A questo punto la crisi di nervi si dimostrava conclamata, e soprattutto definitivamente pubblica, con la Lega a stracciarsi le vesti e a chiedere agli alleati di Fratelli d’Italia di dare spiegazioni (mai arrivate).

Bernardo, con immensa fatica, cercava di andare dritto per la sua strada, provando a scavalcare la zuffa, continuando ad annunciare un comizio finale di campagna da parte dei leader di centrodestra, che pareva a questo punto una prospettiva surreale.

Era, a questo punto, necessario un fine settimana tranquillo, per chiarire le cose e spegnere i roghi politici ( e mediatici) divampati. Invece sabato, nel tardo pomeriggio, è d’improvviso rimbalzato sui media online uno scoop di Repubblica: l’audio di un messaggio WhatsApp inviato da Bernardo a un suo interlocutore politico. Val la pena di riportarne il testo, perché in ogni sua parola esprime  in modo inequivocabile lo stato del centrodestra milanese.

«Vi lascio il messaggio così rimane nero su bianco, ma chiedo cortesemente in qualità di segretari dei partiti responsabili che se entro questa settimana non arrivano almeno per tutti i partiti 50mila euro a testa, per questa campagna che costa molto di più, io lunedì mattina alle 10 convoco una conferenza stampa e dirò che mi ritiro dalla tenzone elettorale. È l’ultimo messaggio che vi lascio perché così non si può andare avanti».

Tre ore di smarrimento e silenzio incredulo – anche da parte di Beppe Sala e della sua coalizione – poi la risposta, in comunicato congiunto, con il quale i partiti del centrodestra milanese cercavano di fare capire che avrebbero rimediato, confermando «il sostegno a Bernardo». Lo stesso candidato si è aggiunto con una chiosa al rumore ormai intollerabile del disastro, sostenendo che si era trattato di «normale dialettica di coalizione». Una frase forse inevitabile, ma che a questo sembra tratta da un copione di teatro dell’assurdo.

L’accaduto nei tre giorni di ordinaria follia, ovviamente, è tutto fuorché normale. Più che di dialettica si tratta di un furioso volar di stracci, all’interno di quella che ormai appare non aver nulla a che fare con una coalizione propriamente detta. «Siamo confusi pure noi» – confidava domenica mattina uno stretto collaboratore di Sala – «di fronte a una cosa del genere cosa si può dire?. Tutti ci chiedono e qualcosa dobbiamo rispondere. A destra ci accuseranno di occuparci di loro invece che dei fatti, ma di che vuoi parlare? Sono loro la notizia…».

Del resto, all’orizzonte si profila il sapore un poco amaro di una vittoria per abbandono. Non da parte di Bernardo – che con tutta probabilità, insieme alle rassicurazioni, ha ricevuto anche una lavata di capo e i soldi per il finale di campagna elettorale – bensì da parte di un pezzo di elettorato che, in preda allo sconforto, potrebbe facilmente decidere di disertare le urne.

A ben vedere per i progressisti si tratta di un’opportunità: convincere quegli elettori – magari moderati più che conservatori,  a disagio più che all’opposizione – che la Milano di Sala non è poi tanto male. e portarli dall’altra parte.

E Bernardo? Anche per lui un’opportunità ci sarebbe. Cambiare completamente registro. Fare due settimane di campagna da vero aspirante sindaco, lasciando perdere le sparate a effetto, la propaganda di basso profilo, il becerume di certi attacchi frontali. E dimostrare che una visione per per Milano ce l’ha. Si tratterebbe finalmente di far politica, ché fin qui se n’è vista pochina.