Rito ambrosianoLa via milanese e nazionale al riformismo è al di fuori del Pd

La partita delle amministrative milanesi è un banco di prova per la politica nazionale: il fallimento del progetto del Partito democratico apre le porte a una domanda: come unire liberaldemocratici, socialdemocratici e laici?

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Il parlamentare di Italia Viva Luigi Marattin, spiegando perché è fallito il progetto di unire i riformisti nel Pd, invita i liberaldemocratici a organizzare un proprio partito riformista, per dare rappresentanza a una parte del paese oggi non adeguatamente rappresentata.

È un invito che trova una prima risposta nella lista al Comune di Milano “Riformisti – lavoriamo per Milano con Sala”. Una lista che non si limita a unire i militanti e simpatizzanti dei partiti e dei leader liberaldemocratici nazionali, da Calenda a Renzi, Bonino, Bentivogli eccetera, ma ha invece l’ambizione di unire un elettorato più ampio, che comprenda anche le migliori esperienze progressiste civiche, cattoliche, socialiste di “rito ambrosiano”. Come ad esempio i civici che hanno condiviso l’esperienza arancione della lista Pisapia, e che si caratterizzano per una forte connotazione federalista e autonomista, attenta alle esigenze della città e della questione settentrionale.

La scelta milanese di dar vita a una lista distinta da quella del Pd, con cui peraltro siamo alleati, parte dalla considerazione che in Italia esiste uno spazio per un offerta politica riformista, ma non nel Pd. Ne abbiamo preso atto con rammarico. In origine il Pd si proponeva di seguire l’esempio dei grandi partiti progressisti d’Europa e del Nord America, in cui coesistono più impostazioni politico-culturali diverse, in genere una liberaldemocratica (attenta alla produzione del reddito e alle pari opportunità), una socialdemocratica (attenta alla distribuzione del reddito e alla difesa dei lavoratori), e spesso una di matrice religiosa o laica (particolarmente attenta ai valori). Questo tentativo è palesemente fallito, secondo Marattin per una ragione strutturale (il Pd non è stato contendibile), una politica (la crescente divaricazione tra socialdemocratici e liberaldemocratici) e una contingente (l’abbraccio tra una parte del Pd ed un movimento come i Cinquestelle, di cui si può dire tutto tranne che sia riformista).

Concordo sulla ragione strutturale: in un partito possono coesistere impostazioni politico-culturali diverse solo se vige la regola democratica per cui chi vince può determinare la linea politica del partito, almeno fino al congresso successivo, e chi perde ha il diritto di partecipare agli organi dirigenti e alle istituzioni. Questo nel Pd non è successo (Marattin ricorda l’atteggiamento della “ditta” post-comunista verso Renzi) e tanto basta per segnare il fallimento del partito unico dei riformisti.

È facile vedere nell’atteggiamento verso Renzi un residuo leninista fondato sul principio del “chi vince vince tutto, chi perde perde tutto”. Inoltre la stessa legge elettorale non consente agli elettori di scegliere il deputato, che viene eletto in ordine di lista ed è quindi scelto, di fatto, dai leader e/o dai capi corrente, e nel Pd è normale che il nuovo segretario alle elezioni epuri i gruppi parlamentari escludendo gran parte dei seguaci del precedente segretario. Ma se vogliamo essere onesti, dobbiamo dire che la democrazia interna ai partiti scarseggia ovunque (anche nei partiti costruiti intorno a leader semi carismatici come Renzi, Calenda e Bonino). E quindi, a memoria futura, confido che se e quando costituiremo un partito riformista, esso sarà realmente contendibile dal basso.

Il fallimento del progetto originario del Pd porta con se diverse conseguenze. La prima è la fine della vocazione maggioritaria del Pd: se si vuole aggregare una costituency maggioritaria, la presenza di più impostazioni politico-culturali è essenziale.

La seconda è la necessità di ripensare la attuale legge elettorale, divenuta assurda in presenza di tre/quattro partiti intorno al 20%. Pur preferendo in teoria il maggioritario bipartitico, credo auspicabile una riforma proporzionale che restituisca agli elettori la possibilità di votare per affinità e non per contrapposizione, e di sottrarre ai capi-corrente la scelta dei deputati.

La terza è la possibilità di dare adeguata rappresentanza alle posizioni non rappresentate dal Pd. Marattin riconduce le molteplici posizioni politico-culturali esistenti nella società all’interno di una tripartizione tra liberaldemocratici, socialdemocratici, nazionalisti sovranisti. Può essere un esercizio utile, purché si sia consapevoli che si tratta di una semplificazione da utilizzare senza rigidità ideologiche o contrapposizioni artificiali. Sono rimasto quindi perplesso quando Marattin ha contrapposto due visioni radicalmente diverse, attribuendo la prima a tutti i socialdemocratici e, di fatto, all’intero Pd, e la seconda a tutti i riformisti comunque considerati. Considero il Pd un partito poco democratico e politicamente “confuso”, ma esiterei ad attribuire a tutti i suoi esponenti o elettori le idee radicali della sinistra conservatrice.

Mi sia consentito poi un intervento per fatto personale: io nutro idee liberaldemocratiche in ordine alla produzione del reddito, e socialdemocratiche in ordine alla sua ridistribuzione. Mi trovo bene in compagnia dei riformisti milanesi, che non sono tutti seguaci della scuola di Chicago, e mi sentirei a disagio se mi assimilaste a Corbyn o a Milton Friedman. E, sempre per fatto personale, mi dispiace che, dopo decenni in cui a sinistra l’aggettivo “socialdemocratico” era considerato un insulto, oggi tanti post-comunisti ed estremisti di sinistra si autodefiniscano “socialisti” o “socialdemocratici”. Sarei lieto se evitassimo di stare al loro gioco, e li definissimo per quel che sono: una sinistra conservatrice.