Sindrome di StendhalMal di Penisola Sorrentina e di Costiera Amalfitana

Da Vico Equense a Vietri sul Mare, un ideale itinerario gastronomico per tutti i gusti e per tutte le tasche: dallo stellato con vista mozzafiato, alla trattoria che sorge in un ex convento, dal cocktail bar unico in Italia, al negozio metà bistrot, metà boutique

La bellezza del tratto di costa che si snoda da Napoli a Salerno, e viceversa, non ha punti cardinali. Da qualsiasi prospettiva si scelga di guardare questo seducente paesaggio mediterraneo, infatti, sarà la natura a guidare lo sguardo, tra ripide scogliere calcaree, cespugli di mirto profumato, rosmarino, elicriso e ginepro selvatico. Senza trascurare la mano dell’uomo che è sua complice, discreta artefice di terrazzamenti di vigneti e frutteti, pendii impossibili, eppure addomesticati, sentieri che volano alti sul blu e borghi marinari che si arrampicano in verticale, in un profluvio di strade e stradine sospese sul mare.
Nei comuni della penisola sorrentina e negli altrettanti della costiera amalfitana non ci sono solo visitatori che parlano in tutte le lingue del mondo e mangiano destagionalizzato in locali che gli abitanti considerano, appunto, turistici; o la sterile ricchezza ostentata del mega yacht da 142 metri di un magnate russo avvistato nell’ancora calda estate. Qui esiste anche un altro tipo di lusso, semplice e silenzioso, stella polare di una vita intera. È così per Peppe Guida, il cuoco che abita su quello che lui stesso vive a mo’ di tetto del mondo. Presso Villa Rosa – La Casa di Lella a Montechiaro, frazione appena sopra Vico Equense, il cuoco campano ha trovato la sua vera dimensione, immerso nella campagna e nei suoi affetti, in mezzo all’orto di casa e a una cucina schietta e autentica, con piatti spesso ispirati dal raccolto del giorno. Una esperienza culinaria che può trasformarsi in un soggiorno di pace e relax per chi sceglie di dormire in una delle camere di assoluto charme che nella loro semplicità completano la proposta.
Lì, “adda passà ‘a nuttata” per poi assaporare uno dei momenti più appaganti della giornata, la colazione da re che attende gli ospiti sotto il pergolato vista Vesuvio.

 

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In questo ragionato coast to coast gastronomico ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche e si può passare dal b&b a conduzione familiare al cocktail bar unico in Italia nella sua tipologia. Percorrendo le sinuose curve della penisola prima di entrare a Sorrento prendetevi del tempo per scendere a Sant’Agnello. In una posizione defilata dal caos delle vie più centrali della terrazza cantata da Dalla, c’è un’altra “vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento” in cima al Majestic Palace, per molti anni rimasta inattiva, ma che negli ultimi tre brilla della sua stessa unicità. Dry Martini è un concept inedito ed esclusivo in tutta Italia reso ancora più unico dal suo candido design che lo differenza addirittura dagli altri quattro sparsi in giro per il mondo, tutti in legno scuro. Il merito di questo gioiello bianco è di Giulia Rossano e Lucio D’Orsi, coppia nella vita e nel lavoro che, ormai qualche anno fa, volò in Spagna per convincere Javier de las Muelas, founder di Dry Martini, a promuovere l’apertura di un’insegna anche in Italia. Inutile dire che la missione, inaugurata in periodo di quarantena, oggi appare riuscita, anche perché sono ancora tanti i motivi che rendono speciale Dry Martini Sorrento. Ad esempio, gli oltre 200 drink in carta che lo rendono uno dei cocktail bar più completi d’Europa. E ancora, il dialogo con la proposta food a cura del Don Geppi, che con i suoi soli 12 coperti è il più intimo ristorante dello Stivale. Senza contare il “Dry Martini counter certified”, che rilascia il certificato autenticato e numerato al singolo bevitore di quel singolo Dry Martini.
Inoltre, proprio perché qui vige l’idea che il Martini sia innanzitutto uno stato d’animo, c’è tutto un rituale che accompagna la sua preparazione alla postazione dietro al bancone, ridefinita “altarino”: bicchiere ghiacciato, limoni del frutteto curato da Dry Martini, che profumano il liquido trasparente nella coppa e per finire, un solo tocco al momento del servizio al tavolo, che deve essere esclusivamente del cliente. La mano si allunga verso il vassoio, si sorseggia con discrezione e a metà è ora di addentare l’oliva.


Come più o meno ogni borgo di pescatori della costa e delle isole del golfo, anche Sorrento ha una propria Marina Grande e una Marina Piccola. Nel primo caso è tutta una cordata di lidi, trattorie di pesce e cooperative di pesca, che dopo le uscite in mare scrivono il menu del giorno sulla lavagna; nel secondo scenario, invece, alla fine degli stabilimenti balneari ci si ricongiunge con il porto turistico da dove salpano e approdano le imbarcazioni: per chi parte da questa insenatura le principali destinazioni sono Capri, Ischia e la costiera amalfitana e naturalmente si tratta anche di una classica partenza intelligente per raggiungere Positano in giornata ed eludere il ticket del parcheggio. In quella che viene classificata come la cittadina più cara della costiera, c’è un posto che sembra quasi un miraggio. Un po’ healthy bistrot, un po’ banco frutta e caramelle, un po’ boutique di artigianato locale. Casa e Bottega è l’indirizzo ideale per una pausa da tutti quei sali e scendi che caratterizzano il comune che ha lanciato il fenomeno della “moda Positano”. Artefice del progetto la signora Tanina Vanacore, allieva del maestro Marchesi e formata come pasticcera, positanese doc, che ha trasmesso l’amore per la cucina e il design ai figli, che la seguono sia qui che nella sua primissima attività, Next2, segnalata anche sulla Michelin. Il locale più recente è arredato in stile minimal, circondato da decorazioni floreali, ceste e cassette di fresche primizie e un intero bancone di ceramiche e porcellane che certo non lesinano sul colore. La cornice di questo gioiellino fuori dai soliti giri è una cucina salutare e fresca che rispecchia il regime alimentare di Tanina, proposte da ordinare da asporto oppure seduti al tavolo scegliendo tra ricette vegetariane, altre bilanciate con proteine animali e mocktail con frutta di stagione. Non si prendono prenotazioni ma la fila fuori è scorrevole e con panorama.

Come un richiamo delle sirene, quel “torna a Surriento” riporta nel comune della penisola perché prima di lasciare la provincia di Napoli non si può non aver assaggiato gli spaghetti alla Nerano. Pasta, zucchine e diversi tipi di formaggio per la ricetta inventata dalla signora Maria Grazia nel secolo scorso e ancora oggi piatto di pellegrinaggi e sogni famelici. Una inimitabile invenzione da trattoria, in carta a 18 euro, che nella baia naturalmente trova anche la sua accezione stellata, volendo a 23 euro da La Taverna del Capitano. Se andrete dopo il calar del sole non potrete non notare la luminosa insegna stampatello che capeggia sull’edificio costruito quasi fosse una palafitta sul mare. Gli ingressi sono ancora ben distinti come una volta, ovvero negli anni ‘60, quando il signor Salvatore Caputo avviò il piccolo albergo accompagnato da una cucina semplice. L’asticella fu alzata con l’ingresso del figlio Alfonso Caputo, abile professionista che continua a girare il mondo con le sue consulenze durante i mesi di chiusura del ristorante. Un affare familiare che oggi può contare sulla gentile presenza in sala di Mariella Caputo, sorella dello chef, e di suo marito Claudio Di Mauro, ma i più attenti noteranno aggirarsi tra i tavoli anche la terza generazione figlia sia di Alfonso che di Mariella. Rilassante ambientazione di giorno, apice del romanticismo la sera quando ci si accomoda al tavolo e ci si perde nel nero della notte e non si distingue più la linea dell’orizzonte che separa cielo e acqua. Per chi sceglie à la carte, il menu è scandito dal tempo e ogni portata ha impressa la propria data di creazione, dai piatti storici fino a quelli più contemporanei. In alternativa, c’è un unico percorso degustazione di 10 piatti che racchiude la filosofia completa di questa cucina che “onora l’orto e la riva”.


Come per gli iconici spaghetti che hanno fatto la fortuna del luogo di cui portano il nome, nel versante costiero, ormai provincia di Salerno, il comune di Minori viene impostato sul navigatore con l’indirizzo di Sal De Riso, la pasticceria che ha reso famoso questo piccolo paese costiero. La foto con il dolce, firmato dal pluripremiato De Riso, in mano e la scacchiera blu e bianca sotto i piedi è diventata un cerimoniale social, ma osservando con attenzione il viavai locale, si scopre che la maggior parte dei minoresi, compreso Gigi Marzullo, sorpassa la scacchiera e si ritrova ai tavolini di Gambardella, storico bar a conduzione familiare dal 1963. Il suo fondatore Francesco Gambardella era pasticcere al Santa Caterina ad Amalfi e da giovanissimo lasciò la partita dei dessert per aprire una pasticceria tutta sua e fu il primo in costiera a ottenere la licenza per produrre di liquori. Il limoncello è da sempre il loro prodotto di punta e oltre alla pasticceria sul corso di Minori, possiedono il liquorificio artigianale all’ombra della chiesa di Santa Trofimena patrona della cittadina. Varcando la soglia del locale dolciario si avrà l’impressione di salire a bordo di una DeLorean e dare gas verso gli anni ‘90 più fancy. Dietro le vetrine chiuse a chiave liquori e distillati tipici, limoncello su tutti, ma l’occhio cade inevitabilmente sulla bottiglia di concerto, un digestivo locale a base di caffè e aromi naturali la cui ricetta cambia da casa a casa. Al bancone dei dolci sono irresistibilmente sexy le monoporzioni di delizia al limone o ricotta e pere (con un biscotto da lode!), tentatrici come la mela per la prima donna sulla terra.

Senza cambiare comune, un’altra famiglia da visitare è abbarbicata quasi a metà dei 300 scalini che separano il centro abitato di Minori e la cima dei terrazzamenti. A quest’altezza sorge un’azienda agricola a conduzione familiare che trasforma i prodotti della propria terra in conserve, sottoli, liquori, marmellate e ci scrive pure il menu del proprio agriturismo. Per chi ha familiarità con il dialetto, l’insegna Cuonc Cuonc ha il significato di “piano piano”, in un posto dove la lentezza e il saper attendere sono il vero segreto della vita. Di giorno dai tavoli all’aperto si captano le urla dei bagnanti e si scorgono le imbarcazioni al porticciolo, mentre di sera la location si fa più poetica e sia Minori che la dirimpettaia Ravello si illuminano quasi fossero un presepe. Le specialità della casa sono le pizze lievitate 48 ore dove il cavallo di battaglia prende il nome proprio di “Cuonc Cuonc”, l’unica delle cinque a non avere specificati gli ingredienti perché cambia periodicamente a seconda della stagione; girando il menu plastificato si legge ancora, tagliere di formaggi di capra e pecora con le marmellatine homemade, crostoni con i sott’oli, caprese con mozzarella e pomodori dell’orto, caponata di pane biscottato; granita al limone, limoncello e liquore della casa a base di menta, prezzemolo e finocchietto suggellano il fine pasto.

Per raggiungere la vicina Maiori che vanta una delle spiagge più ampie della costiera, si può percorrere il Sentiero dei limoni a piedi o in macchina assecondare la zigzagante costa fino a imbattersi nel ristorante a picco sul mare che sembra aggrappato a un fiordo campano. Il Faro di Capo d’Orso merita una stella sola per la vista: la sensazione è di sedersi a un infinity table e spendere quei doverosi minuti a contemplare il panorama che non lascia certo spazio all’immaginazione. Al momento del servizio questo effetto si amplifica con i sapori di una cucina molto audace per la zona e in continua evoluzione. L’estroso Francesco Sodano è una fucina di idee ed un eterno e inguaribile frollatore di pesce, ancora prima che questa pratica diventasse quasi una moda tra gli chef. Rispettoso della materia prima tutta, è un modello per il tema dello zero waste.

Del “non si butta via niente” i cetaresi hanno fatto un mantra e con il liquido ambrato ottenuto dalla maturazione delle alici in acqua e sale, il Garum degli antichi romani 2.0, hanno sviluppato un business valorizzato in qualità di Presìdio Slow Food dal 2003 e riconosciuto come Dop nel pieno della pandemia. Se si ha la fortuna di trovare parcheggio al porto, il primo locale che si incontra è Armatore, un punto di riferimento per le conserve di tonno e di alici, a metà dispensa a scaffale e a metà bistrot. Lo spazio interno si riduce a un cucina essenziale separata dal pubblico per mezzo di una vetrata dove vengono anche esposti i prodotti del brand, gli stessi utilizzati nei piatti preparati espressi. I tavoli della dispensa sono invece allestiti su strada e recintati per non finire troppo nel traffico o disposti sotto forma di mensola nel pittoresco dehors che precede l’ingresso allo shop scavato nella roccia. In aggiunta al pranzo e alla cena, l’aperitivo prevede una formula con calice di vino oppure cocktail già miscelati a cura dei ragazzi di Laboratorio Folkloristico, una giovane realtà a Pomigliano d’Arco, provincia di Napoli, molto apprezzato dalla scena miscelata. In questo caso, di default all’ordinazione del drink, escono alcuni piatti per accompagnare la bevuta come pane, burro e alici, alcuni grissini e una bruschetta con filetti di tonno rosso e pomodorino secco.

 

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Dopo questo pit-stop, si è pronti a ricevere il proprio battesimo del mare Al Convento che, anche se non sorgesse in un ex luogo di culto francescano, sarebbe comunque una trattoria sacra, mecca del fritto e dell’alice, in ogni sua forma. Con la bella stagione la terrazza che affaccia sulla piazzetta viene allestita come sala en plein air e non risulterà difficile trovare il mitico chef Pasquale Torrente aggirarsi tra i tavoli con quel suo fare amichevole, da finto distratto, ma sempre molto attento e generoso. Il menu è un trionfo di alici già dagli antipasti dove le tapas sono declinate in un trittico di alla scapece, marinate e fritte con provola; per chi prenota per la prima volta è d’obbligo assaggiare gli spaghetti con la colatura di alici di Cetara doc, prodotto manifesto di questo borgo di pescatori; in alternativa, l’altro primo imprescindibile è la genovese di tonno che la signora Anna afferma essere stata inventata proprio tra queste mura.

Giunti nell’ultimo paesino della costiera, celebre per le sue ceramiche iperpigmentate, c’è un ultimo “sacrificio” per cui immolarsi, magari in piscina. Per chi non ci fosse mai stato l’Hotel Raito è una vera sorpresa: profilo alto ma accessibile, comfort non trascurabile del parcheggio privato e piatti raffinati che dialogano con il territorio grazie alla mano fedele dello chef Francesco Russo. Il menu è una dedica alla tradizione partenopea e la quintessenza della cucina mediterranea dimora qui. Così, mordendo la sfogliatella salata farcita con parmigiana di melanzane e ragù di moscardini alla Luciana o avvolgendo gli spaghetti aglio, olio e peperoncino con colatura di alici e tarallo napoletano, si potrà fare un booster di sapori e colori della cucina campana prima di salutare questo Patrimonio dell’Umanità, non senza un tipico souvenir vietrese che consolerà la vostra saudade post costiera.