L’abilità degasperianaIl decisionismo di Draghi si basa su un largo consenso e su un metodo rodato, Salvini prenda appunti

Per disinnescare gli ultimi capricci del leader leghista, al premier sono bastati sette giorni, uno stile decisionista di tipo europeo e, soprattutto, non partecipare ai talk show

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Abbiamo perso sette giorni per colpa di Matteo Salvini ma alla fine il governo vara oggi il decreto sul super green pass, cioè l’estensione della carta ai dipendenti pubblici e anche privati. Mario Draghi vince quindi anche questa partita, forse la meno facile da quando si è insediato a palazzo Chigi, con una botta di decisionismo. D’altronde lo aveva detto l’altro giorno a Bologna ricordando Beniamino Andreatta, altro grande spirito riformatore al quale il premier è parso volersi riconnettere: si deve essere capaci di assumere «decisioni necessarie anche se impopolari», cioè anche sfidando, come in questo caso, le ritrosie degli alleati di governo e le ostinazioni di un pezzetto di opinione pubblica. Il no di Matteo Salvini è stato tanto roboante quanto effimero. 

Naturalmente, sull’estensione del green pass il presidente del Consiglio era consapevole di avere alle spalle una largo consenso popolare, un vasto appoggio nella sua maggioranza e l’assenso delle forze sociali (confermato ieri dai sindacati). E, last but not least, la forza dei ripetuti messaggi di Sergio Mattarella. 

La valutazione a suo favore dello squilibrio tra il consenso da lui costruito e il dissenso rimasto poca cosa ha dato un’ultima spinta al presidente del Consiglio che ha saputo persuadere il Consiglio dei ministri (in questo c’è chi vede un’abilità “degasperiana”), dunque facendo entrare in contraddizione i ministri leghisti con un Salvini ogni giorno più in difficoltà. È dunque, quello di Draghi, un decisionismo non improvvisato e per così dire umorale ma un ingrediente pazientemente coltivato, e così egli ha dimostrato di essere un leader che non si fa spaventare dagli urlatori di turno e neppure si lascia intrappolare nella ragnatela delle mediazioni infinite, come pure avevamo per un attimo temuto: per azzittire gli alti là di Salvini sono bastati, appunto, sette giorni. Come volevasi dimostrare, il capo leghista non spaventa più nessuno ed ogni volta, dinanzi al “metodo Draghi”, è costretto alla ritirata strategica. Ma soprattutto con la non scontata scelta di oggi Mario Draghi si afferma come un leader decisionista.

Ma che tipo di decisionismo è il suo? È un decisionismo a cui non siamo abituati, essendo la cultura di governo italiana avvezza alla mediazione, alla spaccatura del capello in quattro, alla “riflessione ulteriore”, all’”approfondimento” e dunque fatalmente attratta dalla pratica del rinvio come il ferro dalla calamita. Gli italiani sono cresciuti alla luce tenue della “maturazione delle condizioni” di Aldo Moro, alla indifferenza morale e programmatica di Giulio Andreotti, al nulla di Mariano Rumor, e persino della “grinta” di Ciriaco De Mita si ricorda ben poco, e così vale anche per il Massimo D’Alema premier. Quanto a Silvio Berlusconi: decideva sì ma soprattutto (o solo) sulle cose che lo interessavano personalmente. Draghi ricorda un po’ Carlo Azeglio Ciampi che fu un decisionista “mite” nell’opera di ricomposizione di interessi diversi (il famoso Patto sociale del ‘93), e un pochettino anche Romano Prodi, se questi fosse stato meno divisivo anche nel suo campo; mentre Giuliano Amato lo fu aggressivamente con il suo primo governo, quello che in una notte mise le mani nei conti correnti, e in questo fu molto craxiano. Lo stile di Draghi non ha nulla in comune con quello di Bettino Craxi (e con quello per molti aspetti similare di Matteo Renzi o se andiamo più in là di Amintore Fanfani): paziente e “gentile” il primo quanto aggressivi e minacciosi erano gli altri tre. 

Piuttosto il riferimento del decisionismo di Mario Draghi è in Europa. Si vede benissimo che la lunga esperienza alla guida della Bce ha contribuito a forgiare la caratteristica di un decisore che ascolta e poi sceglie senza cedere ma nemmeno umiliare l’avversario, il tutto con la velocità di un paio di brevi frasi pronunciate in occasioni pubbliche, e che immaginiamo ancor più stringenti nelle sedi private. Ecco dunque che gli esempi possono legittimamente riferirsi al Jacques Delors “europeo” oppure a quello del decisionismo gentile di Angela Merkel, abile e coraggiosa nell’assumere decisioni anche impopolari (come del resto il suo maestro Helmut Kohl, fermissimo nel portare avanti la riunificazione tedesca pur sapendo che per questo avrebbe potuto perdere le elezioni, come infatti avvenne) ma sempre senza alzare la voce, preferendo piuttosto persuadere che imporre. 

Come la Cancelliera tedesca anche Draghi avanza gradualmente, senza strappare ma neppure arretrare, con quella modalità tipica del civil servant che lo pone al riparo dalla rissa politica (così si spiega anche l’indisponibilità ad andare nei talk show lamentata ieri da Corrado Formigli): ed anche questo “stile” aiuta, non fosse altro perché viene incontro ad una larga domanda popolare di una politica fattiva e razionale e non distruttiva e urlata. Una domanda – si badi – che nasce dall’esaurirsi della spinta antipolitica e dalla contestuale proposta di un riformismo competente e responsabile, che di quel veleno populista e demagogico è il prezioso antidoto distillato in primis proprio da Mario Draghi, il quale appare sempre di più un uomo politico di prim’ordine e non il simbolo di una parentesi tecnica. Matteo Salvini questo se lo deve segnare da qualche parte. E non solo lui.